La Nostra Sovranità Tedesca


[Di Antonio Pilati. Estratto dal libro Europa: Sovranità Dimezzata, IBL Libri. Pubblicato su brunoleoni.it]

È un mondo potente, frammentato e instabile quello che delineano la rivoluzione digitale e l’espansione globale dei mercati: intensa innovazione materiale e concettuale; moltiplicazione delle fonti cognitive accessibili a larga parte dell’umanità; catene operative sempre più estese e capillari grazie a una diffusione delle conoscenze sganciata dalle barriere spaziali; aumento dei centri focali – anche non statali – attivi sulla scena internazionale; crisi degli strumenti di ordinamento e disciplina vigenti in ambito politico (equilibrio delle potenze, alleanze vincolanti) ed economico (evaporazione dei tradizionali criteri di gestione bancaria); impennata dell’inclinazione al rischio e dei comportamenti conseguenti. In un mondo così complesso la propensione a innovare e la duttilità strategica – fatta di prontezza nell’analisi, fantasia operativa, non dipendenza dai piani d’azione del passato – appaiono risorse fondamentali per mantenere posizioni di primo piano.

L’Europa dell’ultimo decennio non corrisponde a questo identikit. L’innovazione è debole: nei settori di punta, dove maggiore è il peso della ricerca, dall’area software ai progetti spaziali fino alla genetica, il contributo europeo è flebile e fra le aziende ad alta intensità innovativa (da Google e Apple agli inventori del fracking) prevalgono americani e asiatici, latitano gli europei. La demografia – scarsa natalità, prevalenza numerica degli anziani, ampi afflussi di immigrati – toglie propulsione alla vita sociale e crea estesi problemi socio-organizzativi. Il welfare diviene un carico così pesante da rallentare, per via tributaria, il passo delle attività economiche. Il sistema bancario in molti Paesi trascina perdite derivanti dal passato e mostra scarsa efficacia quale connettore fra i diversi comparti dell’economia. I vincoli normativi e regolamentari – minuziosi, penetranti, variegati – sono diffusi in tutte le pieghe dell’economia e le burocrazie giuridiche che li amministrano hanno grande influenza sociale, costi elevati, notevole capacità di difendere il proprio ruolo. Gli impulsi nazionalisti e le divergenze fra le opinioni pubbliche dei diversi Stati si accentuano: prendono il posto della dominante idea europeista e danno al sentimento dei popoli un tono nuovo – diviso, rivendicativo, risentito – che vincola le politiche degli Stati su dimensioni assertive e spesso inclini allo scontro (per lo più dissimulato).

Questa condizione di fragilità non è riflessa – o meglio è rimossa – dall’autorappresentazione d’Europa che prevale tra le classi dirigenti e, in generale, nell’establishment: l’Europa che i media e l’editoria raccontano ha una grande attenzione per i diritti e anzi ne crea di continuo in una sorta di rincorsa alla perfezione morale da esibire sulla scena internazionale; mette in primo piano l’eguaglianza perseguita nelle più varie circostanze con frequenti acrobazie giuridiche; punta, in linea teorica, sulla cooperazione e sulla concordia nel sistema delle relazioni tra Stati e di solito omette di dare peso ai fattori materiali del potere e alla distribuzione delle forze; mostra grande fiducia nell’azione benefica delle norme e ne produce, come prova di buona volontà, ingenti cumuli; offre continui omaggi al valore della competizione di mercato anche se l’ipertrofia delle norme e le numerose eccezioni a favore dell’azione statale in esse contenute ne limitano l’efficacia operativa.

Ne deriva un esito spericolato: quanto più si riduce la forza economica e politica, tanto più si amplia la figura morale: il nitore del dover essere sembra quasi voglia compensare la debolezza dell’essere. L’Europa vive sospesa fra due stati diversi e distanti: il perfezionamento ideale si contrappone al declino vitale. Nei fatti l’impulso perfettista che domina le sue istituzioni è poco più che una mossa difensiva: l’investimento su un ipotetico soft power per riequilibrare un hard power che da tempo si è dileguato. Tuttavia, come ogni percezione illusoria, procura anche effetti nocivi: distorce il giudizio e diffonde un’ipocrisia idealista che, tramutando le norme in schemi morali a valore contundente, inasprisce i conflitti.

