Alternative Infernali

Obbedienza o apocalissi: la strategia della dissuasione

Un saggio di fanta-teoria sui modi di governo che verranno: come l’emergenza Covid-19 sta cambiando i linguaggi e i metodi del potere che, in maniera differente dai “saperi totali” del passato, oggi “non sa, non può, non vuole”

Di Amador Fernández-Savater. Fonte: Dinamo Press, 10 giugno 2020. Traduzione dallo spagnolo di Pierluigi Sullo.

Magari non sono termini evidenti come altri, ma “lockdown” e “allentamento” [in Spagna si usano i termini “escalada” e “desescalada”, come nell’inglese “escalation”, ndt] fanno parte del linguaggio bellico che tantissimi governi hanno scelto per dare senso (“narrazione”) alla loro gestione politica della pandemia. Ossia al loro calcolo particolare costi-benefici.

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A Questo Punto della Cosa

Robert Kurz

Il Libro Nero del Capitalismo: Introduzione alla nuova edizione del 2009

Dalla fine del socialismo di stato nel 1989 alla crisi mondiale del capitale nel 2009

La celebrazione degli anniversari di eventi famosi è uno degli obblighi più noiosi della scena culturale borghese. Se poi l’anniversario ricorre in contesti controversi, in cui c’è poco da celebrare, è meglio ignorarlo. Quando questo libro fu pubblicato per la prima volta, nel 1999, c’era forse ancora qualcosa da commemorare nel mondo dell’ufficialità: il collasso del socialismo avvenuto dieci anni prima. Ancora non si era esaurita l’euforia per la vittoria dei guerrieri occidentali nella guerra fredda. La filosofia accademica proclamava la “fine delle utopie” e il politologo americano Francis Fukuyama “la fine della storia”; il progresso umano aveva raggiunto il suo obiettivo con l’eterna forma sociale “dell’economia di mercato e della democrazia”. Non si finiva più di abiurare ciò che restava del marxismo dottrinale e della sinistra politica, l’ammissione di una realtà compatibile con il mercato diventava un rituale. E la “rivoluzione neoliberale” sembrava imporre con forza la nuova figura dell’estremista di mercato. Allora l’economia capitalista mondiale si trovava all’apice di un rialzo borsistico senza precedenti. I guru del management e gli analisti finanziari annunciavano una new economy che avrebbe spazzato tutte le precedenti teorie economiche.

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L’epidemia del Filosofo

Di Marco D’Eramo, tramite New Left Review. Fonte: LavraPalavra. Traduzione portoghese di Julio d’Avila. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

“Non ci sarà nessuna ripresa. Ci sarà sconvolgimento sociale. Violenza. Le conseguenze saranno sociali e economiche, con la disoccupazione a livelli drammatici. La gente soffrirà moltissimo, alcuni moriranno, altri vivranno malissimo.” Non sono parole di un escatologo, ma di Jaco Wallenberg, discendente di una delle più potenti dinastie del capitalismo globale, che prevede una contrazione dell’economia mondiale del 30% e livelli altissimi di disoccupazione come risultato del confinamento dovuto alla crisi del coronavirus.

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La Macchina per Dormire

Di Alessandro Visalli. Fonte: Tempo Fertile.

Andrew McAfee, Erik Brynjolfsson, “La macchina e la folla. Come dominare il nostro futuro digitale”

Il libro di McAfee e Brynjolfsson​[1] è stato pubblicato nel 2017 e segue di tre anni il best seller di cui abbiamo già parlato​[2], “La nuova rivoluzione delle macchine”​[3]. Ne è in qualche modo un aggiornamento. Se il testo del 2014 impostava il suo discorso sulla base di una sorta di determinismo tecnologico (le tendenze economiche e sociali, per esse l’ineguaglianza di cui in quegli anni si parla molto​[4], sarebbero determinate dall’evoluzione tecnologica, anziché, ad esempio, dalla stagnazione secolare derivante da deficit di domanda e dinamiche demografiche​[5], o da dinamiche del sovraindebitamento​[6]), in questo segue implicitamente la stessa strada e ne esplora le conseguenze più recenti. In modo ancora più pronunciato, in questo testo gli autori prendono posizione per l’esaltazione, sopra ogni rischio tecnologico di disintermediazione del lavoro e della mente umana, della “genialità del libero mercato” e per la sua capacità di “inventare” soluzioni ai problemi che esso stesso crea.

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Viaggio nella Ritradizione

Di Friedericke Gremliza e Roswitha Scholz. Fonte: Obeco online. Titolo originale: Roswitha Scholz: Entrevista à revista konkret, Julho de 2020. Traduzione di Enrico Sanna.

Roswitha Scholz: Intervista alla rivista konkret, luglio 2020

Una crisi come quella del coronavirus aggrava le disuguaglianze sociali in generale. In che misura colpisce le donne?

