Danzando sulla Tomba del Keynesianesimo


[Di Gary North. Originale pubblicato su GaryNorth.com il 25 agosto 2012. Traduzione di Enrico Sanna.]

Il collasso dell’Unione sovietica nel mese di dicembre 1991 fu la più bella notizia della mia vita. Il mostro era morto. Non è che l’URSS semplicemente affondò. È che tutta la mitologia della violenza rivoluzionaria come via alla rigenerazione sociale, promossa fin dalla rivoluzione francese, affondò con essa. Come ho scritto nel mio libro del 1968, il marxismo è la religione della rivoluzione. E il marxismo morì istituzionalmente l’ultimo mese del 1991.

Eppure noi non possiamo dimostrare chiaramente che “l’Occidente” ha sconfitto l’Unione Sovietica. A sconfiggere l’Unione Sovietica fu la pianificazione economica socialista. L’Unione Sovietica si basava sul socialismo, e il calcolo economico in un mondo socialista è irrazionale. Ludwig von Mises nel 1920 spiegò perché nel suo articolo “Economic Calculation in the Socialist Commonwealth”. Dimostrò con teoria accurata l’errore di ogni pianificazione socialista. Dimostrò perché il socialismo non poteva competere con il libero mercato. Non ha un mercato di beni capitali, e dunque chi fa i piani economici non può allocare capitali in modo da soddisfare le principali richieste del pubblico.

Il mondo accademico non prese sul serio le argomentazioni di Mises. Negli anni venti il socialismo era così popolare che per più di quindici anni non gli replicarono. Quando finalmente un economista di spicco, che in realtà non era un economista di spicco ma un comunista polacco, scrisse la replica, divenne molto famoso. Il suo nome era Oscar Lange. Era uno scribacchino. Insegnava all’università di Chicago. Non aveva una sua teoria economica. Subito dopo la seconda guerra mondiale tornò in Polonia, rinunciò alla cittadinanza americana, e divenne un burocrate di spicco del governo polacco. Fu il primo ambasciatore polacco negli Stati Uniti scelto direttamente da Stalin. Era un marxista. Era un comunista. Era uno scribacchino. Passò la sua carriera con un dito alzato, per vedere da che parte soffiava il vento. Quanto alla sua critica di Mises, la Polonia non seguì mai le cosiddette pratiche organizzative scritte da lui, né mai lo fece alcun altro paese socialista.

Così l’unica importante confutazione accademica delle teorie di Mises fu fatta da uno scribacchino che passò al comunismo secondo le convenienze. E però fu acclamato come un brillante economista per la sua presunta confutazione di Mises. Il mondo accademico non ammise mai la natura di Lange, che era uno scribacchino comunista. Non ammise mai che la sua presunta alternativa al libero mercato non fu mai adottata da un paese socialista. Il fatto semplice è che per più di cinquanta anni il mondo accademico si appigliò alla sua totalmente ipotetica alternativa al sistema di allocazione dei capitali del libero mercato. Il mondo accademico non volle mai apprendere la verità.

Finalmente, quando alla fine degli anni ottanta il fallimento economico dell’Unione Sovietica diventò innegabile, un professore multimilionario socialista di nome Robert Heilbroner scrisse un articolo, After Communism, per il quotidiano New Yorker (10 settembre 1990), che non è una rivista accademica, e ammise di aver sempre creduto, in tutta la sua carriera, a quello che gli era stato insegnato nei corsi di specializzazione, ovvero che Lange aveva ragione e Mises torto.

Allora scrisse queste parole: “Mises aveva ragione”.

Heilbroner scrisse The Worldly Philosophers, il libro di testo più popolare mai scritto sul pensiero economico. Divenne multimilionario con i diritti d’autore. Nel libro non citò neanche l’esistenza di Mises. Anche lui era uno scribacchino; uno scribacchino raffinato, ma sempre uno scribacchino. Era molto rispettato nel mondo accademico. Il mondo accademico lo rese ricco.

