Il Dirupo alla Fine della Terza Via


[Di Francesco Simoncelli. Ripubblicato da johnnycloaca.blogspot.it il 25 ottobre 2013.]

È generalmente conosciuto come l’uomo d’acciaio. Tutti i fan dei fumetti DC capiranno al volo di chi sto parlando: esatto, Superman. Ma potremmo rifarci a qualsiasi altro supereroe della tradizione fumettistica affinché si possa aver chiaro il concetto che esporrò a breve. Sappiamo benissimo, infatti, che il loro ruolo all’interno dell’universo di cui sono protagonisti è quello di sempiterni vigilanti che monitorano le attività criminali in modo da porvi limite o, nel migliore dei casi, fine. È una lotta ardua che richiede molto del loro tempo e soprattutto energie; sono a disposizione degli altri. Un compito tanto nobile quanto massacrante a livello nervoso. Perché? Perché capita spesso che nella carriera di ogni supereroe ci sia il classico momento in cui lo sconforto prende il sopravvento sugli intenti valorosi. Batman e gli X-Men sono pingui di momenti simili. Ma non siamo qui per fare la storia dei fumetti, ci interessano solo questi particolari momenti.

È qui che notiamo un fenomeno spesso trascurato e nascosto dall’audacia dei nostri eroi: il caos cittadino. Subentra l’immancabile scena della povera donna o del pover’uomo che all’angolo di un vicolo cieco vengono presi d’assalto dal malvivente di turno. Coltello alla mano hanno la meglio sui questi poveri inermi che non fanno altro che cedere il bottino in lacrime al grido: “Ma dov’è [supereroe a caso]?” L’intervento dell’eroe provoca una reazione a catena negli individui che li porta ad adagiarsi e cementarsi su una consapevolezza: ci sarà sempre qualcuno disposto a salvarmi. In caso di sua assenza ci si sente abbandonati, traditi. È una nenia tediante quella che infatti è divampata ultimamente e percorre incessantemente la maggior parte dei media: “lo stato ci ha abbandonato.” Au contraire, lo stato c’è sempre stato e c’è tuttora solo che si è giunti inevitabilmente a quello che Mises “profetizzò” circa 93 anni fa: il fallimento della burocrazia. Il fallimento del capitalismo clientelare.

Così come con l’intervento costante del supereroe, l’assuefazione degli individui all’oppio dell’interventismo statale è diventato strabordante al crescere della sua influenza all’interno dei mercati. Cosa ha generato questo interventismo? Lassismo. Gli individui si sono abituati all’idea di una rete di protezione a loro disposizione qualora fossero finiti nei guai. Ciò ha rimosso le classiche sanzioni restrittive e prudenti che caratterizzano una corretta gestione degli affari in un mercato senza interferenze.

Tre Esempi Italiani

Per sottolineare come questo comportamento abbia permeato l’indole umana, rifacciamoci ad alcuni esempi che ultimamente hanno tenuto all’erta l’opinione pubblica italiana: Telecom, Alitalia e svalutazioni competitive. Queste tre vicende evidenziano con una spietatezza spiazzante il grado di sfascio che ormai ha ricoperto irreversibilmente la struttura politico-economica italiana. La cultura interventista ed il culto statalista iniziarono a viziare l’aria economica italiana all’incirca negli anni ’60, quando il PSI e la sua tradizione arrivarono ad impregnare le sale del governo italiano (es. nazionalizzazione energia elettrica). Da quel periodo in poi il paese si mosse a passi decisi per evitare in ogni modo e in ogni forma la competizione ed un mercato quanto più libero.

Ad oggi siamo arrivati al capolinea. Alitalia rappresenta un investimento improduttivo perché qualsiasi somma venga versata al suo interno andrà sprecata, il mercato ha decretato la sua fine anni fa ma l’intervento dello stato ha rinviato il dolore di questa decisione. Risultato? Dolore maggiore in futuro. Ma la pianificazione centrale si ostina ancora a mettere pezze ovunque; una volta intervenuta non può più fermarsi. Ed ecco che entrano in gioco le Poste Italiane con il risparmio postale a tenere a galla la baracca per qualche mese e le banche (es. Intesa) ad esporre i depositi nel disperato tentativo di evitare che le sue precedenti esposizioni vadano a male (es. bad loans).