La questione centrale è che, con la chiusura delle scuole materne e degli asili nido, le donne devono assistere i figli e svolgere i lavori di casa in aggiunta al lavoro a domicilio, ad esempio in telelavoro. Ho letto che molte donne, perlopiù con impieghi part-time, hanno lasciato il lavoro. Un quarto, addirittura.

Questo significa che durante la pandemia c’è stato molto più lavoro non pagato di quanto non si pensi, e che questo è stato svolto in gran parte da donne.

La causa è da ricercarsi nella società patriarcale capitalista, ma anche nella relativa socializzazione dell’uomo e della donna e nella divisione del lavoro tra uomini e donne, il che ha anche un aspetto psicosociale che non dev’essere sottovalutato. E poi c’è il fatto che le donne si sentono più responsabili dell’assistenza, mentre gli uomini badano più alla sfera pubblica e alla produzione.

Se le donne non si sentissero responsabili, e il lavoro connesso alla riproduzione ricadesse sugli uomini, questi lo farebbero?

Quando si dice che le donne dovrebbero rifiutarsi, si risponde spesso che “la struttura è contro”, ovvero che le donne guadagnano meno degli uomini. Al di là di questo, le donne hanno interiorizzato il ruolo, dal patriarcato antico a quello postmoderno e anche postpostmoderno.

In realtà, con la crisi le donne fanno quello che facevano prima, solo in misura maggiore.

È vero. È perché, ovviamente è bene dirlo, nel contesto della pandemia e del contenimento, l’assistenza dei piccoli per esempio è passata alla sfera privata. Si tratta comunque di attività che, come tutta l’assistenza, già venivano svolte professionalmente da donne.

Pensa che le professioni assistenziali siano mal pagate perché si tratta di professioni femminili per natura?

Sì, si tratta di creazioni e attribuzioni profondamente legate al sistema patriarcale capitalista, che fa sì che il lavoro produttivo o le attività professionali stiano nella sfera maschile, mentre le attività svolte nella sfera privata sono meno valorizzate, perché si pensa che le donne lo facciano spinte dalla loro natura. Ma anche le donne che lavorano in ambiti cosiddetti maschili finiscono per sentire questa dissociazione, come la chiamo io, sono considerate delle virago ma poi soprattutto sono ritenute meno competenti.

Cosa è la dissociazione?

Detto semplicemente, significa che le attività legate alla riproduzione sono dissociate dal valore, dal lavoro astratto, e rimesse alla sfera privata assegnata alla donna. Nascono così un dominio pubblico e uno privato. Il tutto ha anche una dimensione psicosociale: a causa della dissociazione, i bambini e le bambine hanno un diverso orientamento: i bambini credono di doversi differenziare dalla madre e dalla femminilità in genere, mentre le bambine devono identificarsi con la madre per poi ereditarne il ruolo assistenziale. A ciò corrisponde tutto il discorso sulla mascolinità e la femminilità.

La dissociazione fa riferimento ad una sorta di lavoro che partecipa alla creazione di valore?

Esatto. Ma non è che il valore imponga la dissociazione. Esiste una relazione dialettica: l’uno non può esistere senza l’altro.

Il lavoro della riproduzione è necessario?

Sì.

E pertanto occorre un asino che lo faccia.

Per così dire.

Torniamo alla crisi del coronavirus: fino a che punto le misure con cui lo stato pretende di alleggerire le conseguenze della pandemia aiutano la donna?

Ammetto di non essermi occupata di queste misure. Da quel che mi è parso, il sussidio di disoccupazione per i lavoratori part-time a molte donne non arriva, raramente viene concesso a chi lavora part-time. Per quanto riguarda l’ambito dell’assistenza, parlando di sussidi alle donne danno una salsiccia vegana (ride). Non credo che il lavoro della donna esca dalla pandemia fortemente valorizzato. La cosa più probabile è che con la crescita del debito pubblico si arrivi ad uno choc della svalorizzazione, credo anche che dalla cornucopia non uscirà più nulla ma arriveranno tagli drastici. Arriveremo ad una rivoluzione dell’assistenza ma in un senso completamente diverso: se lo stato non potrà continuare a finanziare l’assistenza professionale, questa passerà alla sfera privata, e questo per la donna significherà ancora più lavoro…

…che non sarà pagato.

Esattamente.

Ci sarà quello che Angela Merkel e Jutta Allmendinger, del Centro delle Scienze Sociali di Berlino, chiamano “ritradizionalizzazione”?

E come? Il modello della donna-padrona di casa e dell’uomo-sostegno della famiglia è esaurito, già da tanto l’uomo ha finito di dar da mangiare alla famiglia con il suo salario. È già da tanto che la situazione nel suo insieme è cambiata: ora le donne hanno il dovere di portare soldi a casa e di badare alla riproduzione. Ma forse per ritradizionalizzazione s’intende quello che chiamo imbarbarimento del patriarcato: quando le strutture e le istituzioni patriarcali, come la famiglia e la professione, si dissolvono, l’uomo sente ancor più la necessità di dimostrare di essere uomo, e questo il più delle volte lo fa facendo violenza contro la donna.

