L’Economist Sbaglia


Sono le grandi banche il problema della grande scienza

[A cura dello staff di The Daily Bell. Pubblicato su The Daily Bell il 18 ottobre 2013 con il titolo No, Economist – the Real Problem of Big Science Is Big Banking. Traduzione di Enrico Sanna.]

Il problema della ricerca scientifica. Gli errori della scienza. La scienza ha cambiato il mondo. Ora deve cambiare se stessa … Alla base della scienza c’è una semplice idea: “fidati ma verifica”. I risultati dovrebbero sempre essere sottoposti a sperimentazione. Questa idea semplice ma potente ha prodotto una quantità enorme di conoscenza. Fin dalla sua nascita nel 17º secolo, la scienza moderna ha cambiato il mondo rendendolo irriconoscibile, e di gran lunga in meglio. Ma il successo può generare compiacimento. Gli scienziati moderni si fidano troppo e verificano poco: a danno di tutta la scienza e dell’umanità. ~ The Economist

Tema Sociale Dominante: La scienza ha deragliato. Rimettetela a posto insistendo sugli standard.

Analisi di Libero Mercato: The Economist ha concentrato l’attenzione su uno degli scandali degli ultimi secoli: come la scienza e la ricerca scientifica sono state corrotte dalla pressione della modernità.

Ci abbiamo scritto sopra abbondantemente, ovviamente, e la nostra conclusione è che la scienza, come qualunque altra parte dal dialogo moderno “pubblico”, è stata rovinata dalle pressioni esercitate dai temi sociali dominanti promossi dalle élite.

Le élite di potere promuovono meme basati sul concetto di scarsità per spaventare le classi medie e costringerle a cedere potere e ricchezza a centri globalisti specializzati come le Nazioni Unite, il Fondo Monetario e la Banca dei Regolamenti Internazionali. Ogni settore della civiltà occidentale è subordinato a questi centri di potere: scuola, religione, forze armate, economia, finanza, media e, ovviamente, scienza.

Molti scienziati dipendono dalle affiliazioni delle università o delle grandi aziende. Università e aziende, a loro volta, dipendono dal denaro delle banche centrali occidentali. Lo scienziato che non conferma le ipotesi dei globalisti è messo a digiuno.

Questa spiegazione non la trovate sull’Economist, ovviamente. Come sempre, il problema è stato individuato correttamente. Ma siccome loro stessi sono parte del problema, non potete aspettarvi che i cervelli del giornale forniscano una soluzione seria.

Ricordiamo benissimo quando la redazione dell’Economist decise che internet era una invenzione significativa; importante quanto la stampa a caratteri mobili di Gutenberg, anche se in modi diversi. Intuizione interessante, ma noi, avendo sviluppato un concetto simile anni prima, eravamo meno impressionati di tanti altri.

Quello che ci colpì in modo particolare fu il fatto che l’Economist, creativamente, non pensava che internet fosse diventato l’equivalente moderno dell’invenzione di Gutenberg. Al contrario, offuscarono il concetto dicendo che l’unico aspetto rilevante di internet era costituito dall’esistenza dei SOCIAL MEDIA.

Era questa la grande novità, non internet in sé, il Worldwide Web, o altro. Stentavamo a credere alla sfacciataggine con cui la teoria veniva proposta, tanto era chiaramente falsa. Un po’ come dire che la stampa di Gutenberg cambiò la cultura per via dei caratteri utilizzati.

Le due cose erano quasi incidentali. Ma la ragione per cui i redattori dell’Economist vollero esaltare i social media era il fatto che i social media possono essere controllati da chi li possiede. A differenza dei blog, che sono individuali, le piattaforme dei social media aderiscono a specifiche linee guida, e gli utenti possono perdere privilegi se non collaborano.

L’Economist è una delle principali pubblicazioni intellettuali delle élite di potere, e queste élite ad un certo punto devono tener conto della forza di internet. Hanno scelto di farlo promuovendo i social media perché questo permetteva loro di fornire una soluzione controllabile ad un problema altrimenti intrattabile.

Dopo quell’articolo abbiamo visto che i blog hanno continuato e continuano a rappresentare una parte importante dell’informazione alternativa. Ma è difficile che un blog pubblicato su Facebook, ad esempio, abbia lo stesso impatto di Drudge Report o di InfoWars.

Pochi giorni fa è stata annunciata una nuova collaborazione giornalistica. Ne abbiamo parlato giusto ieri. Potete scommettere che non userà Facebook come piattaforma di lancio. Sarebbe ridicolo. Eppure l’Economist ha speso tante pagine su questo argomento.