Ad apporre la classica ciliegina sulla torta la mandria di pecoroni capeggiata dai sindacati i quali applaudono per qualsiasi intervento nell’economia, e purtroppo non riescono ad afferrare (nonostante siano esseri umani con, si presume, piene facoltà celebrali) che salvaguardare questa dolina rappresenta solo uno spreco di risorse, rinviando nel tempo l’inevitabile fallimento. Ma finché si potrà tirare a campare alle persone non importerà. Si crogiolano nell’idea che sia moralmente giusto togliere a Mario per dare a Maria. Per questo non si opporranno. Non si opporranno ai pasti gratis.

Così si fideranno di nuovo dell’azione del governo, dando la colpa a Air France che vorrebbe lasciar fallire la compagnia di bandiera. La strategia di Air France non è materia di questo saggio, piuttosto ci interessa come il modello di business di Alitalia non abbia futuro. Come mai ci dovrebbe importare se un’azienda venga diretta da azionisti italiani o esteri? Se tale azienda offre un prodotto per cui sono disposto a sborsare denaro non fa differenza la nazionalità. Perché altrimenti licenzierebbe dipendenti? Capisco. Questi dipendenti sono qualificati? Si presuppone che lo siano. Hanno competenze specifiche nei loro campi di lavoro? Credo che i loro curriculum parlino per loro. Quali difficoltà avrebbero a trovare un nuovo posto di lavoro in base alle suddette ipotesi? Nessuna, a meno che non ci sia di mezzo una terza parte che si frappone tra offerta di lavoro e domanda di lavoro distruggendone le connessioni e le informazioni che si scambiano. La genuina frase di libero mercato “facciamo un affare ad un determinato prezzo” è stata cambiata in “facciamo un affare ad un determinato prezzo deciso da altri.”

Chi ci perde? I consumatori. Scrive Carlo Lottieri:

[…] Soprattutto, però, sono i consumatori a non essere interessati alla nazionalità degli azionisti. Cosa importa, infatti, a quanti devono volare o telefonare che il passaporto dei detentori di questa o quell’azienda sia italiano, francese o spagnolo? Quello che interessa, ma questo deve starci a cuore veramente, è che vi sia un sistema concorrenziale e aperto, in grado di permettere alle varie imprese di stare sul mercato solo se soddisfano le esigenze dei consumatori. Solo in tal modo avremo buoni servizi e a prezzo contenuto. E qui, ahinoi, casca l’asino. Per più di un motivo. Tutti questi “liberali all’amatriciana” di un centro-destra zeppo di socialisti e tutti questi moralizzatori di un centro-sinistra analogamente dirigista oggi si tracciano le vesti perché arrivano i capitali europei, ma non hanno mai detto nulla di fronte allo scandalo di aeroporti in mano pubblica che non seguono logiche di mercato e, al contrario, favoriscono questa o quella compagnia sulla base di valutazioni che, nei fatti, peggiorano la qualità dei servizi.

Stessa cosa per il sistema telefonico. In questo caso – ma analogo discorso si potrebbe fare per le ferrovie e altri servizi “in rete” – ci si sarebbe dovuti preoccupare di accompagnare l’uscita dal Moloc statale, la vecchia Sip, adottando strategie che mettessero sullo stesso piano le vecchie e le nuove compagnie. Invece non si è fatto nulla, o quasi. Salvo oggi accorgersi che gli oligarchi che detengono Telecom hanno goduto finora del beneficio del monopolio della rete fissa, senza che mai nessuno abbia pensato di accompagnare la transizione verso un modello più inglese e aperto alla competizione. D’improvviso ora tutti i politici sentono l’urgenza di operare lo “scorporo”, ma solo perché – pur senza mettere un solo euro in queste aziende – in tal modo essi possono continuare a intralciare il mercato e far prevalere i loro interessi di clan. Quegli stessi interessi che li spingono a non mettere in vendita colossi come Rai, Enel, Finmeccanica, Cassa depositi e prestiti, Eni e via dicendo.

Ma quanto detto è politicamente doloroso. Non porta voti. Non sostiene l’apparato statale. Anzi, tenderebbe a smembrarlo e per coloro che vi hanno investito la propria vita non è accettabile. Ecco quindi che entra in gioco una sordida proposta che non fa altro che ritardare il dolore economico dovuto a decisioni sbagliate mettendo i bastoni tra le ruote ad un processo di purificazione dagli errori passati: svalutazione monetaria. Si pensa che attraverso la diluizione del potere d’acquisto della moneta si possa stimolare artificialmente il processo economico incanalandolo di nuovo verso binari di crescita.

Un palliativo che permetterebbe a coloro che prendono temporaneamente parte alla classe dirigente del paese di illudere le persone di aver trovato la pietra filosofale a tutti i problemi economici; di poter condurre il paese fuori da qualsiasi crisi; di poter garantire lavoro e redditi a chiunque. Promesse che avranno conseguenze nefaste più avanti nel tempo, quando quella classe dirigente probabilmente avrà lasciato la carica. Ma le persone illuse rimangono, e dovranno pagare le conseguenze.