La comunità accademica è intellettualmente corrotta. Segue le manie e non reagisce alla verità. La sopprime. L’ho notato fin dall’inizio della mia carriera, molto prima di arrivare al dottorato. La gilda di un qualunque dipartimento universitario si comporta come tutte le gilde: in questioni controverse non riconosce la verità finché una delle due parti non perde il potere. Finché dura l’impressione che una delle parti detenga il potere, come nel caso dei comunisti tra il 1917 e il 1991, non c’è mai una sfida diretta alla comunità accademica. Il mondo accademico discuteva di questo o quell’aspetto sbagliato del sistema sovietico, generalmente riguardo la libertà di parola. Quanto ai principi della pianificazione economica comunista, però, non ci fu mai una critica profonda del sistema, e mai nessuno, dentro il mondo accademico, vide la debolezza del comunismo messa a nudo dall’articolo di Mises nel 1920.

L’Unione Sovietica fu sempre un fallimento economico. Nel 1991 era povera in canna. Era, come la definì il giornalista conservatore Richard Grenier, il Bangladesh con i missili. Tolta Mosca, nel 1990 i russi vivevano in una povertà paragonabile a quella dell’America della metà dell’ottocento, ma con molta meno libertà. Ma questo, quando io andavo a scuola negli anni sessanta, agli studenti non si diceva mai. C’erano alcuni economisti che ne parlavano, ma ricevevano poca pubblicità, non erano famosi, e i loro libri non erano mai compresi nei corsi. L’approccio standard della comunità accademica era: l’economia sovietica funziona ed è una valida alternativa al capitalismo.

Paul Samuelson fu l’economista accademico più influente della seconda metà del 20º secolo. Scrisse il testo introduttivo più venduto di tutta la storia dei corsi di economia. Nel 1989, con l’economia sovietica al collasso, scrisse sul suo libro di testo che il sistema sovietico di pianificazione economica era la prova che la pianificazione centrale può funzionare. Nel 1990, Mark Skousen lo inchiodò con il suo libro, Economics on Trial. David Henderson lo ha ricordato sul Wall Street Journal nel 2009.

Paul Samuelson faceva incredibili orecchie da mercante quando si parlava di comunismo. Già negli anni sessanta, l’economista G. Warren Nutter, dell’università della Virginia, aveva dimostrato empiricamente che la tanto vantata crescita economica sovietica era un mito. Samuelson non ci fece caso. Nell’edizione del 1989 del suo libro di testo, Samuelson, assieme a William Nordhaus, scrisse: “l’economia sovietica dimostra, contrariamente a quello che credono molti scettici, che un’economia socialista a comando può funzionare e anche prosperare.”

Il creatore della cosiddetta sintesi Keynesiana, nonché primo nobel americano per l’economia, era cieco come un pipistrello davanti al più importante fallimento economico del mondo moderno. Due anni dopo l’URSS si sfasciò completamente, come una ditta fallita. Samuelson non vide mai il treno che arrivava. Le persone concettualmente cieche non lo vedono mai.

L’Era Keynesiana Si Avvicina alla Fine

Dico questo per darvi una speranza. I keynesiani oggi sembrano dominare. Dominano perché si sono inseriti nelle gerarchie del potere politico. Fanno i profeti di corte, l’equivalente dei profeti babilonesi poco prima che i medo-persiani conquistassero il paese.

Hanno incarichi in tutte le maggiori istituzioni accademiche. Sono i primi consiglieri del governo federale. Sono la fazione di gran lunga dominante dentro la Federal Reserve. I loro principali oppositori istituzionali sono i monetaristi, e i monetaristi credono nella moneta di carta tanto quanto i keynesiani. Odiano l’idea di un sistema aureo. Odiano l’idea che il mercato possa produrre il denaro.

Gli economisti della Federal Reserve non si sentirono oltraggiati quando Ben Bernanke e il Federal Open Market Committee (FOMC) alla fine del 2008 pomparono la base monetaria da 900 a 1.700 miliardi di dollari, per poi arrivare a 2.700 miliardi a metà del 2011. Questa espansione della massa monetaria non ha fondamento in nessuna teoria economica. Fu una decisione interamente ad hoc. Fu la mossa disperata con cui il FOMC cercava di evitare il collasso del sistema, di quello che loro ritenevano un collasso. Le prove sono dubbie. In ogni caso, pomparono la base monetaria e nessuno nel mondo accademico, tranne una manciata di economisti di scuola austriaca, si lamentò dicendo che questo era un tradimento del sistema monetario sconnesso da qualunque teoria economica.