Per lungo tempo la storia istituzionale d’Europa si snoda nella falsa coscienza: l’ispirata grandezza dei principi è ciclicamente e tacitamente ridimensionata dalla preponderanza economica di Stati Uniti e Giappone, dalla disciplina imposta a causa della Guerra Fredda, dalle divisioni politiche del continente. Questo percorso, che pure ha superato molte tappe e ottenuto grandi successi, ora, con la fine del mondo bipolare e l’avvento di un’inedita complessità legata ai mercati globali, perde tutela politica e contesto economico: di tutto ciò, di uno sfaldamento che ormai diventa manifesto, è sintesi drammatica l’euro, il feroce macchinario che divora le economie meno corazzate del continente. Mosso da ambizioni di alto livello, ma deviato da cospicui difetti di architettura, il progetto della moneta unica ricapitola tutti i tratti dell’odierna utopia d’Europa che contraddice, con i risultati ottenuti nella vita reale dell’economia, i motivi ideali che lo ispirano.

L’euro è il punto più alto dell’idealismo comunitario. Gli Stati che partecipano all’eurozona, molto differenti fra loro per strutture economiche e tradizioni amministrative, si obbligano a seguire comuni politiche di bilancio mentre cedono la propria sovranità sulla moneta: a guidare una simile strategia dell’integrazione fra Stati è l’idea secondo cui l’adozione di regole vincolanti per il bilancio alla fine conforma con tratti analoghi – e quindi convergenti nel tempo verso una figura unica – economie reali anche molto diverse. La politica di bilancio – si ritiene – produce, anche se per via indiretta, una politica economica in grado nel tempo di indirizzare i comportamenti reali degli attori (consumatori, imprese, detentori di capitale). In tal modo il concetto strategico espresso nella regola di bilancio guida e vincola l’azione concreta dei soggetti economici. Nella realtà i comportamenti restano modellati dalla storia, dai rapporti di potere diffusi nella società, dalle abitudini di vita: regole comuni calate su un tessuto sociale difforme producono nel tempo effetti di divergenza che amplificano i divari. Con la moneta unica e con l’ideologia che la sostiene – gli algoritmi di bilancio ne sono parte essenziale – l’impianto progettuale delle istituzioni europee fa un salto di qualità: da strumento di semplificazione, applicato al funzionamento dei mercati per togliere regole specifiche e unificare spazi commerciali, si eleva a criterio regolativo della produzione, entra nel contenuto delle attività economiche, le vincola a obiettivi. In quanto lo sublima a direttiva di contenuto, l’euro accentua nel progetto comunitario il tratto idealista: l’economia reale è spinta a modellarsi secondo principi strategici, a orientarsi in base ad astrazioni politiche a essa sovraordinate.

C’è un’altra caratteristica, nella costruzione dell’euro, che ripete, rinforzandola, una nota tipica della storia comunitaria: l’autopropulsione. Con frequenza norme o decisioni comunitarie riferite ad ambiti specifici assumono nel tempo portata generale: talora innescano una dinamica politica, in altri casi creano un precedente giuridico o facilitano un’interpretazione sistematica: il corpus delle norme in tema di mercato si è formato soprattutto per questa via, mediante addizioni successive di campi tematici o piccole espansioni di competenza. Nel caso dell’euro gli algoritmi relativi al bilancio, ma soprattutto la stretta delimitazione dei poteri assegnati alla Bce, ovvero la riduzione dell’ambito strategico nel governo della moneta, scatenano conseguenze di largo raggio non previste in fase di progetto: influenzano le aspettative degli operatori, incidono sui flussi di capitale, definiscono le condizioni del credito. C’è però differenza su un punto rilevante: gli incrementi di competenza dell’ambito comunitario non hanno creato in passato distorsioni di sistema, oggi invece l’impianto dell’euro, con le sue ricadute difformi dalle attese dei progettisti, porta danni all’economia reale. Al posto di uno sviluppo lineare e progressivo si forma un movimento regressivo che devia dal lungo percorso storico dell’integrazione.

L’ultimo punto in cui l’euro riprende, intensificandolo, un tratto ricorrente della vicenda europea è l’errore di calcolo circa l’impatto delle politiche di integrazione sul mondo esterno. Prima della caduta sovietica l’Europa aveva spesso sopravvalutato il proprio peso nello scenario mondiale, immaginando prospettive di potenza autonoma che poi la forza materiale dei due blocchi faceva presto a dissolvere. Con l’euro, che accende sul continente dinamiche divaricanti, è sottovalutato il potere dirompente della complessità che gli ultimi vent’anni hanno accumulato nel mondo: non è colta in tutto il suo raggio di ricadute la debolezza cui le divaricazioni consegnano molte parti dell’eurozona, di fatto inermi di fronte al potenziale disgregante dei mercati globali e dei surplus di liquidità.

