Alternative Popolari alla Guerra alla Droga

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Guida anarchica alla riduzione del danno

Di Logan Marie Glitterbomb. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 26 agosto 2018 con il titolo Community Alternatives to the Drug War: An Anarchist Guide to Harm Reduction. Traduzione di Enrico Sanna.

La guerra alla droga è un fallimento e pare che sempre più persone se ne accorgano. I numerosi arresti arricchiscono poche avide aziende che lucrano sul lavoro schiavistico dei detenuti. La crisi degli oppiacei infuria. I medici prescrivono pillole per profitto mentre la repressione di stato costringe i tossici, risultato dell’azione corporativa, a trovare alternative sulla strada. È innegabile che molti dei cosiddetti problemi legati all’uso della droga siano in realtà causati dallo stato, il capitalismo e l’atteggiamento della società di fronte all’uso delle droghe. Ma è ingenuo sostenere che l’uso delle droghe con comporti rischi intrinsechi. Da anarchici, riteniamo che chiunque debba essere libero di consumare ciò che vuole. Come persone, vogliamo sì una società edificata sull’aiuto reciproco, ma anche la riduzione del danno.

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Responsabile, Inclusivo o Accettabile?

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Di Michael Roberts. Originale pubblicato su Michael Roberts Blog il 21 agosto 2018 con il titolo Accountable, inclusive or responsible capitalism? Traduzione di Enrico Sanna.

Si parla di Elizabeth Warren come possibile candidato alla presidenza americana nel 2020. A “sinistra” del partito democratico, è considerata un nemico radicale dei ricchi potenti e del trumpismo in tutte le sue forme. Per promuovere questa immagine, ha rivelato una proposta che mira a strigliare le grandi imprese, ridistribuire la ricchezza e dare più voce ai lavoratori e alle comunità locali.

La proposta si chiama Legge sul Capitalismo Responsabile. Secondo la legge, le aziende con un guadagno di oltre un miliardo l’anno dovranno ottenere un permesso dal governo federale. Il documento obbliga l’azienda a tener conto non solo degli azionisti, ma anche di tutte le “parti interessate”, come i dipendenti, i clienti e le città in cui l’azienda opera. Dice la Warren: “In quest’ultimo anno i profitti aziendali sono andati alle stelle mentre lo stipendio medio è rimasto uguale. Questa triste storia si ripete da decenni. Oggi presento un disegno di legge che aiuterà a tornare ai tempi in cui aziende e lavoratori americani stavano bene assieme.”

La Warren spiega in un articolo, nientemeno che sul Wall Street Journal, che “l’ossessione per la massimizzazione del guadagno dell’azionista significa che molte imprese dedicano i propri sforzi ad arricchire i già ricchi”. Il suo è un tentativo di invertire “le pratiche prevalenti” di questi ultimi trent’anni, che privilegiano l’azionista a spese dei salari e degli investimenti locali. In altre parole, secondo la Warren c’è stato un periodo in cui il capitalismo beneficiava capitalisti e lavoratori nella stessa misura (durante l’età d’oro degli anni sessanta, immagino, prima che il tutto sfuggisse di mano con il “neoliberalismo”).

Tra il 2007 e il 2016, le imprese hanno passato agli azionisti il 93% dei profitti, mentre agli inizi degli anni ottanta agli azionisti andava meno della metà e il resto ai dipendenti e ad altre priorità non chiare. Dice la Warren: “I salari reali ristagnano mentre la produttività continua a crescere. I lavoratori non hanno quello che meritano. Le stesse imprese si espongono al fallimento.”

Con questa legge, chiunque possieda azioni dell’azienda potrebbe denunciare il consiglio d’amministrazione che non adempie ai suoi obblighi (???), e i dipendenti delle grandi imprese potranno eleggere almeno il 40% del consiglio. La legge riguarderebbe 3.500 società pubbliche e centinaia di società private americane.

