Fuga dal Fallimento Economico Francese


[Di Elise Hilton. Pubblicato su Acton Institute PowerBlog il 22 ottobre 2013 con il titolo Fleeing France’s Failing Economy. Traduzione di Enrico Sanna.]

Per noi che siamo su questa sponda dell’oceano, l’immagine della Francia è fatta di baguette, belle donne e una campagna rigogliosa. Per i francesi, l’immagine è fatta di tasse, tasse e ancora tasse.

Più del 70 percento dei francesi pensa che le tasse siano “eccessive”, e l’80 percento ritiene la politica economica del presidente “incauta” e “inefficiente”. Questo va oltre gli esiliati fiscali come Gérard Depardieu, i membri della famiglia Peugeot e i proprietari di Chanel. È peggio. Dopo aver vissuto in uno dei sistemi più distributivi dell’occidente, il 54 percento dei francesi crede che le tasse – 84 in più negli ultimi anni, con un peso fiscale che è salito dal 42 al 46,3 percento del pil – allarghino le differenze sociali invece di accorciarle.

L’anno scorso il governo francese ha cercato di far approvare una tassa del 75 percento sui guadagni che superano un milione di euro l’anno. La tassa non è passata, ma tornerà; è stato proposto di ridurla al 66 percento, come se questo fosse sufficiente a renderla accettabile.

L’economia socialista della Francia cade a pezzi: con un quarto della forza lavoro nel pubblico impiego, i giovani francesi o sperano di avere un posto nell’amministrazione pubblica o lasciano il paese.

Un quarto dei laureati francesi vuole emigrare, “ma la percentuale arriva all’80 o 90 percento nel caso di lauree che danno ampie prospettive di lavoro,” dice Jacques Régniez, che insegna economia alla Sorbona e alla University of New York di Praga. “In uno dei miei seminari non sono riuscito a trovare un solo studente francese che non abbia in programma di emigrare.”

Anche se la Francia non è pesantemente sindacalizzata, la sua economia socialista non può stare al passo con il costo delle pensioni, delle settimane lavorative brevi e di tutti gli altri privilegi promessi.

Le cose cominciarono ad andare male, dice Régniez, quando l’allora governo socialista di Lionel Jospin ridusse la settimana lavorativa a 35 ore. “Mentre i nostri rivali, soprattutto i tedeschi, furono abbastanza accorti da tenere bassi i prezzi e i costi, la Francia si imbarcò in spese che non poteva permettersi.” Tutto il sistema, spiega, si è concentrato fatalmente sugli aumenti dei salari, i privilegi e un abbassamento dell’età della pensione, alla faccia di quello che dimostravano tutte le tendenze demografiche. Gli investimenti sono calati nel settore privato, e sono quasi fermi in quello pubblico. “Ogni anno la Francia perde quattro punti percentuali di investimenti. Dopo un decennio e mezzo, non solo continuiamo ad indietreggiare, ma non abbiamo neanche la certezza di riuscire a ricuperare. Il costo di un recupero comporterebbe un aumento dell’iva del 4,5 percento oltre ad altri significativi aumenti delle tasse in busta paga. Detto molto semplicemente, non è realistico.”

Il professor Régniez riassume così il pasticcio francese: “Questo dovrebbe essere un monito per altri paesi, come la Gran Bretagna… Pensateci bene: è questo il futuro che volete per il vostro paese?”

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One thought on “Fuga dal Fallimento Economico Francese

  1. Il paragone con Albione non è tanto valido, posto che le isole britanniche sono divenute una specie di grosso paradiso fiscale (al punto da spingere gli inglesi a rigettare ogni ipotesi di tassazione sulle transazioni finanziarie). Il problema francese probabilmente ha da spartire più con quello italiano: si pretende di tassare redditi, dimentichi del fatto che quelli elevati possono comunque essere facilmente nascosti o traghettati all’estero.

    I soldi oggi stanno nei patrimoni, non nei redditi: e comunque non ha più senso raccogliere tasse per finanziare avventure militari perdenti e/o colate di calcestruzzo in mezzo alle montagne. E’ probabilmente ora di calare le tasse, ai cittadini veri però: i ricchi rentier ed i malavitosi delle casseforme non hanno davvero bisogno di altro aiuto.

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