Alla fine, i keynesiani affronteranno quello che i marxisti affrontano dal 1991. Pochi mesi, letteralmente, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, quando il Partito Comunista semplicemente chiuse bottega e trafugò i soldi che erano nel forziere del partito, ogni rispetto verso il marxismo scomparve dal mondo accademico. Il marxismo divenne uno zimbello. Ad eccezione di alcuni professori inglesi, una manciata di vecchi studiosi di scienze politiche a stipendio, e il gruppo sparuto di economisti della Union of Radical Political Economists (URPE), alla fine del 1992 nessuno voleva ammettere di essere un difensore del marxismo, e di aver sostenuto la pianificazione economica sovietica. Diventarono paria da un giorno all’altro. Perché il mondo accademico, allora come oggi, si basa sul potere. Se hai una parvenza di potere il mondo accademico ti ama, ma quando quel potere non c’è più finisci in quello che Trotsky chiamò l’immondezzaio della storia.

Non c’è dubbio che questo accadrà ai keynesiani, così come è accaduto ai marxisti. In effetti i keynesiani l’hanno fatta franca. La fanno franca da sessant’anni. Il loro sistema è illogico. Incoerente. Gli studenti che seguono i corsi di economia non ricordano mai pienamente le sue categorie. Perché sono categorie illogiche. Confidano sull’idea che la spesa pubblica stimola l’economia, ma non sanno spiegare come fa il governo a procurarsi il denaro per lo stimolo senza allo stesso tempo ridurre la spesa nel settore privato. Il governo deve rubare i soldi per stimolare la crescita, ma questo significa che i soldi rubati ai privati non possono essere più usati per la crescita economica.

Il sistema economico di Keynes è un’idiozia. Un decennio dopo l’altro, però, i keynesiani se la cavano con idiozie. Nessun loro collega gli chiederà mai di renderne conto. Vanno avanti allegramente sulla strada dell’economia mista, come se quella strada non portasse verso alla distruzione economica. Sono esattamente come gli economisti e gli accademici marxisti degli anni sessanta, settanta e ottanta. Non sanno che stanno andando incontro al precipizio assieme ad una economia occidentale carica di debiti e speculazioni basate sul prestito. Non lo sanno perché nel nome delle teorie keynesiane confidano nel sistema bancario frazionario, che non è sostenibile né in teoria né in pratica.

Il problema che ad un certo punto, come nazione e come civiltà, ci troveremo davanti è questo: nei corridoi del potere non esistono teorie economiche complete che dicano agli amministratori di un sistema fallito cosa fare dopo il collasso. Questa era la realtà nel blocco sovietico nel 1991. Questo è la realtà in politica. Questa è la realtà in tutti gli aspetti dello stato sociale-militare. Quelli che stanno in cima assisteranno ad un disastro completo, e non saranno capaci di ammettere a nessuno che è stato il loro sistema a produrre il disastro. Perciò non produrranno cambiamenti di fondo. Non ristruttureranno il sistema decentralizzando il potere e riducendo drasticamente la spesa pubblica. Sarà il collasso del mercato dei capitali a costringerli a decentralizzare.

Quando crollò l’Unione Sovietica nessuno nel mondo accademico occidentale sapeva spiegare perché. Non sapevano spiegare quale meccanismo innato aveva portato l’economia sovietica al crollo totale, né sapevano spiegare perché nessuno del loro campo lo aveva previsto. Judy Shelton l’aveva previsto, ma molto tardi: nel 1989. Nessun altro l’aveva previsto, perché al di fuori degli austriaci il mondo accademico aveva rigettato le tesi di Mises sul calcolo economico in un mondo socialista. Nessuno di loro era disposto a riconoscere la verità delle critiche misesiane, perché Mises era critico ad un tempo delle banche centrali, dell’economia keynesiana, e dello stato sociale. Non potevano accettare la sua critica del comunismo esattamente perché Mises usava gli stessi argomenti contro di loro.