Ovviamente nessuno è disposto a fare la figura del fesso, quindi verranno richieste alla nuova classe dirigente misure decise per affrontare i problemi scaturiti da un apparato che incide profondamente nelle vite e nel tessuto del mercato, ma di cui nessuno ormai pare fare a meno. La manipolazione dei mercati è diventata una droga, quindi nessun problema verrà reciso alla radice finché persiste l’attuale stato di cose. La manifestazioni di piazza non fanno altro che rendere scottante questa dipendenza. Una volta che si ricorre all’intervento dello stato e lo si invoca, si cede alla credenza che esiste da qualche parte un individuo che possa garantirci un pasto gratis, uno scambio di qualcosa per niente. Quando iniziano ad affiorare le inevitabili conseguenze della pianificazione centrale, quando iniziano ad affiorare inesorabilmente le impossibilità di conciliare un ambiente di mercato manipolato, c’è una richiesta maggiore di intervento e manipolazione. Settori ed aree maggiori del mercato vengono manipolati per impedire che le storture nate dell’interventismo originale facciano crollare il castello di carte su cui si fondano le giustificazioni e le macchinazioni di coloro tanto presuntuosi da immaginare il funzionamento genuino di un mercato ostacolato.

Fare impresa non è un qualcosa che è possibile stimolare attraverso un sussidio al settore delle esportazioni. Questo crea lassismo. Dipendenza. E soprattutto depreda di nascosto i lavoratori del potere d’acquisto della moneta in modo da abbassare artificialmente i loro stipendi. Questo è il significato dell’espressione: “L’inflazione è un trasferimento di ricchezza dalle classi povere verso le classi ricche.” La classe imprenditoriale occidentale, ed anche quella italiana, non aveva solo il know-how e le tecnologie, ma anche idee per nuovi beni e servizi ed intuizioni individuali su dove sarebbe “andato il mercato.” Le capacità degli individui che sceglievano la via dell’imprenditoria erano poi amplificate dagli ambienti economici in cui operavano: disponibilità di capitali, situazione monetaria “stabile,” nuove tecnologie. La società aveva un orientamento ed una fiducia verso il futuro che le permettevano di godere di una produzione in ascesa con conseguente abbassamento dei prezzi; una vittoria per il consumatore.

Purtroppo l’occidente, ad anche l’Italia, ad un certo punto ha iniziato a lasciarsi travolgere dalla possibilità di mettere in pratica quell’aforisma per cui Bastiat è conosciuto: “lo stato è quell’illusione attraverso la quale ognuno cerca di vivere sulle spalle degli altri.” Le imprese vedevano sottrarsi la possibilità di operare genuinamente il calcolo economico, e solo per sostenere una folla di sussidiati di stato, in modo da costituire una coorte di scalmanati pronti a giustificare e difendere le briciole che cadevano dalle tavole di coloro al comando. Ma non bastava, la struttura avrebbe iniziato a scricchiolare a causa di queste decisioni quindi è stata spacciata la favoletta del “fallimento del mercato” per imporre maggiori regolamentazioni e restrizioni. Ma anche questo non bastava, perché la forza sottostante del mercato è superiore a qualsisi volontà individuale o oligarchica. Quindi, ecco il passo successivo: divieti e leggi liberticide.

Le idee ci sono, gli imprenditori in grado di attuarle anche, i lavoratori disposti a realizzarle anche. Cosa manca? La volontà del moloc statale di fare un passo indietro. Ridurre la tassazione sarebbe un buon inizio. Non mi aspetto la sua totale abolizione, ma è una cosa che potrebbe accadere se gli individui comprenderanno di nuovo cosa voglia dire ottenere servizi efficiente in accordo con i loro desideri. Quello sarà un gran giorno per la libertà perché le responsabilità individuali conteranno di nuovo sulla scena economica mondiale. Ma mi rendo conto che non si rinuncerà facilmente ad un apparato in grado di poter garantire privilegi arbitrari. Questa è la situazione bloccata in cui ci troviamo, ed è proprio questa situazione che rende impossibile alle nostre imprese di fare concorrenza e di aumentare la ricchezza dei paesi e l’occupazione.

Cento anni di credito e moneta a corso forzoso stanno dispiegando i loro effetti deleteri di lungo termine.

