Ho Visto la Tivù


Come ho triplicato la densità neuronale in poche ore

Qualche giorno fa ho visto la tivù per la prima volta. Voi direte: e che, è una novità? Sì. Il fatto è che quando avevo tre anni, età in cui si viene iniziati a questa pratica, ero troppo impegnato a grattugiare le ginocchia sull’asfalto. Era una tradizione del vicinato. Volevate forse che diventassi un paria? Tutti avevamo il distintivo rosso sul ginocchio. Era un simbolo della nostra identità. Una volta un mio amico prese un ontano con la bicicletta e gli venne una noce sulla fronte. Fu promosso colonnello sul campo.

Però non è vero che era la prima volta che vedevo la tivù. Una sera capitai in cucina per caso e vidi Mario Pio. Ne ebbi uno spavento che ancora riaffiora qua e là sotto forma di flusso protonico. Quando ho preso casa, ho fatto colare il piombo fuso nel tubo dove passa il filo dell’antenna. Per precauzione.

La tivù è una scatola sessantacinque per settanta che contiene degli uomini molto piccoli e molto vivaci. Non che ci sono davvero. Però sembra. Lo so perché quando ero piccolo mio papà mi disse che mio zio era dentro la cornetta del telefono. Io lo chiamavo e lui rispondeva. Era proprio la sua voce. Stesso accento delle colline occidentali. Doveva essere proprio mio zio, pensai io. Quando ridussi il telefono ai minimi termini, però, mi accorsi che mio zio non c’era. Intuii che doveva essere tutta una cosa per finta. Poi anche mio papà mi ridusse ai minimi termini.

Qualche anno fa andai all’Ikea e presi un tavolino con le rotelle. Giuro che non sapevo che era per metterci sopra il tivucolor. Per me era un carrellino portavivande. Quando c’erano ospiti ci mettevo sopra la giara dei sottaceti e lo facevo girare. Adesso che lo so, ho intenzione di prendermi un tivucolor e mettercelo sopra. I sottaceti li metto sopra il tivucolor.

A proposito, la prima cosa che ho visto era una trasmissione di cucina. Interessante. Un tempo ero cuoco, sapete. La cucina mi piace. Ho guardato con grande interesse. C’erano dei cuochi che dicevano sempre che stavano andando da qualche parte. Dicevano: “Questo lo andiamo a mettere in forno.” “Ora andiamo a tritare il tutto.” “Quest’altro lo vado a glassare.” “Mi vai a fare una brunoise?” Però restavano sempre lì. Mica si muovevano. Ma poi ho capito: Il verbo andare è diventato un verbo ausiliare. All’Accademia della Crusca non lo sanno ancora. Perché non guardano mai la tivù.

Dopo un po’ mi sono accorto che questi cuochi avevano anche un’altra particolarità. Avevano tutti i guanti di lattice. Devono essere cuochi chirurghi, ho pensato. In un certo senso, un chirurgo è una specie di cuoco. Ad un certo punto, però, uno di loro ha detto così: “Se mettiamo questo impasto nel forno, quando sale la temperatura le molecole si rompono ed esce l’acqua.” Allora ho capito. Non sono chirurghi. Sono scienziati. Stanno tutto il giorno sotto il Gran Sasso a sezionare neutrini e poi la sera vanno alla trattoria Da Spartacone sulla Tiburtina a spadellare la coda alla vaccinara. Questi scienziati sono costretti a fare questa vita. Lo stato gli passa una miseria a neutrino. Una vergogna.

Lì per lì, uno di questi cuochi scienziati si è buttato a fare una cosa sua. L’ha chiamata salpicon decostruito di branzino migratorio all’ascendente di aglio mesmerico affogato in un mélange di pinoli del basso Niger e capperi di Castelgiorgio Magno. La tipa che comanda tutta la baracca era incredula. Ha detto che non ci credeva che era una cosa sua. Allora lui è diventato rosso e ha confessato di aver avuto la ricetta da una zapoteca di Tlacolula. Però la roba del branzino migratorio ce l’aveva messa lui.

Una peculiarità essenziale di questa pietanza è che ci va dentro il rosé del Parpaglione. Il Parpaglione è un fiume che scorre nelle Murge orientali. È lungo venticinque metri da parte a parte. È un fiume molto misterioso. Se non sei pratico delle sue tradizioni, vai lì e non vedi un tubo. Infatti non c’è quasi mai. Ogni cinque anni emerge dai pori della terra e scorre per un giorno, spandendo la sua azione benefica sui vigneti dei dintorni come neanche la madonna di Medjugorje.