Se con la pandemia cresce la miseria economica, può accadere che le donne decidano di condividere con altre donne l’attività di riproduzione e educazione dei piccoli. Qualcosa del genere accade nelle cosiddette favelas del Terzo Mondo. Ad ogni modo, il caso è ugualmente problematico se ora il movimento delle donne torna a parlare di solidarietà tra donne, adattandosi perfettamente alle misure adottate per l’amministrazione della crisi: le donne trasformano in concetto emancipatore ciò che è il risultato di una situazione sociale. Si potrebbe dire, con Margareta Stokowski: le donne sono importanti per il sistema, ma il sistema è in ginocchio.

Non è che il discorso della ritradizionalizzazione è problemaico anche in quanto procede come se fossimo più avanti di quanto non siamo?

Per un verso è di fatto così, procediamo come se fossimo più avanti di quanto non siamo realmente. Al contrario di quel che si diceva negli anni novanta, però, ora è molto più evidente che la distribuzione dei ruoli ancora non è stata superata. D’altro canto oggi non c’è molta voglia di rivedere gli anni novanta. Tutto il discorso femminista è diventato marxista, di un marxismo quasi volgare. Ma non siamo più negli anni cinquanta. Il grado d’istruzione delle donne è alto, l’accesso alla contraccezione più facile, c’è stata una razionalizzazione del lavoro domestico e così via. Ma quanto alla divisione tra i due ruoli della produzione e della riproduzione non è cambiato praticamente nulla. Qui il patriarcato è rimasto.

I pari diritti sono possibili nel capitalismo?

La sua domanda mi pone un problema, perché presume una parità pienamente immanente. Lo stesso fa Jutta Almendinger, per la quale il capitalismo in questo senso non esiste. Per lei, non esiste il contesto in cui avviene la discriminazione di genere. Pone il tutto in termini ridotti: la donna è pari all’uomo o no? All’interno della teoria della dissociazione e del valore la questione non esiste.

Dunque nel capitalismo la parità di diritti non è possibile?

No, non è possibile. E io come donna non voglio essere doppiamente socializzata. Non voglio né l’impiego né la famiglia. Né la professione e la carriera maschile, né la maternità mi attraggono come modello.

…tanto meno tutte e due. Che già è stress puro.

È uno stress totale. Le donne pescano una carta truccata.

Un’ultima domanda, per chiarire: il “barbaro patriarcato” ricompare quando la situazione economica è particolarmente brutta?

Questa non è più una crisi congiunturale, ma strutturale. Il capitalismo è in decadenza, trovo molto sospette certe questioni populiste della sinistra, soprattutto l’adozione di un rozzo marxismo di classe, a parte il fatto che la classe operaia non esiste più in questa forma. Siccome gli operai sono quasi scomparsi, si applica il titolo di classe operaia ad altri gruppi: i senzatetto, i lavoratori stagionali, i prestatori di servizi… Si distorce il concetto di classe per far passare un certo discorso “contro chi sta in alto”. Dicono “espropriamo Zuckerberg”, o chi ha gli hedge fund, o chi ha lo yacht a Saint-Tropez… cose del genere. Tutto quanto nell’insieme assume nuovamente un carattere antisemita: Zuckerberg, Wall Street e quel male che è l’astrazione.

C’è un manifesto firmato da Nancy Fraser, Cinzia Arruza e Tithi Bhattarchaya dal titolo Femminismo per il 99%, che contiene espressioni come: “I tentacoli del sistema finanziario stringono la struttura sociale” oppure “Il flagello dell’astrazione quantitativa”; il che mi fa orrore. Il problema è che la socializzazione della dissociazione e del valore è un processo anonimo, e quando si diffonde il panico si cercano colpevoli contro cui puntare il dito. È sempre così. Gli intellettuali ci fanno sopra un gran baccano, quando dovrebbero invece spiegare che le cose non sono così semplici. Invece inquinano le loro teorie con queste sciocchezze. La mia impressione è che più è profonda la crisi e più queste cose si diffondono.

Originale: Ich will weder Beruf noch Familie in: revista konkret 7/2020. Traduzione portoghese di Boaventura Antunes.

Ecomarx

Di Michel Löwy. Fonte: Blog da consequencia del 3 agosto 2019. Originale pubblicato su Viento Sur.

Marx e l’ecosocialismo

Kohei Saito, Karl Marx’s Ecosocialism – Capitalism, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, New York: Monthly review Press, 2017, 308 pagine.

Le principali correnti ecologiste rifiutano le idee di Marx, considerato un produttivista insensibile alle questioni ideologiche. Un corpus di scritti ecomarxisti, sviluppatosi recentemente negli Stati Uniti, contraddice questo luogo comune.

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