L’occidente non seppe approfittare del crollo dell’Unione Sovietica proprio perché aveva preferito Keynes a Mises. L’occidente era compromesso con la pianificazione mista di Keynes, teoria e pratica, così come i sovietici lo erano con Marx. Da qui l’esaltazione dello stato sociale occidentale e della democrazia visti come sistema vincente, mentre avrebbero dovuto elogiare il sistema economico austriaco. Nessuno vede che il sistema occidentale basato sulla moneta di carta sta percorrendo la stessa strada accidentata che ha portato l’Unione Sovietica al crollo.

Non fu una vittoria dell’occidente, se non quando Reagan gonfiò la spesa militare e i sovietici cercarono stupidamente di stargli appresso. Questo alla fine “sbancò” l’Unione Sovietica. Il paese era ridotto così male da non avere riserve di capitali sufficienti a stare appresso agli Stati Uniti. Quando nel 1991 l’Iraq, suo stato surrogato, fu malamente sconfitto nella guerra del golfo, l’autostima dei militari sovietici semplicemente collassò. Questo avvenne dopo la devastante sconfitta psicologica del ritiro dall’Afghanistan nel 1989. Queste due sconfitte, assieme al fallimento economico del paese, portarono al crollo dell’Unione Sovietica.

Le disponibilità scoperte dello stato sociale americano, che oggi assommano a oltre 200.000 miliardi di dollari, fanno capire la destinazione del governo keynesiano di questa nazione: il default. Per giunta è intrappolato nella palude afgana. Verso la fine di questo decennio il governo getterà la spugna. Questo non avrà lo stesso effetto che ha avuto sull’Unione Sovietica, perché il nostro non è uno stato militare totale. Ma sarà una sconfitta comunque, e la stupidità di tutta l’operazione sarà sotto gli occhi di tutti. L’unico politico che ne trarrà vantaggio è Ron Paul. Lui fu abbastanza saggio da opporsi nel 2001, e fu l’unico a farlo. Anche altri votarono contro, ma nessuno ne ricavò la notorietà che ne ricavò lui. Nessun altro possiede idee in materia di politica estera che giustificano lo stare fuori. La sua opposizione non fu una questione pragmatica; fu filosofica.

Lo stato sociale-militare, l’economia keynesiana e il Consiglio per le Relazioni Estere subiranno grosse sconfitte quando il sistema economico finalmente crollerà. E il sistema crollerà. Non è chiaro cosa farà scattare la molla, ma è ovvio che il sistema bancario è fragile, e l’unico appiglio sarà la moneta di carta. Il sistema sta succhiando produttività dalla nazione perché la Federal Reserve, finanziando il debito pubblico, sta trasferendo produttività e capitali dal settore privato verso quei settori sovvenzionati dal governo federale.

Dopo il Crollo

Ci sarà un grande parapiglia ideologico tra economisti e sociologi sulle cause che avranno portato il sistema al crollo, e su cosa prenderà il suo posto. Dall’università non verranno risposte coerenti. La soppressione della verità nelle università va avanti da mezzo secolo, come dimostrano l’elogio diffuso della Federal Reserve, e la sua reputazione non si riprenderà. Non deve riprendersi. Tutta la comunità accademica è a favore dello stato sociale-militare, e non sopravviverà al crollo del sistema. Diventerà uno zimbello.

Non è chiaro chi sarà il vincitore. Prima di cominciare a capirlo potrebbe passare una generazione. Molti rivendicheranno il merito, ognuno con le sue soluzioni, e tutti insisteranno nel dire di aver visto la crisi arrivare. Tranne gli austriaci, tutti avranno difficoltà a dimostrarlo.

Ecco perché è importante che la gente capisca cosa c’è di sbagliato nel sistema attuale, e che lo dicano pubblicamente.

Ecco perché le confessioni cristiane non avranno molto da dire; perché le confessioni, la cristianità in generale, non hanno niente di originale da dire riguardo lo sviluppo dello stato sociale-militare.

Gli analisti con gli argomenti migliori sono gli austriaci. Il problema è se riusciranno a moltiplicarsi, o attrarre studiosi, o formarli abbastanza in fretta, alcuni di loro in posizione preminente. Però sappiamo questo: al di fuori della scuola austriaca negli ultimi settant’anni non c’è stata alcuna critica sistematica alle teorie e alle politiche di Keynes. Solo i marxisti sono stati altrettanto critici, e la loro nave è affondata nel 1991.