La Madre di Tutti gli Interventismi

Uno degli esempi spesso preso in considerazione dagli interventisti è quello della Grande Depressione degli anni ’30. Friedman, in A Monetary History of the United States, contribuì a dare all’establishment la giustificazione che necessitava per farla franca: la FED non inflazionò abbastanza. In uno dei suoi migliori libri, La Grande Depressione, Rothbard ci mostra come le politiche espansive della metà degli anni ’20 portarono al crollo del 1929. Ovvero, gli interventismi precedenti condussero ad una serie di investimenti improduttivi che culminarono nel crollo epico che tutti i libri di storia ricordano con una certa tinta scura.

È uno degli esempi che spesso viene presentato come giustificazione a misure anticicliche da parte dei pianificatori centrali. È uno degli esempi più fuorvianti e manipolati. Il problema, come insegnato dalla Scuola Austriaca, è il boom artificiale non il crollo. La purificazione di quegli errori commessi durante la fase euforica in cui tutto sembrava roseo e positivo, è un processo di cui il mercato necessita per segnalare al panorama economico come l’informazione sia tornata genuina e non annacquata da presunte visioni presuntuose e prepotenti di un sistema oligarchico autoreferenziale.

Nel 1920-21 la FED non fece proprio nulla dal punto di vista di interventi “quantitativi” e dopo due anni l’economia era di nuovo in carreggiata. Era invece intervenuta molto prima, dal 1914 al 1919, aumentando considerevolmente l’offerta di moneta e causando il boom che aveva provocato la recessione.

Invece la recessione del 1929 venne trasformata in depressione dall’intervento dello stato nell’economia. Come? Friedman disse al mondo accademico ciò che voleva sentire: che il rifiuto della Federal Reserve di inflazionare negli anni 1931-1933 fosse stata la principale causa della Grande Depressione. Problema: la FED non deflazionò nel 1931 ed invece inflazionò nel 1932-1933. La contrazione monetaria di M1, ed il successivo credit crunch, furono causati dal fallimento di 9,000 piccole banche. La FED può agire solo sulla base monetaria, non può influenzare direttamente M1 (nonostante continuasse a sostenere il sistema bancario commerciale con vagonate di carta straccia) e gli assalti agli sportelli bancari continuavano imperterriti. Cosa li arrestò? Quattro lettere: FDIC.

L’economia statunitense iniziò a riprendersi solo nel 1946 quando tornarono in patria i soldati che andarono in guerra e la spesa federale scese del 40%. La paura dei crash, quindi, è fuori luogo: essi sono necessari per purificare il sistema economico da tutti quegli investimenti improduttivi nati dalle politiche interventiste/espansive della banca centrale e per permettere alle risorse di finire in quei settori dove saranno meglio utilizzate (es. in accordo con le scelte di mercato non ostacolate). La lezione da tenere a mente è, quindi, che i pianificatori centrali non devono mettere i bastoni tra le ruote al processo purgativo del mercato, altrimenti il presunto rimedio alla crisi si rivelerà un veleno.

Finirà Male

Quali sono stati i risultati dei vari giri di interventi statali nell’economia? Un panorama economico in cui le distorsioni corrono veloci per tentare di stare al passo con la realtà. O per meglio dire, per tentare di mascherarla secondo i capricci di coloro che presentano lo stesso mantra: “Ci sarà una ripresa, prossimamente.” Quindi si spingono le persone a percorrere quelle stesse strade che le hanno condotte sul sentiero della rovina: più debito.

Il supporto della FED attraverso l’acquisto di circa $85 miliardi di titoli obbligazionari statali e titoli garantiti da ipoteca per spingere artificialmente in basso i tassi di interesse a breve termine ha funzionato per stimolare questo percorso… ma fino al maggio scorso. Questo presunto pasto gratis da parte dello zio Ben ha permesso di gozzovigliare ancora di più nell’azzardo morale, perché una situazione in cui i debiti sovrastano le entrate, e nonostante tutto si consiglia di annegare ancora di più nel debito, è concettualmente possibile solo quando esiste un qualcosa/qualcuno che pone garanzie. In questo caso il “full faith and credit” degli Stati Uniti. Promesse.

Con tale sostegno non sorprende se sono state riinflazionate vecchie bolle, come quella immobiliare e quella legata ai prestiti automobilistici. Ma quella più preoccupante, dopo quella legata ai Treasuries, rimane la bolla dei prestiti studenteschi.

Vi pare sostenibile a lungo termine una situazione propensa a continuare su questi binari? Il governo federale continua a crescere, continua a ricoprire e manipolare settori economici sempre più grandi per impedire che i vecchi errori conducano il suo apparato ad una resa dei conti.