Intorno all’euro convergono così tutti i fili della costruzione comunitaria intrecciando la trama più ambiziosa e potente della recente storia europea: il punto decisivo è che, messi alla prova delle turbolenze formatesi nell’ultimo biennio, non reggono i fondamenti dell’impresa, ovvero la capacità dell’utopia europeista di mobilitare – in un passaggio storico cruciale – il sentimento popolare e la qualità tecnica degli algoritmi che la tradizione delle istituzioni comunitarie ha elaborato per gestire l’integrazione. L’idealismo degli algoritmi sovrappone i principi ai dati di realtà che, con i propri sviluppi, contraddicono la teoria e creano sconcerto e paura fra i popoli europei; si creano così due spazi scoperti, due baratri concettuali: uno strategico (come comportarsi, quale linea seguire) e uno analitico (come spiegare un’evoluzione tanto diversa da quella prevista in base ai principi). In entrambi i fronti, alle spalle della versione ufficiale che con sprezzo dei fatti descrive progressi dell’integrazione, si fanno spazio – come guide operative – costruzioni mentali di grande efficacia che guidano i comportamenti reali sulla scena europea. In ambito strategico ritornano in campo gli obiettivi nazionali, i vantaggi pensati sulla dimensione del singolo Stato che piegano a un uso strumentale gli algoritmi e i principi: se l’ideologia europeista porta a una via senza sbocco, se l’integrazione si smentisce nella pratica, prevale come una facile abitudine l’idea dell’interesse nazionale. In ambito analitico si riaffaccia una visione di stampo morale che ha come criterio di fondo l’assegnazione di responsabilità: se l’idealismo dell’utopia comprime – per salvare i principi – la ricostruzione dei processi nella loro dimensione fattuale (e quindi impersonale), al suo posto si impone una spiegazione, basata sui motivi e sulla volontà dei soggetti, che riconduce gli eventi non a una dinamica di forze e fattori ma a una sequenza di intenzioni. In un movimento del tutto naturale, all’idealismo, che toglie dall’attenzione i risultati dell’esperienza, si associa una visione morale che interpreta psicologie e classifica atti di volontà (buoni o cattivi).

Il debito – come da etimologia tedesca – manifesta colpa, il surplus commerciale rivela lo stato di grazia e la recessione opera come strumento di pena. Anche sulla scena europea la visione morale, come sempre accade con la discesa dell’etica in politica, ha un corposo risvolto pratico: separa fra gli Stati gli eletti dai dannati e legittima così azioni che distribuiscono in modo squilibrato danni e vantaggi. Il Nord austero (luterano) accumula premi ed esporta – con le merci – moniti morali; il Sud lassista (cattolico, ortodosso) patisce restrizioni produttive e aumenta – con i debiti – le recriminazioni. Il progetto dell’euro ha cercato fin dall’inizio, con gli algoritmi di bilancio e la restrizione dei poteri assegnati alla Bce, di comprimere lo spazio discrezionale della politica, di allineare i passi della costruzione monetaria secondo un percorso cogente, determinato in base ai principi (le decisioni di partenza) e ai vincoli assunti. Con la crisi, che scardina tracciati previsti e cartografie tecniche, la politica è rimessa al centro della scena, però nella forma poco prevedibile del ritorno di un rimosso antico: rancori nazionali, sopraffazioni, conflitti di potenza, sforzi egemonici. Sono impulsi forti che hanno, nella gran parte dei casi, effetti disgregatori: nel momento in cui gli interessi nazionali divergono e sono difesi con crescente determinazione, si diffondono scontri – a intensità bassa in un primo tempo, poi via via più alta – e i vari pezzi d’Europa cominciano a separarsi: in Gran Bretagna diventa sempre più netta una linea di distacco dall’Ue e molti Paesi dell’Europa centrale e settentrionale aumentano la distanza di sicurezza dall’euro.

L’architettura istituzionale dell’euro drammatizza le debolezze strutturali: la moneta unica non è tanto un moltiplicatore di potenza quanto piuttosto una fonte di divisione. Minato da un’originaria sfiducia nella politica, l’euro – che è in essenza un progetto politico – aumenta l’incertezza strategica dell’Europa e ne favorisce le divisioni (sedimentate a lungo nella storia). Occorre, per immaginare qualche rimedio, vedere anzitutto quali passaggi non hanno funzionato, esaminare in dettaglio che cos’è andato storto.

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