I keynesiani si parlano tra loro. Non cercano convertiti. Pensano di non averne bisogno. Gli austriaci, essendo un gruppo minoritario, cercano di persuadere i non austriaci. I keynesiani sono stipendiati per scrivere roba inconcludente, piena di formule senza senso che partono dal principio che la realtà non esiste. Gli austriaci cominciano dalla realtà: l’azione umana dell’individuo. I keynesiani, quando scrivono pubblicamente, offrono conclusioni, non spiegazioni. Gli austriaci cercano di spiegare la loro posizione, perché sanno che il pubblico non ha familiarità con i fondamenti dell’economia di scuola austriaca.

Quando ci sarà il crollo, gli austriaci spiegheranno cosa è successo e daranno le colpe ai keynesiani: “Il loro sistema ha fallito. Loro sono stati al comando fin dal 1940.”

I keynesiani daranno le colpe ai keynesiani che non avranno fatto abbastanza: “la stessa cosa ma di più”. Già lo vediamo in “Krugman contro Bernanke”.

Economisti Austriaci Separati

La battaglia si combatterà e si vincerà fuori dagli ambienti accademici. È qui che gli austriaci devono imparare a combattere.

Nel mondo accademico, per guadagnarsi lo stipendio, l’assistente deve andare a genuflettersi davanti all’altare di Keynes. Dopo la conquista dello stipendio, la maggior parte degli anti-keynesiani non riesce a perdere l’abitudine. Indorano la pillola della critica al keynesianesimo. Svolgono il ruolo degli oppositori leali. Tra questi ci sono anche alcuni austriaci: quelli spaventati dalla retorica del Mises Institute e da LewRockwell.com. Sono i separati.

Ricordo che una volta un economista accademico di scuola austriaca mi disse che ero troppo drastico verso il keynesianesimo, troppo sprezzante nella retorica. “Come fai a sostenere certe cose?” mi chiese. Io risposi: “Posso farlo. E lo faccio.” Era il 1992. Lui non è cambiato. Neanche io.

Noi due abbiamo un pubblico diverso. Lui insegna a 130 studenti tre giorni la settimana, otto mesi l’anno, in una università minore finanziata dallo stato e priva di importanza nel circolo di scienze economiche. Io ho 120.000 persone nella mia mailing list, 70.000 dei quali cinque giorni la settimana, più i lettori su LewRockwell.com due giorni la settimana per 52 settimane l’anno. Io posso andare giù di brutto con i pivelli keynesiani. Lui deve stare attento a quello che dice se vuole guadagnarsi i favori di quelli che hanno opinioni che contano nel mondo accademico. Lui ha speso la carriera con un occhio ai keynesiani che governano le gilde accademiche nelle scienze economiche, e che fanno le regole che lui, straniero tollerato appena, deve rispettare. Io ho speso la mia carriera avvertendo la gente che l’imperatore è nudo, e che i suoi sarti sono in maggioranza keynesiani, con alcuni monetaristi che fingono di fare l’orlo alle vesti invisibili. Io non rispetto le regole retoriche (“sii cortese”) che gli accademici impongono a chi li critica dentro il mondo accademico. “Siediti nell’angolo e aspetta il tuo turno. Tra quindici minuti tocca a te. Sii cortese quando arriva il tuo turno.” Questo non è il mio stile.

Conclusione

Faccio una valutazione ottimistica: i cattivi perderanno. Le loro politiche stataliste porteranno una distruzione che non sapranno spiegare. I loro appelli saranno rigettati. “Dateci più tempo. Ci basta solo un po’ più di tempo. Possiamo sistemare tutto, se solo ci lasciate andare più in profondità nei vostri portafogli.”

Nel lunghissimo termine i buoni vinceranno, ma nel periodo di mezzo ci saranno grandi dispute su quale gruppo avrà il diritto di danzare sulla tomba del keynesianesimo.

Tirate fuori le scarpe da danza. Tenetele ben lucide. Il nostro giorno si avvicina.

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