Quello che non si Dice dell’Iraq


[Di Ron Paul. Originale pubblicato su Ron Paul Institute il 3 novembre 2013 con il titolo What Was Not Said About Iraq. Traduzione di Enrico Sanna.]

Il mese di ottobre è stato il più sanguinoso per l’Iraq da aprile 2008. In questi cinque anni e mezzo, non solo la sicurezza irachena non è migliorata, ma la situazione è peggiorata di molto. Il mese scorso in Iraq sono state uccise più di mille persone, la maggioranza civili. Altri 1.600 sono i feriti: auto bomba, sparatorie e attentati di altro genere continuano a produrre mutilazioni e morti.

La settimana scorsa, mentre l’Iraq “liberato” precipitava nella disperazione, il primo ministro Nur al-Maliki era a Washington a chiedere più aiuti per ristabilire l’ordine in una società demolita dall’invasione americana nel 2003. Ultimamente, al Qaeda ha fatto progressi significativi, ha detto Maliki al presidente Obama all’incontro di venerdì, e l’Iraq ha bisogno di altri aiuti militari da parte degli Stati Uniti per combattere la sua influenza.

Obama ha promesso collaborazione con l’Iraq per contrastare la crescita di al Qaeda, ma quello che non è stato detto è che prima dell’attacco americano in Iraq non c’era traccia di al Qaeda. La sua comparsa ha coinciso con l’attacco americano. Dicevano che bisognava combattere il terrorismo in Iraq, ma l’invasione americana ha portato alla nascita di reti terroristiche dove prima non ce n’erano. Un disastro.

Maliki ha parlato con il presidente Obama anche della guerra nella vicina Siria, che sta debordando in Iraq: i combattenti anti-Assad stanno facendo saltare bombe per destabilizzare il paese. Quest’anno in Iraq sono già state uccise più di 5.000 persone, e gli attacchi tra un confine e l’altro da parte dei ribelli siriani stanno crescendo di numero. Anche qui, non si è parlato del fatto che da due anni il governo americano fornisce supporto ai ribelli anti-Assad, sia in segreto che apertamente.

All’inizio di questa settimana un gruppo di senatori – tutti sostenitori dell’invasione dell’Iraq nel 2003 – hanno mandato una lettera pesante a Obama lamentandosi perché Maliki era troppo vicino al governo iraniano. Però non hanno detto che questa vicinanza si è sviluppata sotto il governo installato dagli Stati Uniti dopo l’invasione irachena.

Certo Maliki e i vari politici corrotti che governano l’Iraq possono essere accusati di tante cose. Ma com’è che sono arrivati al potere? Quelli che vollero la guerra non promisero che avrebbe creato una testa di ponte per la democrazia nel Medio Oriente e un governo amico dell’America?

Secondo l’ex segretario del tesoro Paul O’Neill, mentre l’amministrazione Bush stava preparando l’attacco contro l’Iraq all’inizio del 2001 l’allora segretario alla difesa Donald Rumsfeld disse: “Immaginate come sarebbe la regione senza Saddam e con un regime che sostiene gli interessi degli Stati Uniti. Cambierebbe tutto, nella regione e anche oltre. Sarebbe una dimostrazione di cosa significa la politica americana.”

Anni dopo, vediamo quanto era ridicola quell’idea.

Da anni sostengo che come siamo entrati così dobbiamo uscire. Questa vale tanto per le truppe americane quanto per il tentativo di rifare l’Iraq, l’Afganistan, la Libia e ovunque le guerre di “liberazione” dei neoconservatori abbiano prodotto nient’altro che caos, distruzione e nuovi nemici. Il miglior modo per migliorare la situazione consiste nel lasciarli soli.

Purtroppo gli interventisti non hanno imparato la lezione della debacle irachena, né hanno cambiato tono. Stanno ancora chiedendo con forza il cambio di regime in Siria, accusando contemporaneamente il governo iracheno per l’allargamento della destabilizzazione. E poi stanno ancora chiedendo con forza un attacco americano contro l’Iran, con membri del congresso che propongono leggi che autorizzerebbero un intervento armato.

A Washington i leader di entrambe le parti sono lenti a capire. È ora di cambiare.

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