Liberate i Mercati per Salvare l’Europa


[Di Frank Hollenbeck. Originale pubblicato il 19 ottobre 2013 su Mises Institute con il titolo To Save Europe, Free the Markets. Traduzione di Enrico Sanna.]

L’attuale strategia economica europea consiste nel tirare a campare. In quasi tutti i paesi europei il debito continua a lievitare e la crescita sembra un ricordo dimenticato. Il giorno della resa dei conti è dietro l’angolo. Come disse una volta Rudi Dornbush, “[l]a crisi impiega molto tempo ad arrivare, ma quando arriva è molto più rapida di quanto immagini, e questo è esattamente quello che è accaduto in Messico. C’è voluta un’infinità e poi è bastata una notte.”

Per ottenere subito risultati reali, i leader europei devono disfarsi dell’austerità e incentrarsi più su politiche che permettono ai privati di offrire sul mercato la cosa giusta al prezzo giusto.

Un buon primo passo, che potrebbe anche essere politicamente possibile, sarebbe una riforma delle leggi fondiarie che dia la possibilità a chi possiede terreni agricoli di disporre dei propri beni come meglio crede. La legislazione fondiaria francese è un esempio perfetto della peggiore pianificazione in stile sovietico. Tutto iniziò con una legge del 1967, che imponeva un piano regolatore alle città principali, e che subito fu estesa alla maggior parte dei comuni. I regolamenti fondiari, aiutati da leggi e regolamenti dell’UE, esplosero negli anni ottanta e novanta con la creazione di leggi per la salvaguardia delle coste, delle zone umide, della biodiversità e della natura. Le associazioni ambientaliste furono strumentali nell’emanazione di queste leggi.

Tutti questi regolamenti soffocarono l’edilizia. Dal 1997 al 2007 la Francia ebbe una bolla edilizia, ma a differenza della Spagna c’erano poche costruzioni perché i piani regolatori avevano lasciato pochissimo spazio su cui costruire. Durante questo periodo i prezzi delle case aumentarono del 140%, 90% più rapidamente dei redditi famigliari. Per contro, i costi di costruzione aumentarono soltanto del 30%. La bolla dipendeva dal costo dei terreni, e la colpa era soprattutto delle leggi fondiarie.

Gran parte dei piani regolatori attuali è pensata per durare quindici anni, ma generalmente diventano obsoleti quasi all’istante. All’inizio degli anni ottanta, occorrevano due o tre anni per revisionare un piano. Oggi il minimo è tre anni. Ma se ci si mettono di mezzo gli ambientalisti non bastano dieci anni. Ci sono molte cittadine che conducono battaglie giudiziarie da sette anni semplicemente per aggiungere 20 ettari di aree di espansione. L’area metropolitana di Nantes (la decima in Francia), con i sui venti centri abitati, ha impiegato sei anni ad elaborare il suo ultimo piano regolatore. Attualmente ci sono poco più di 16.000 ettari di terreni agricoli attorno a Nantes, ma il piano prevede che si possa costruire in appena 300 nei prossimi quindici anni. Una miseria se si pensa che gli abitanti sono poco meno di un milione in una regione in crescita.

La gente vuole la libertà per se stessa, ma ha paura della libertà degli altri. I pianificatori temono che il libero mercato porti caos e disastri ambientali. I politici temono i mali dello sviluppo urbano incontrollato. Negli anni cinquanta e sessanta, il governo francese creò 700 “ghetti urbani”, sobborghi disumani in stile sovietico privi di strutture di base come biblioteche, scuole superiori e altro. In un regime di libero mercato, i costruttori offrono quello che la gente vuole. Se la gente non vuole vivere in bunker di tipo sovietico, loro non li costruiscono. È possibile che un costruttore faccia un errore, ma è probabile che sia solo uno, non 700.

I pianificatori lo temono, ma caos è il termine che si potrebbe usare per descrivere l’impossibilità di afferrare esattamente le tendenze. Con il libero mercato il caos è limitato al minimo, perché un sistema di prezzi e profitti è il modo migliore per canalizzare le risorse e produrre i beni e i servizi di cui la società ha più bisogno. Nessun pianificatore governativo può competere con l’efficienza del mercato nel ripartire le risorse.

I piani regolatori sono il riflesso politico di queste paure, ed è in questo ambiente che prospera il capitalismo clientelare. Chi ha appoggi riesce a trarre profitto dal piano regolatore, e allo stesso tempo si serve dei divieti per tenere fuori la concorrenza. C’è poi il fatto che dagli anni ottanta i regolamenti europei hanno reso la strada più difficile a quegli enti che danno servizi in appalto. Attualmente, in Francia ci sono almeno 30.000 dipendenti pubblici a tempo pieno il cui unico compito consiste nel controllare le società di consulenza pagate per elaborare i piani. Capitalismo clientelare e socialismo sono culo e camicia.

Oggi un terreno edificabile in Francia costa circa 200 volte più di un terreno agricolo, e il rapporto arriva a 500-1.000 a uno attorno alle città maggiori. La domanda è lì! I regolamenti la tengono imbottigliata, ma dev’essere liberata.

Una riforma fondiaria in Francia taglierebbe i costi di oltre il 50% e creerebbe un piccolo boom nelle costruzioni in quasi tutti i centri maggiori. Nei sobborghi francesi di Ginevra le unità immobiliari potrebbero spuntare come funghi.

Questo non significa che possiamo fare a meno della protezione ambientale, ma non dobbiamo neanche usare l’ambiente come pretesto per non fare nulla. C’è una richiesta fortissima di alloggi a prezzo accessibile in molte parti d’Europa, ma gli ambientalisti preferirebbero vedere tonnellate di prodotti chimici sparsi per i terreni agricoli piuttosto che un tetto sopra la testa delle famiglie.

Ci sono letteralmente migliaia di politiche dal lato dell’offerta che potrebbero spronare la crescita europea. Ma prima bisogna smetterla di parlare di “incoraggiamento della domanda”, o di “maggiore flessibilità delle leggi sul lavoro”, o di “incoraggiamento dell’imprenditoria”. Sono slogan vuoti. È ora che i leader europei agiscano seriamente, perché l’alternativa è il disastro.

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