E così accade con questo articolo, a suo modo ugualmente ridicolo. Quelli che stanno ai piani alti dell’Economist sicuramente sanno perché il rigore scientifico è stato eroso in quest’ultimo secolo. Lo sanno perché loro fanno parte dello stesso problema.

Quanti articoli abbiamo letto sull’Economist che parlavano del riscaldamento globale e di vari altri temi sociali dominanti che servono a manipolare l’opinione pubblica, articoli allarmisti con poco rigore scientifico, se non nessuno?

The Economist, un “giornale intellettuale” di primo piano, è un distributore instancabile di meme prodotti dalle élite di potere. Fa una buffa, spiritosa, e soprattutto sofisticata, lettura. Se aspirate ad essere un dirigente di medio livello fate bene a leggere The Economist e capire quello che c’è scritto dentro.

Ma questo non vuol dire che quello che scrive The Economist è accurato. E questo articolo preoccupato per la scienza ne è un buon esempio. Verso la fine dice così:

Tutte le discipline dovrebbero seguire prioritariamente l’esempio di quelli che più di ogni altro hanno ristretto gli standard. Si potrebbe cominciare dalle statistiche, in particolare in quelle discipline, sempre più numerose, che filtrano enormi quantità di dati alla ricerca di uno schema coerente. I genetisti lo hanno fatto, e hanno trasformato l’iniziale fiume di dati sul genoma in un distillato di informazioni davvero significative.

Idealmente, i protocolli di ricerca dovrebbero essere registrati in anticipo e monitorati in taccuini virtuali. Questo limiterebbe la tentazione di truccare gli esperimenti a metà strada in modo da far apparire i risultati più importanti di quanto non siano (dovrebbe già essere così per la sperimentazione dei farmaci, ma l’osservanza delle regole è incostante).

Dove è possibile, i dati sperimentali dovrebbero essere disponibili a test e controlli da parte di altri ricercatori. Le riviste più illuminate si stanno già dimostrando più disponibili verso gli articoli noiosi. Alcune agenzie governative che finanziano la ricerca, compresa l’American National Institutes of Health che ogni anno distribuisce 30 miliardi di dollari, stanno cercando di incoraggiare la riproducibilità sperimentale.

Sempre più scienziati, soprattutto giovani, hanno conoscenze di statistica. Ma questa tendenza deve andare molto oltre. Le riviste scientifiche dovrebbero dare spazio anche agli articoli “privi di interesse”, e i donatori dovrebbero finanziarli. Bisognerebbe limitare la revisione paritaria (un articolo è valutato da altri esperti prima della pubblicazione, es), o forse sarebbe meglio abolirla e sostituirla con una valutazione post-pubblicazione sotto forma di commenti aggiuntivi. Da qualche anno questo sistema sta dando buoni risultati in fisica e matematica.

Per finire, i responsabili dovrebbero accertarsi che le istituzioni che usano soldi pubblici rispettino le regole. La scienza è ancora enormemente, anche se confusamente, rispettata. Ma questa condizione privilegiata si fonda sulla capacità di avere ragione la maggior parte delle volte e di correggersi quando non la si ha. Dopotutto, nell’universo non mancano misteri genuini in grado di tenere impegnati generazioni di scienziati. I falsi percorsi tracciati da ricercatori superficiali sono una barriera imperdonabile alla comprensione.

Linguaggio debole. Sembra una brutta tesina di uno studente svogliato. Le riviste scientifiche non dovrebbero rigettare gli articoli “noiosi”, e dovrebbero dare spazio a quelli “privi di interesse”, qualunque cosa significhi.

Altre osservazioni brillanti? Gli scienziati dovrebbero “rispettare le regole” e “restringere gli standard”. Questo non serve ad individuare il vero problema, che è che la scienza è sistematicamente corrotta da fiumi di denaro governativo fornito attraverso un’economia gestita dalle banche centrali occidentali. E alle banche interessano solo, o per lo più, quei risultati che confermano il Santo Gral del Globalismo.

Non aspettatevi di vedere questa conclusione spuntare dalle pagine dell’Economist. Notate, però, come questo articolo sia un altro esempio di come le pubblicazioni “controllate” dall’alto affrontino problemi di peso senza risolverli adeguatamente.

Conclusione

Volete prosciugare la palude delle Grande Scienza? Fate in modo che le riviste siano finanziate con metodi diversi da quelli usati con l’attuale, corrotto sistema della Grande Scienza. Lasciate che i giornali facciano a gara per attirare benefattori senza che questo significhi vendersi al miglior offerente. Non è difficile, e si può fare. L’avete appena letto qui.

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