La proposta della Warren arriva mentre apprendiamo che, secondo dati recenti, gli amministratori delegati delle prime 350 aziende americane l’anno scorso hanno incassato 320 volte lo stipendio del loro dipendente medio, secondo un rapporto dell’Economic Policy Institute.

Nel 2017, i compensi dei boss delle principali aziende americane sono cresciuti del 17,6%, il che significa che hanno portato a casa in media 18,9 milioni di dollari mentre i salari dei loro dipendenti ristagnavano con un aumento di appena lo 0,3%. La disuguaglianza, con piccole oscillazioni, sale drammaticamente dagli anni novanta. Nel 1965 il rapporto era di 20 a uno, nel 1989 di 58 a uno, e nel 2000 ha raggiunto il massimo con un rapporto di 344 a uno. Il compenso degli amministratori delegati è crollato agli inizi degli anni 2000 e durante l’ultima recessione, per poi risalire rapidamente dopo il 2009. Attualmente, la paga di un amministratore delegato è tale da far impallidire i guadagni dello 0,1% più ricco. I boss delle grandi imprese guadagnano attualmente 5,5 volte tanto.

Le analisi e le proposte di Warren rientrano nella vecchia tradizione di chi vuole “salvare o mantenere” il capitalismo “correggendone” gli aspetti peggiori, come se questi fossero anacronismi del tempo presente e non caratteristiche strutturali intrinseche. Ma la disparità di reddito e ricchezza è, tanto per usare un vecchio cliché, nel DNA del capitalismo. E sotto il modo di produzione capitalistico il dominio degli amministratori delegati e del management è alla base del profitto aziendale. Pensare che le imprese possano essere costrette per legge ad adottare obiettivi “sociali” invece di massimizzare i profitti non è solo utopico, ma anche autodistruttivo.

E le proposte di Warren sono tutt’altro che radicali. Qualche anno fa in Gran Bretagna ci fu il tentativo di promuovere, non un capitalismo responsabile, ma un “capitalismo inclusivo”, ad opera di Lady Lynn Forester de Rothschild, amministratore delegato della E.L. Rothschild, l’esclusiva società con investimenti nei media, gestioni patrimoniali, energia, beni di consumo, telecomunicazioni, agricoltura e beni immobiliari in tutto il mondo. La Rothschild spiegò ai dirigenti delle imprese che il capitalismo deve andare “oltre i risultati economici, sforzandosi di migliorare il valore del capitale ambientale, umano, etico e sociale”. L’idea fu acclamata da luminari come Bill Clinton, il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby e, in qualità di ciliegina, il principe Carlo! Queste eminenze spiegarono al mondo che il capitalismo è un bene e che può essere migliorato se riduciamo la disuguaglianza e la povertà, fermiamo il riscaldamento globale e le guerre, e seguiamo i precetti “morali”. Come Warren, anche la Rothschild sosteneva la necessità di agire sullo “squilibrio tra capitale e lavoro”.

Prima ancora, in Gran Bretagna è nato il “capitalismo responsabile”, idea dell’ormai dimenticato ex leader laburista Ed Miliband. Miliband pensava che la “creatività” del capitalismo dovesse essere lasciata fiorire nel “libero mercato” ma con regole che ne smorzassero la “irresponsabilità” per renderlo “più accettabile” e “umano”. Miliband considerava il capitalismo “il meno peggio tra i sistemi che abbiamo”. Quindi non c’erano alternative: bisognava farlo funzionare. “Dobbiamo far sì che il privato collabori con lo stato”, alla scandinava.

