Il Nesso tra Violenza e Antidepressivi


[Di Peter R. Breggin. Articolo originale pubblicato su Variety il 26 aprile 2013 con il titolo Scrutinizing violence’s ties to antidepressants. Traduzione di Enrico Sanna.]

“Sono fin troppi i casi in cui gli psicofarmaci causano o contribuiscono ad orrendi atti violenti.”

Le industrie farmaceutiche hanno compiuto grossi sforzi per impedire che la popolazione e i professionisti della salute vengano a sapere che gli antidepressivi possono provocare violenza e suicidio.

Joe Wesbecker aveva minacciato i suoi colleghi in passato, ma mai era stato violento. Nel 1989, Wesbecker fu messo in cura con il Prozac (fluoxetine). Un mese dopo cominciò ad accusare nervosismo e allucinazioni. Sospettando che la causa fosse il Prozac, il suo psichiatra sospese la cura. Due giorni dopo, con gran parte dei medicinali ancora nel suo organismo, un Wesbecker pesantemente armato entrò nel suo ex luogo di lavoro a Louisville, Kentucky, uccise otto persone e ne ferì molte altre.

Sopravvissuti e famigliari denunciarono la ditta Eli Lilly per negligenza nella commercializzazione del Prozac, e il caso andò a giudizio nel 1994. Un tribunale dell’Indiana e un gruppo di avvocati nominò me come perito per più di cento casi combinati contro la Eli Lilly, casi che riguardavano episodi di violenza e suicidi causati dal Prozac. Con quel ruolo, diventai perito scientifico e medico per il caso Wesbecker.

Il procuratore che si occupava del caso Wesbecker morì. La mia impressione fu che il sostituto facesse di tutto per scoraggiare ogni mio tentativo di aiutarlo a prepararsi per il processo. Teneva moltissime informazioni fuori dalla mia conoscenza e si rifiutava di rispondere al telefono. Ancora la sera prima del processo si rifiutò di parlare con me; frustrato, gli buttati tra le mani un mazzo di appunti preparati accuratamente e gli dissi: “O mi fa queste domande o perdiamo il processo.”

Quando il giorno dopo testimoniai, il procuratore cercò di soffocare alcune delle testimonianze più importanti che io avevo portato in appoggio alla sua causa contro la Eli Lilly. Alcuni giurati votarono a favore della negligenza della società, ma la Lilly vinse la causa con nove giurati a favore contro tre. Un altro voto contro e il verdetto sarebbe rimasto in sospeso. La Eli Lilly e la grande stampa parlarono del processo come se avesse esonerato per sempre il Prozac e la ditta.

Dopo il processo non riuscii a capire se l’avvocato del caso Wesbecker fosse incompetente o, come sospettava mia moglie Ginger, comprato dalla Eli Lilly per far cadere il caso. Il giudice di prima istanza, John Potter, scoprì successivamente che il processo era stato aggiustato.

Il giudice Potter rigettò il verdetto manipolato e lo cambiò in: sistemato dalla ditta farmaceutica “con pregiudizio”. Stavolta i giornali non riportarono l’incredibile svolta del caso. Anche se ne parlo a lungo nel mio libro del 2008, “Medication Madness” (Follia Terapeutica), a tutt’oggi il vero risultato del processo resta relativamente sconosciuto anche tra psichiatri e esperti legali.

Columbine

Nel 1999, Eric Harris e Dylan Klebold, massacrarono studenti e un membro della facoltà alla scuola superiore di Columbine, in Colorado. Io ero perito psichiatrico in alcuni casi attorno al massacro, nessuno dei quali andò a processo. Consultando la documentazione medica, scoprii che un anno prima Harris aveva cominciato a prendere l’antidepressivo Luvox, prima di cominciare ad avere grossi disturbi. Harris prese il Luvox per un anno, diventando sempre più violento e pieno d’odio. Dall’autopsia risultò che la quantità di Luvox nel sangue era significativa.

Un giorno un sedicenne di Manitoba, in Canada, affondò improvvisamente un coltello nel petto di uno dei suoi migliori amici, uccidendolo. Il giovane, che non aveva precedenti di violenza o di squilibri mentali, era stato messo in cura con il Prozac tre mesi prima dell’assassinio. Quando sua madre disse allo psichiatra che il Prozac stava facendo peggiorare suo figlio, il medico aumentò la dose. Diciassette giorni dopo, senza alcuna provocazione degna di nota, l’adolescente uccise il suo amico.

Aurora

Prima di compiere il massacro nel teatro di Aurora, in Colorado, nel 2012, James Holmes era stato messo sotto cura psichiatrica presso la clinica universitaria. Considerato che lo psichiatra che l’aveva in cura era preoccupato per la sua pericolosità, è quasi certo che Holmes fosse sotto l’effetto di psicofarmaci o in astinenza quando uccise.

A proposito del massacro di Newtown, non sappiamo se lo sparatore, Adam Lanza, prendesse psicofarmaci al momento della sparatoria, anche se un articolo del Washington Post del quattordici dicembre riporta la dichiarazione di un amico di famiglia secondo il quale Lanza “era in cura”. Secondo molti indizi, questa persona dalla vita appartata sarebbe stata in cura psichiatrica.

Da notare che tutti e cinque questi individui (Wesbecker, Harris, Holmes, Lanza e il giovane canadese) erano in terapia psichiatrica poco prima di aver commesso gli atti violenti. A questi si aggiunge lo sparatore del[l’istituto superiore] Virginia Tech, che era stato ricoverato in una clinica psichiatrica un anno prima che uccidesse i suoi compagni di classe.

Questi eventi confermano che il trattamento psichiatrico, con la sua tendenza a prescrivere medicine psicoattive, non impedisce affatto gli atti violenti. Al contrario, gli psicofarmaci contribuiscono a questi orrendi atti violenti. Le cure psichiatriche sono una causa, non una cura, della violenza di massa; cercare aiuto nel trattamento psichiatrico servirà solo a sviare l’attenzione dalle soluzioni che davvero funzionano.

Peter R. Breggin, del Maryland, è psichiatra e autore di molti libri, tra cui “Medication Madness” (2008), e articoli scientifici che parlano degli effetti negativi dei medicinali. Il suo ultimo libro del 2013 si intitola “Psychiatric Drug Withdrawal: A Guidebook for Prescribers, Therapists, Patients and their Families” (L’Astinenza da Psicofarmaci: Una Guida per Medici, Terapisti, Pazienti e le Loro Famiglie).

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