La Giornata dei Veterani


Vista da un Altro Angolo

[Di Fred Reed. Originale pubblicato su Fred on Everything l’11 novembre 2013 con il titolo Veterans Day. Traduzione di Enrico Sanna.]

Mentre scrivo si festeggia la Giornata dei Veterani. Per coincidenza ieri sera, dieci novembre, si festeggiava l’anniversario del Marine Corps alla Trattoria, un ristorante italiano di queste parti. Non c’ero mai andato prima, non mi piace appartenere ad un’associazione, ma questa volta ci sono andato con Vi e Natalia. C’erano persone simpatiche, in là con gli anni come me. Mangiare buono, discorsi patriottici e una torta d’anniversario. Abbiamo cantato l’inno dei marine, anche se “dalle corti di Montezuma” forse non era la cosa diplomaticamente più appropriata in Messico.

Tra i marine esiste questo spirito di corpo in cui mi riconosco poco. Ha inizio nel centro addestramento di Parris Island o, per i marine di Hollywood, al centro di arruolamento di San Diego. Gli uomini lo ricordano perché è un’esperienza dura e esigente, un rito di passaggio per diventare uomo. Vedo che la passione si annacqua man mano che il paese si avvicina all’obiettivo di un corpo dei marine non-violento, ma negli anni sessanta non era così. Se sopravvivevi, avevi fatto qualcosa, e lo sapevi. Quelli che non passavano erano una specie inferiore. Noi lo ricordiamo con affetto e legame.

Poi per i marine arrivano le guerre, che non ci mancano mai. Non so perché. Nella Trattoria si è parlato per lo più dell’Asia sudorientale. Si è parlato di sacrificio e dovere. C’è un’aura romantica attorno alla guerra che ha attirato gli uomini fin dai tempi in cui Marco Aurelio passò l’inverno sulla linea del Reno-Danubio, quando Roma era a Roma e non in America. La guerra è un’altra cosa che lega.

Per me avvenne nella notte tropicale di Danang, sopra un anfibio ricoperto di sacchetti di sabbia, LVT P5, il grande motore che ruggiva a riposo, le granate che brillavano in alto e il fumo che si allungava quasi solido, il fucile in mano, occasionalmente qualche proiettile dalla valle di sotto zzzzzzzzzzzzzzz! appena sopra la testa. Un momento per uomini, per grandi eventi, lontano dalla vita triste a cui ci saremmo riabituati, lontano dall’ufficio, da quel farabutto in miniatura che è il capo.

Per questo capisco i veterani che si riuniscono e rivolgono discorsi patriottici a mille legioni in tutto il mondo. Eppure, ascoltando questi discorsi, mi meravigliavo del distacco quasi totale dalla realtà. Noi marine, ho sentito più e più volte, abbiamo fatto sacrifici “per proteggere la nostra libertà”. Abbiamo fatto sacrifici o siamo stati sacrificati? Mi chiedevo: le guerre remote condotte contro società primitive dall’altra parte del mondo quanto son servite a proteggere la nostra libertà? Come capita spesso, mi ha meravigliato questa supposizione automatica secondo cui l’America è in qualche modo più libera di altri posti. Quanto è più libera della Svizzera, dell’Australia, del Giappone, della Germania o dell’Olanda? Io mi sento più libero in Messico che nel crescente stato di polizia più a nord.

La maggior parte dei veterani delle legioni ha avuto pochi contatti con le popolazioni di altri paesi, soprattutto con le popolazioni di paesi che hanno combattuto. Io sì. Io seguii l’ultimo anno della debacle in Vietnam, 1974-’75, come inviato per l’Army Times. Giornalista pivello, mi stavo facendo i denti con la roba grossa. Vivevo in una stanza da 20 dollari al mese nei vicoli nascosti, a contatto con l’osso duro.

Fu lì che scoprii che i vietnamiti, i cambogiani, i cinesi erano persone simpatiche, maledettamente interessanti, prese in una tragedia feroce che loro non volevano e non capivano. Non capivano la nostra libertà. Non capivano perché mezzo milione di stranieri era nel loro paese a sputare bombe, granate, napalm, fuoco, morte. Che poi era esattamente quello che stavamo facendo.