Per questi “volenterosi” esponenti del “salviamo il capitalismo” il dilemma è grande. Come dice in un intervista al Financial Times Thomas Piketty, economista superstar e autore del best-seller Capital in the 21st century: “Io credo nel capitalismo, la proprietà privata e il mercato”, ma “come facciamo a ridurre la disuguaglianza?” Pensa ad una tassazione globale della ricchezza, che lui stesso considera una “utopia”. La Rothschild vuole che gli azionisti delle società intervenissero sui compensi degli amministratori e la politica ambientale e etica delle loro società. Warren vuole far entrare i lavoratori nei consigli di amministrazione, come accade in Germania da decenni con i consigli dei lavoratori, con scarsi effetti sulla riduzione della disuguaglianza o sulla “consapevolezza sociale” di aziende come Volkswagen o Siemens.

I consigli dei lavoratori hanno ridotto la disuguaglianza e dato ai lavoratori più voce nell’attività delle imprese? Gli studi accademici sono discordanti, ma la maggior parte lascia capire che la cogestione e i consigli sono riusciti soprattutto a spingere la produttività sul posto di lavoro, che è l’obiettivo principale delle imprese, non a migliorare i salari e le condizioni di lavoro.

Le riforme del lavoro avvenute agli inizi degli anni 2000 hanno portato ad una stagnazione dei salari reali e ad una crescita della disuguaglianza, con scarse resistenze da parte dei “consigli dei lavoratori”. Oggi un quarto circa della forza lavoro tedesca, la percentuale più alta della zona euro eccetto la Lituania, riceve un salario basso, che è meno di due terzi del salario medio nazionale. Secondo un recente studio dell’Istituto per la Ricerca sul Lavoro (IAB), la disuguaglianza in Germania è aumentata a partire dagli anni novanta, soprattutto a discapito dei redditi più bassi. Il numero di lavoratori temporanei è triplicato, arrivando a 822.000 unità secondo l’agenzia federale per l’impiego. Da quando c’è l’euro, i salari reali tedeschi sono scesi sotto il livello del 1999, mentre il pil pro-capite è salito di quasi il 30%. In fatto di disuguaglianza e salari reali, le forze della globalizzazione e il capitale sono risultate molto più potenti dei consigli dei lavoratori.

Elizabeth Warren, la Rothschild, Ed Miliband e Thomas Piketty pensano che il capitalismo sia il miglior sistema sociale per tutti. Tutti pensano o sperano che i capitalisti possano essere costretti o persuasi ad agire in modo da ridurre le disuguaglianze, migliorare l’ambiente e investire moralmente. Piketty vuole farlo aumentando le tasse. La Rothschild vuole dare potere agli azionisti. La Warren vuole permessi governativi e i lavoratori nei consigli d’amministrazione. Chiamatelo responsabile, inclusivo o accettabile, ma la realtà è che il capitalismo non produce il bene. Non può.

Uscite d’emergenza

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Intervista della rivista IHU Online a Anselm Jappe.

IHU Online: A partire dalla lettura dei Grundrisse, quali sono gli elementi fondamentali usati da Marx per la sua critica dell’economia politica?

Anselm Jappe: Marx ha scritto i Grundrisse nel 1857-1858, in pochi mesi, nel mezzo di una crisi economica che riteneva essere la crisi definitiva del capitalismo. Gli ci sono voluti altri dieci anni per sviluppare Il Capitale. Secondo certa ortodossia marxista, per la quale Il Capitale costituisce il punto di arrivo di tutta la riflessione di Marx, i Grundrisse non sono altro che uno schizzo, un imperfetto lavoro preparatorio, motivo per cui verranno pubblicati, a Mosca, solamente nel 1939. A partire dal 1968, i Grundrisse sono stati tradotti in inglese, francese, italiano e spagnolo e, nell’ambito della “nuova sinistra”, si affermava da allora che forse questo manoscritto contenesse una versione superiore della critica dell’economia politica, perché meno “scientista”, meno “economicista” e meno “dogmatica”.

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Libera Volpe in Libero Pollaio

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Di Serge Latouche. Fonte: Linkiesta 5 febbraio 2016.

