Chi Dovrebbe Essere il Padrone


[Di Ludwig von Mises. Estratto dal libro Bureaucracy. Titolo originale: Who Should Be the Master? Traduzione di Enrico Sanna.]

In qualunque sistema basato sulla divisione del lavoro è necessario che ci sia un principio base che coordini le attività dei diversi specialisti. Gli sforzi di uno specialista sarebbero nulli e controproducenti se lui non prendesse come guida la supremazia del pubblico. L’unico fine della produzione, è ovvio, consiste nel servire i consumatori.

In una società basata sul mercato il principio guida è il profitto. In una società basata sul controllo statale è l’irreggimentazione. Non esiste una terza possibilità. Anche chi non sente l’impulso di guadagnarsi da vivere sul mercato, ha comunque bisogno di un codice che gli dica cosa deve fare e come.

Una delle obiezioni sollevate più di frequente contro il sistema liberale e democratico del capitalismo è che pone troppo l’accento sui diritti dell’individuo a discapito dei suoi doveri. La gente guarda ai propri diritti e si dimentica degli obblighi. Da un punto di vista sociale, invece, i doveri di un cittadino sono più importanti dei suoi diritti.

Non occorre che ci soffermiamo sugli aspetti politici e costituzionali di questa critica antidemocratica. I diritti dell’uomo codificati nelle varie carte dei diritti servono alla protezione dell’individuo contro l’arbitrarietà dello stato. Se non fosse per questi diritti, tutta la popolazione sarebbe schiava di governanti dispotici.

In campo economico, il diritto di acquisire e disporre di una proprietà non è un privilegio. È il principio che assicura il migliore soddisfacimento dei bisogni del consumatore. Chi vuole guadagnare, acquisire e tenere per sé la ricchezza è obbligato a servire i consumatori. Il profitto è il sistema che permette alla popolazione di guadagnare supremazia. Più è grande il successo nel servire i consumatori, e più è grande il guadagno. L’imprenditore che si arricchisce producendo buone scarpe al costo più basso lo fa a vantaggio di tutti; se una legge dovesse limitare il suo diritto a diventare ricco, a pagarne le spese sarebbe la maggior parte della popolazione. Una legge simile favorirebbe soltanto la concorrenza meno efficiente. Servirebbe solo a far salire, non calare, il prezzo delle scarpe.

Il profitto è la ricompensa per aver meglio servito il compito che ci si è volontariamente assunti. È lo strumento che garantisce la supremazia delle masse. L’uomo della strada è il cliente per cui i capitani d’industria e i loro aiutanti stanno lavorando.

Qualcuno obietta che non è così nel caso della grande industria. Il consumatore non ha altra scelta che comprare quello che passano o rinunciare a soddisfare i propri bisogni vitali. È costretto ad accettare il prezzo imposto dall’imprenditore. La grande industria non è più un fornitore ma il padrone. Non ha bisogno di migliorare e rendere più economici i suoi servizi.

Prendiamo in esame il caso di una ferrovia che congiunge due città non connesse da altre linee ferroviarie. Ignoriamo pure il fatto che ci sono altri mezzi alternativi alle ferrovie: autobus, automobili, aerei, battelli. A queste condizioni è vero che chiunque voglia andare da una città all’altra è costretto ad essere cliente di questa ferrovia. Ma questo non significa che la ferrovia non abbia interesse ad offrire un servizio buono e a buon prezzo. Non tutti quelli che vogliono viaggiare sono costretti a farlo a qualunque condizione. Il numero di passeggeri, che siano persone che viaggiano per piacere o per affari, dipende dall’efficienza del servizio e dal costo del biglietto. Ci sarà qualcuno che viaggerà comunque. Altri invece decideranno di farlo solo se un servizio veloce e un prezzo basso rendono il viaggio desiderabile. E proprio questi ultimi sono quelli che determinano la differenza tra un’attività economica fiacca, o addirittura fallimentare, e una rigogliosa. Date le considerazioni estreme citate, se questo è vero per una compagnia ferroviaria, lo è a maggior ragione per qualunque altro ramo d’affari.

Tutti gli specialisti, che siano uomini d’affari o professionisti, sono perfettamente coscienti del fatto di dipendere dal volere dei consumatori. L’esperienza quotidiana insegna loro che, in un sistema capitalista, il loro compito principale consiste nel servire i consumatori. Quegli specialisti che non capiscono questo fatto sociale fondamentale risentono questa “servitù” e chiedono di essere liberati. La rivolta di questi esperti dalla mentalità ristretta è una delle forze principali che spingono verso la burocratizzazione.