L’altra particolarità, come avrete già capito dal nome della ricetta, sono i capperi di Castelgiorgio Magno. Questi sono capperi unici. Crescono solo sul lato sud del muraglione del castello dei conti Giorgi del feudo di Rossamonica. La tradizione racconta che un cugino della cognata di San Gaudino, verso il decimo secolo, si trovò a passare da quelle parti mentre tornava dalle crociate e piantò il primo ramoscello, a ridosso del quale fu costruito il castello. Di questi capperi ne parla anche il monaco Giorgione da Castelgiorgio, detto l’Adorabile, nel suo De Rebus Georgianis. Ce li invidiano in tutto il mondo.

Ora, questa non è mica roba che dico io. C’è un tizio apposito che ogni tanto viene di fuori e ti spiega tutte queste cose come se niente fosse. Questa è roba che cola cultura come un lardello, bimbi. Mica la recita dell’asilo.

Improvvisamente è partita la musichetta. A quel punto mi sono accorto che c’era un centinaio di pupponi seduti dietro. Per tutto il tempo stanno buoni buoni. Potrebbero essere uno scenario dipinto. Poi il tizio con il giradischi mette la musichetta e loro partono e battono le mani a tempo. Parapapà-clap-parapazùm-clap-larulleru-clap-larallallà-clap-papararapùm-clap. Sembrano wankaristi andini senza la wankara. Che carucci.

Quando è finita questa roba è arrivato un maestro di scuola. Devo confessare di essere rimasto molto sorpreso nel vedere un maestro di scuola. Era un vero maestro. Aveva i baffi regolari da maestro e una bacchetta. Dietro c’era anche la cartina dell’Italia. Adesso fa lezione di geografia, ho pensato. Infatti ha cominciato a indicare tutte le parti dell’Italia con la sua bacchetta da maestro. Ha detto che a Trieste c’era vento, a Milano nebbia e a Napoli il sole. Geografia innovativa. Bene. Queste sono le cose che interessano alla gente. Una regola telefonica è che quando qualcuno telefona qualcun altro vuole subito informarsi sul tempo. Con il tivù ti risparmi la teleselezione.

Ad un certo punto questo maestro ha puntato la bacchetta sul mio paesello e ha detto che c’era un diluvio. Strano, mi sono detto. Non c’era una nuvola neanche a pregarla. Ma poi ho capito. Era chiaramente una roba delle miniere. Dovete sapere che dalle mie parti ci sono molte miniere. Le miniere sono posti strani. Non sai mai cosa aspettarti lì sotto. Un diluvio può starci bene. Una volta è comparso Virgilio e ha raccontato il vero finale dell’Eneide ad uno stradino allibito.

Il meglio, però, è arrivato la sera. Il tizio col giradischi ha messo un’altra musichetta, un altro ha sfarfallato un po’ di foto, e subito è venuta fuori una signora seduta a un tavolo. Questa signora parla una lingua avveniristica inventata da Rubbia che funziona senza gli spazi e le punteggiature. Ad esempio, la signora dice: berlusconi-non-mi-arrendo-letta-incontra-la-merkel-la-ripresa-a-fine-anno-obama-avverte-la-siria-scienziato-italiano-scopre-atomo-della-felicità-romina-si-risposa-continuano-gli-sbarchi-a-lampedusa. Sa tutto di tutto. È incredibile la quantità di nozioni che riesce a sfagiolare in meno di mezz’ora. Nessuno più di lei è aggiornato sui gelati preferiti di Obama e le varietà di cetrioli coltivati da sua moglie. Apparentemente, il suo compito è di riferire il movimento di ogni foglia nel globo.

In realtà non è così. Dopo un po’ ti accorgi che ci sono un sacco di cose di cui non le importa un fischio. Non ti dice che i prezzi salgono perché le banche centrali pompano soldi finti. E neanche quanti contadini afgani sono stati fatti carbonella dall’avanzamento della democrazia. Ma dopotutto i banchieri centrali sono noiosi e i contadini afgani puzzano e di entrambi si può dire che non si capisce un piffero quadrato quando parlano. Cosa glielo dici a fare alla gente?

Però ti tiene informato sul caporale della brigata Sassari che si è sbucciato un ginocchio in missione di pace. E verso la fine è lì che non vede l’ora di annunciarti che la pandessa madre dello zoo di Pechino ha dato alla luce un bel pandino di tre chili e due. Giubilo. Ma anche un nuovo dilemma, che promette di mettere a dura prova la dialettica interna tra conservatori e innovatori nel partito comunista cinese al potere: chiamarlo Raggio di Luna o Bibi?

Adesso vado a comprare un tivucolor. Qualcuno sa dirmi come si stappa un tubo pieno di piombo?

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