Alla conferenza di Stoccolma del 1972 si disse: «Bisogna uscire dalla crescita». A quella frase l’allora presidente francese Valéry Giscard D’Estaing si oppose. Disse: «Non sarò un obiettore della crescita. Non possiamo uscire dalla crescita. Dobbiamo fare un’altra crescita». Oggi siamo allo stesso punto: per evitare di parlare di decrescita si dice «Facciamo la crescita verde!».

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Una Semplice Riforma

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Di William Gillis. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 6 settembre 2018 con il titolo A Simple Reform. Traduzione di Enrico Sanna.

Se il problema delle tasse è che sono una violenza, allora ogni riformismo fiscale coerentemente e consistentemente libertario come prima cosa dovrebbe diminuire il numero di persone derubate. Questo, ovviamente, significa eliminare completamente le tasse sui più poveri.

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Noi Eravamo Assassini

Robert Capa, Morte di un miliziano.

George Orwell

Questo era ciò che dicevano di noi: che eravamo trotzkisti, fascisti, traditori, assassini, codardi, spie e così via. Ammetto che non faceva piacere, soprattutto quando conoscevi alcuni di quegli autori. Non è bello vedere un ragazzo spagnolo di quindici anni che viene portato via sulla barella, il viso sbiancato, attonito che spunta da sotto la coperta, e pensare a quei tizi in giacca e cravatta che a Londra o Parigi scrivono pamphlet per dimostrare che quel ragazzo è un fascista camuffato. Tra le caratteristiche più orribili della guerra c’è il fatto che tutta la propaganda, tutto quell’urlare e odiare, viene sempre da persone che non combattono. I miliziani del P.S.U.C. che ho conosciuto in prima linea, i comunisti della Brigata Internazionale che incontravo di quando in quando non mi hanno mai chiamato trotzkista o traditore: queste cose le lasciavano ai giornalisti che stavano dietro. Quelli che scrivevano pamphlet contro di noi e che ci insultavano sui giornali stavano al sicuro in casa loro, o alla peggio negli uffici del giornale a Valencia, a centinaia di chilometri dalle pallottole e dal fango. E, tolte le accuse reciproche delle faide partitiche, tutta la solita roba di guerra: il tambureggiare, la posa eroica, l’insulto al nemico; tutto ciò veniva, come al solito, da persone che non combattevano e che in molti casi avrebbero corso per cento chilometri pur di non combattere. Una delle cose più tristi che mi ha insegnato questa guerra è che la stampa di sinistra non è affatto meno falsa e disonesta della stampa di destra. Credo sinceramente che per noi del Governo questa guerra fosse diversa dalle solite guerre imperialistiche; ma a leggere la propaganda di guerra non l’avresti mai intuito. I combattimenti erano appena iniziati che già i giornali, a destra e a sinistra, si erano tuffati nella stessa fogna. Ricordo bene il titolo a nove colonne del Daily Mail: “I ROSSI CROCIFIGGONO LE SUORE”, mentre per il Daily Worker la legione straniera di Franco era “composta da assassini, schiavisti bianchi, drogati e la feccia di ogni paese europeo.” Ancora ad ottobre del 1937 il New Statesman diffondeva la storia dei fascisti che facevano le barricate con bambini vivi (cosa quantomai ardua), mentre Arthur Bryant dichiarava che nella Spagna lealista “l’amputazione della gamba dei commercianti conservatori” era “un fatto comune”. Quelli che scrivono queste cose non vanno mai a combattere; magari credono che scrivere sia un surrogato della guerra. È così in tutte le guerre: i soldati combattono e i giornalisti strillano, e i veri patrioti stanno alla larga dalle trincee, se non per qualche brevissimo tour di propaganda. A volte penso che è un bene che l’aeroplano stia cambiando le condizioni in cui si fa la guerra. Forse alla prossima grande guerra vedremo quello che non abbiamo mai visto prima: un fanatico patriota con una pallottola in fronte.

Fonte: Homage to Catalonia. Traduzione di Enrico Sanna. Immagine: Robert Capa, Morte di un miliziano.