La Federal Reserve, così come le altre banche centrali del mondo, ha impedito che i suoi relativi stati cadessero vittima del giudizio imparziale del mercato. Ma questo non significa che le forze di mercato siano state soppresse del tutto. Hanno semplicemente guadagnato tempo rinviando il problema del debito. Non dimentichiamo che lo zio Sam ha passività non finanziate per $222 bilioni legate a Previdenza Sociale e Medicare secondo le stime del professor Kotlikoff dell’Università di Boston. L’intervento anticiclico non ha fatto altro che rimescolare le carte in gioco, gettando le basi però per un dolore economico futuro di maggiore intensità. Le leggi dell’economia non possono essere infrante. Ignorate? Sì. Manipolate? Anche. Cacellate? Assolutamente no.

Quando l’accumulo di debito raggiunge livelli decrescenti scattano automaticamente sanzioni negative che bypassano qualsiasi intervento che tende ad ignorare i segnali di mercato o a re-indirizzarli. Questo significa tassi di interesse in ascesa. La domanda che quindi sorge spontanea è: chi pagherà?

Sin dall’inizio della crisi finanziaria è stato chiaro a tutto il mondo: il contribuente. C’è la sua figura dietro ai piani per salvare gli stati ed il settore bancario commerciale. Sono la garanzia collaterale dietro ogni azione volta a salvaguardare lo status quo. Ha investito e sta investendo molto su questo sistema, ci sono in gioco anni di promesse e pensa che alla fine potranno essere mantenute: i pianificatori centrali consegneranno la luna come promesso. Tutto quello che vogliono è uscire il prima possibile ed ottenere quello che quelli che sono venuti prima di loro stanno ottenendo. Pensano che gli attuali pensionati abbiano battuto il sistema. Non è così. Sono in vantaggio sul sistema, ma non l’hanno battuto. Coloro che sono morti l’hanno battuto.

Infine i giovani staccheranno la spina: niente più sostegno allo status quo. Perché? Perché i pianificatori centrali, nella loro sfrenata sete di potere, diventeranno cani idrofobi disposti a tutto pur di continuare a manipolare a loro vantaggio il mercato. Gli inneschi sono ormai evidenti: la Polonia a settembre ha messo le mani nei fondi pensione privati per compensare problemi di bilancio, prima era stato il turno di Spagna e Portogallo; l’Argentina ha proibito l’utilizzo di dollari per i risparmi personali e richiede alle banche di concedere prestiti a tassi al di sotto di quelli dell’inflazione reale; l’Islanda impone ad imprese ed individui di richiedere un permesso speciale al governo prima di investire all’estero o di comprare valuta estera; prelievi forzosi dai conti bancari, come accaduto a Cipro, Grecia e di recente in Svizzera; il FMI pensa ad una tassa del 10% sui risparmi; ecc.

Stanno arrivando e hanno la bava alla bocca. La pressione a cui sono sottoposti i pianificatori centrali è vistosamente schiacciante: non hanno alcun piano B e le cartucce su cui hanno fatto affidamento fino ad ora sono risultate a salve.

Conclusione

“La Politica della Via di Mezzo Conduce al Socialismo.” È questo il tema di fondo in Planning for Freedom di Mises. E il socialismo conduce al Grande Default.

[…] L’impatto di questo stato di cose induce ad una certa inazione per preservare il sistema dell’impresa privata. Ci sono solo sostenitori della via di mezzo che pensano di avere avuto successo quando ritardano per qualche tempo una misura particolarmente rovinosa. Sono sempre in ritirata. Oggi attaccano misure che solo dieci o venti anni fa sarebbero state considerate come indiscutibili. Tra pochi anni acconsentiranno ad altre misure che oggi considerano come fuori questione. Quello che può impedire la realizzazione del socialismo totalitario è solo una profonda modifica delle ideologie. Quello che ci serve non è né anti-socialismo né anti-comunismo, ma l’approvazione positiva di quel sistema a cui dobbiamo tutta la ricchezza il quale distingue la nostra epoca dalle condizioni ristrette dei secoli passati.

Come ci insegna la storia, il socialismo ha una durata di circa 5-6 decenni e poi cade a pezzi sotto il peso delle sue pianificazioni presumibilmente “ben congegnate.” Lo status quo occidentale è al capolinea. La sua implosione porterà indicibili sofferenze e tragedie umane.

Lo venderanno come un salvataggio della classe media. Lo venderanno come una sofferenza per un presunto bene superiore. Non credeteci. Non aprite la porta. Non invocate il loro aiuto.

Annunci

Scrivi un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...