L’architetto deve adeguare il progetto ai desideri di chi vuole costruire una casa; o, nel caso di appartamenti, ai desideri di chi vuole costruire un palazzo che si adatti ai gusti dei possibili inquilini, così da incrementare le probabilità di affittare un appartamento. Non occorre capire se l’architetto ha ragione quando dice di sapere meglio di profani privi di buon gusto come deve essere fatta una bella casa. Può schiumare di rabbia quando è costretto a svilire il suo magnifico progetto per incontrare i gusti del cliente. Aspira idealmente ad una condizione in cui lui realizza abitazioni che rispondono ai suoi standard artistici. Immagina un ufficio statale dell’edilizia e nel suo sogno si vede a capo di questo ufficio. Solo allora potrà realizzare abitazioni secondo i suoi gusti.

Questo architetto si offenderebbe se qualcuno dovesse dire che è un aspirante dittatore. Il mio unico fine, risponderebbe, è di rendere felici le persone fornendo loro delle belle case; queste persone sono troppo ignoranti per sapere cosa è meglio per il loro benessere; dovrebbe esserci una legge che vieta le case brutte. Ma, chiediamo noi, chi è che decide se uno stile architettonico è buono o brutto? E l’architetto risponderebbe: Io, ovviamente, l’esperto. Per lui non conta nulla il fatto che, anche tra architetti, c’è molto dissenso riguardo gli stili e i valori artistici.

Quasi non c’è bisogno di evidenziare che questo architetto, anche sotto una dittatura burocratica, e soprattutto in un regime totalitario, non sarebbe libero di fare secondo le proprie idee. Sarebbe costretto a seguire i voleri dei suoi superiori, e questi sarebbero soggetti ai voleri del dittatore supremo. Nella Germania nazista neanche gli architetti sono liberi. Devono adattarsi alle idee di Hitler, l’artista frustrato.

E c’è un’altra cosa ancora più importante. In campo estetico, così come in qualunque altro campo dell’opera umana, non ci sono criteri assoluti che stabiliscano ciò che è bello e ciò che non lo è. Se qualcuno costringe gli esseri umani a sottomettersi ai suoi standard, non li sta rendendo più felici. Soltanto loro possono dire cosa amano e cosa li rende felici. Se qualcuno è un appassionato di commediole, non puoi renderlo più felice costringendolo a vedere Amleto. Puoi deridere i suoi gusti. Ma il padrone supremo dei suoi gusti rimane lui.

Il nutrizionista del dittatore vuole che i cittadini mangino secondo il suo ideale di alimentazione perfetta. Vuole fare con gli uomini quello che l’allevatore fa con le mucche. Non capisce che la nutrizione non è un fine in sé ma il mezzo per giungere ad altri fini. L’allevatore non nutre le mucche per renderle felici ma per raggiungere gli scopi che una mucca ben nutrita può servire. Una mucca può essere nutrita secondo diversi schemi. Dipende da ciò che si vuole ottenere, se una grande produzione di latte, carne o altro. Ogni dittatore pianifica nascita, crescita, e alimentazione dei suoi pari come fa un allevatore con il suo bestiame. Non vuole rendere felice la popolazione ma portarla ad una condizione che renda lui, il dittatore, felice. Vuole addomesticarla. Vuole ridurla alla condizione di bestiame d’allevamento. Come l’allevatore, è un despota benevolo.

La domanda è: Chi dovrebbe essere il padrone? Dovrebbe essere l’uomo a scegliere la strada che, secondo lui, lo porta alla felicità? O dovrebbe essere un dittatore ad usare i suoi pari come pedine nel tentativo di rendere lui, il dittatore, felice?

Ammettiamo anche che qualche esperto abbia ragione a dire che molti commettono sciocchezze nel perseguimento della propria felicità. Ma non li si rende più felici mettendoli sotto guardia. Gli esperti che affollano le varie istituzioni governative sono certamente persone educate. Ma non hanno ragione quando si indignano perché le leggi frustrano i piani che loro hanno messo accuratamente su. A cosa serve un governo rappresentativo, si chiedono; non fa altro che frustrare le buone intenzioni. Ma la domanda giusta è un’altra: Chi dovrebbe governare il paese? Gli elettori o i burocrati?

Qualunque idiota è in grado di usare la frusta per costringere altri ad obbedire ai suoi ordini. Ma per servire la popolazione occorre cervello e diligenza. Pochi sanno produrre scarpe migliori ad un prezzo più basso della concorrenza. L’esperto inefficiente tende sempre ad una supremazia burocratica. Sa perfettamente che in un sistema competitivo non avrebbe successo. Trova rifugio nella burocratizzazione totale. Dal suo ufficio, può imporre il suo volere con l’aiuto della polizia.

Al fondo di tutta questa voglia di pianificazione e socialismo spesso non c’è altro che la coscienza intima della propria inferiorità e inefficienza. L’uomo che capisce di essere incapace di sfidare la concorrenza disprezza “la follia di un mondo basato sulla competizione”. Chi non riesce a servire i propri cittadini vorrebbe governare su di loro.

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