Un decennio più tardi, andai a visitare degli amici a Bangkok e decisi di prendere il treno per Nong Khai, al confine con Thai-Lao, e passai una settimana nel Laos. Presi una stanza in un albergo sul Mekong, che in quel punto è come un grosso torrente. In una pizzeria incontrai una giovane donna laotiana che parlava l’inglese e gestiva con il marito un servizio turistico da quattro soldi. Lui aveva un’automobile.

A quei tempi, così come durante la guerra, il Laos era una provincia dall’esistenza lenta, splendida e piacevole, una minaccia per nessuno. Andammo a visitare le distanze infinite di quel quieto, quieto, quieto, splendido, splendido, splendido paese. Ad un certo punto ci fermammo a Vientiane a parlare con alcuni amici della signora (il nome non lo ricordo). Parlavano inglese. Lei parlò di qualcosa che era avvenuto prima che morisse suo padre. Di che cosa, chiesi io?

“È morto combattendo gli americani.”

Domanda sbagliata.

Quanti laotiani abbiamo sterminato per niente? Quanti vietnamiti? Quanti cambogiani? Letteralmente milioni. Per niente. Niente. Quanti iracheni? Afgani? Pachistani? Se anche uno solo è servito a preservare la mia libertà, non me ne sono accorto.

Quanti nelle legioni, durante gli anniversari dei marine – e sono persone amichevoli, a modo, simpatiche – quanti lo sanno?

Cambogia: Un altro paese sonnolento fatto di giungla e di silenzio e di morte orribile, grazie al fatto che abbiamo protetto la nostra libertà. Durante l’assedio io vivevo in una mansarda al numero 98 di Jawaharlal Nehru Street, assieme a Steve Hedder, un giovane corrispondente di Time o Newsweek, non ricordo quale. Metà dell’appartamento era una terrazza a cielo aperto.

Qui il romanticismo avvelenato della guerra era più evidente. Spesso stavamo sotto il cielo in una nuvola di Nembutal, l’aria densa del profumo dei fiori, l’odore della carbonella che bruciava, il mormorio basso dei Khmer sui tetti vicini. Ogni tanto sentivamo il sibilo stridulo dei Chicom 107 che prendevano il volo dalle paludi, tabùm, ma sapevamo di essere fuori dalla portata. Oh sì.

Con noi vivevano due giovani ragazze Khmer, sui sedici anni, credo sorelle di Devi, la moglie cambogiana di Steve. Erano carine, snelle, dolci. Potevo discutere con loro perché avevano imparato il francese all’Alliance Française. Il mio francese, anche se faceva venire i conati all’intera nazione francese, andava bene per comunicare.

Poi arrivò la fine. Durante l’evacuazione, Steve riuscì a portare via Devi, ma non le ragazze. Pol Pot e i Khmer Rossi, risultato diretto della destabilizzazione dell’Asia sudorientale portata dagli Stati Uniti, presero Phnom Penh. I Khmer Rossi procedettero a uccidere, con la tortura, le percosse, la fame o il lavoro eccessivo, tutti quelli che non avevano i calli alle mani: studenti, intellettuali, la classe media. Le ragazze non ebbero scampo. Fatte fuori con il calcio del fucile? Stuprate e finite a baionettate? Cadute esauste nell’esodo forzato dalla città? Non lo so.

Spero solo che Dio le abbia tenute fuori da Tuol Sleng, l’ex scuola per ragazze trasformata dai Khmer in dongione per le torture. Io ci sono andato molti anni dopo e vorrei non esserci mai andato. Molto meglio lo stupro e le baionettate.

Dio solo sa quanti di questi poveri innocenti furono torturati a Tuol Sleng, un posto che alla CIA piacerebbe molto. Dopo la guerra un mio amico trovò la foto della sua ex ragazza tra i registri di morte. Noi siamo ancora liberi, però.

Il resto del pianeta paga un prezzo altissimo per la nostra libertà. Giustificato, non c’è dubbio, perché noi siamo la città sulla collina, un faro per le nazioni, e portiamo democrazia e diritti umani in un mondo che vuole essere migliorato da noi. Solo che io non l’ho mai capito. Mi piace vedere la gente della legione agli anniversari dei marine, ma sono un po’ meno orgoglioso di quello che abbiamo fatto.

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