Teoria della Conoscenza


[Di Enrico Sanna]

L’undici marzo 1985 Michail Sergeevič Gorbačëv divenne segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Nel giro di poco tempo l’occidente arrivò ad amarlo. Per i russi era il segretario generale del partito comunista. Un capoccia. Come quello che c’era prima. Come quello che c’era prima di quello che c’era prima. Gli occidentali lo consideravano un democratico. Si sbagliavano. Voleva riformare il comunismo per perpetuarlo. Questo lui stesso l’ha sempre detto. Voleva salvare il giocattolo socialista. Finì per romperlo irrimediabilmente. Nessuno l’aveva capito. I russi non hanno mai cambiato opinione su di lui. Un capoccia.

Gorbačëv era un uomo micidiale. Nel senso di molto efficace e nel senso di ciò che procura la morte. In un certo senso, era Krusciov al contrario. Quest’ultimo si toglieva una scarpa e la pestava sul tavolo quando si trovava all’estero. Gorbačëv faceva lo stesso nel soggiorno di casa. Il suo orizzonte politico aveva alle sue estremità due parole di sua invenzione, perestroika e glasnost: ricostruzione e trasparenza. La ricostruzione gli venne così così. Le fondamenta erano marce. Yuri Maltsev, che fu consigliere economico di Gorbačëv, ha tante storie divertenti a proposito della perestroika. Con la trasparenza Gorbačëv andava forte.

A Mosca!

Prendeva una troupe di giornalisti occidentali e li portava in visita guidata nelle gallerie di avanzamento delle grandi miniere burocratiche sovietiche. Apriva una porta a caso. “Non c’è nessuno. Vede? Guardi qui. Dovrebbero essere al lavoro e invece non c’è nessuno.”

Acchiappava un povero Ivan Ivanovič che girava per i corridoi. “Come mai non c’è nessuno in questo ufficio?”

Lo sciagurato Ivan farfugliava. “Ah… Non… aah… no… non lo so… aah… compagno Michail Sergeevič. Io… aah… Può essere che sono impegnati da qualche parte. Mmh.”

La troupe occidentale zumava sugli occhi tondi di Ivan. La telecamera ti mostrava il suo rosso labbro caucasico.

“Venite. Andiamo un po’ a vedere quegli uffici di là in fondo.”

Il compagno Michail Sergeevič andava in fondo al corridoio e spalancava un’altra porta. Dentro c’era una signorina. Vedendo la troupe, le veniva in mente che doveva mettere in ordine dei fogli, o contarli, o fare qualcosa di molto impegnativo.

“Quanti siete qua dentro?” diceva il compagno.

“Sette.”

“Sette! Ha sentito? In questo ufficio dovrebbero esserci sette dipendenti. Sette! E ce n’è solo una.”

La troupe zumava anche sulla signorina.

“E come mai ci sei solo tu, compagna?”

“Non lo so. Sono di un altro ufficio, compagno Michail Sergeevič. Non lo so perché non ci sono gli altri. Sono entrata qui e…”

Gorbačëv era come il proprietario di un ristorante che svergogna i dipendenti davanti alla clientela. “Questa roba è rancida. Il formaggio ha la muffa. E guardate lì, ci sono gli scarafaggi che corrono per la cucina.” I clienti guardano in silenzio.

C’era la storia di una fabbrica ferma da mesi. Mandarono un ispettore. “Come mai non producete?” “Abbiamo le macchine guaste. Ci servono i pezzi di ricambio.” “E che ci vuole a prenderli?” “Bè, il deposito è a un centinaio di chilometri da qui.” “E allora mandate qualcuno a prenderli, no?” “È quello che dovevamo fare, ma abbiamo i camion fermi.” “E perché?” “Bè, sono guasti e non ci sono pezzi di ricambio per aggiustarli.”

Gorbačëv portava gli occidentali a vedere le navi della gloriosa Armata Rossa che arrugginivano nel Baltico. Parlava di tutto quello che non funzionava in Unione Sovietica. Diceva che non funzionava nulla. Non era vero. Il socialismo funzionava. Come aveva previsto Ludwig von Mises, il paese era una rovina esemplare.

I giornalisti occidentali pensavano: “Questo è un tipo tosto. Adesso sistema tutto. Questo è quello che ci vuole. Un tipo tosto.” Gli occidentali non capivano. Erano ideologicamente incapaci di vedere. I russi guardavano gli uffici vuoti. Guardavano Ivan che farfugliava. Guardavano la signorina che muoveva fogli sulla scrivania. Guardavano il nulla effettivo.

A Roma!

Il 24 agosto del 410 dopo Cristo, i visigoti di Alarico entrarono a Roma e la saccheggiarono, senza intoppi, per tre giorni. Erano passati 797 anni dall’ultima volta che un esercito di barbari si era degnato di visitare la città. L’ultima volta erano stati i galli di Brenno, nel 387 avanti Cristo. Militarmente, tra la banda di Brenno e quella di Alarico non c’era differenza. Le popolazioni barbare erano rimaste nelle stesse condizioni primitive per otto secoli. Nel frattempo, Roma era cresciuta. Era diventata ricca. Era diventata potente. Ad un certo punto aveva cominciato a fare quello che fanno tutti gli imperi: aveva operato per la sua distruzione.

L’impero romano andò in crisi già durante il primo secolo. Si può dire che l’impero è l’inverno di Roma. O almeno il tardo autunno. L’impero costava più di quello che rendeva. Per pagare i conti ricorsero ad un sistema che a quei tempi dovette apparire geniale: la svalutazione della moneta.

Quando gli servivano soldi lo stato ritirava le monete, le fondeva, aggiungeva metalli non nobili e le ridistribuiva punzonandoci sopra lo stesso valore di prima. Le moderne banche centrali fanno lo stesso pigiando qualche tasto su un computer.

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