La Rivoluzione Industriale che non Avete Conosciuto


[Di Wendy McElroy. Originale pubblicato il 7 novembre 2013 su The Daily Bell con il titolo The Industrial Revolution You Haven’t Met. Traduzione di Enrico Sanna.]

Nelle fabbriche tessili erano chiamati “raccattatori”. Il raccattatore tipico aveva sei anni circa, e il suo compito era di andare a raccogliere il cotone che finiva sotto i macchinari. Poiché le macchine continuavano ad andare, gli incidenti terribili erano comuni. La storia punta il dito sul lavoro infantile durante la rivoluzione industriale e lo indica come una condanna struggente del sistema capitalista. O, meglio, è stata l’azione di alcuni particolari storiografi a tirar fuori questa interpretazione. La storia in sé, in effetti, disprezza questa interpretazione perché è una bugia.

I difensori di quella fonte di ricchezza umana che era la rivoluzione industriale solitamente controbattono queste storie di bambini lavoratori facendo notare che prima non c’erano alternative. Nel suo libro Azione Umana, ad esempio, l’economista iconico Ludwig von Mises dichiara con eloquenza: “È una distorsione dei fatti dire che le fabbriche hanno strappato le casalinghe dalla cura dei loro figli e della casa e i bambini dai loro giochi. Queste donne non avevano niente da cucinare per sfamare i loro figli. I bambini erano poveri e affamati. La fabbrica era il loro unico rifugio. La fabbrica li salvò, nel vero senso della parole, dalla morte per fame.”

Ma c’è un altro aspetto, ancora più profondo, riguardo i bambini lavoratori durante la rivoluzione industriale, di cui raramente si parla. Che c’erano due tipi distinti di bambini lavoratori nella Gran Bretagna del 19º secolo: quelli liberi e quelli che venivano dagli ospizi parrocchiali, ovvero i “poveri”. Quelli liberi erano sotto l’autorità dei genitori o di altri che fungevano da custodi. Quelli degli ospizi erano sotto l’autorità dello stato. Entrambi lavoravano ma c’era un’enorme differenza politica e sociale tra le due categorie. Nel suo saggio “Child Labor and the British Industrial Revolution” (Il Lavoro Infantile e la Rivoluzione Industriale Britannica), l’economista liberale Lawrence W. Reed spiega che i genitori “spesso si rifiutavano di mandare i loro figli a lavorare in condizioni particolarmente dure o pericolose”. A parte il legame affettivo che porta i genitori ad essere protettivi verso i propri figli, i genitori avevano solide ragioni economiche per essere cauti. Un bambino con un braccio ridotto a pezzi da una macchina non poteva guadagnarsi da vivere. Al contrario, aveva buone probabilità di diventare un peso per le finanze della famiglia.

I bambini degli ospizi non aveva genitori protettivi alle spalle; avevano un funzionario dello stato o un suo equivalente (gli ospizi erano di fatto un organismo dello stato).

Gli ospizi parrocchiali britannici sono precedenti la rivoluzione industriale. La Poor Relief Act (Legge di Contrasto alla Povertà) permise alle autorità parrocchiali di applicare tasse sulla proprietà per fornire aiuti ai “poveri meritevoli”. Nel 1723 fu approvata la Workhouse Test Act (una legge che fissava i requisiti per essere ammessi negli ospizi di povertà, es) per evitare i falsi ricorsi. Chi era in condizioni di lavorare doveva entrare in un ospizio per poveri se voleva ricevere aiuti: le dure condizioni di vita nell’ospizio fungevano probabilmente da deterrente. Ai tempi della rivoluzione industriale (circa 1760-1840), l’atteggiamento verso i poveri cambiò profondamente. Le guerre napoleoniche (1803-’15) non solo causarono un’emorragia di denaro, ma crearono anche una marea di veterani inadatti al lavoro. Le loro famiglie precipitarono nella povertà. Tra il 1795 e il 1815 i fondi per l’assistenza ai poveri quadruplicarono. Allo stesso tempo, il costo della mera sussistenza salì a causa di macchinazioni politiche come le leggi sul grano, una serie di leggi che miravano a tenere artificialmente alto il prezzo del grano prodotto dagli agricoltori britannici. Molti non potevano permettersi una fetta di pane.

La solidarietà verso i poveri era poca. Il libro dello storico Gertrude Himmelfarb, The Idea of Poverty, racconta il cambio di atteggiamento verso i poveri in quel periodo: dalla compassione alla condanna. Un rapporto governativo del 1832 divideva praticamente i poveri in due categorie: quelli che vivevano dei soldi degli altri, e quelli industriosi e lavoratori in grado di badare a se stessi. La Poor Law Amendment Act (Emendamento alla Legge sulla Povertà) del 1834 forniva alle parrocchie le direttive per istituire le “Poor Law Unions” (unioni di ospizi gestiti da più parrocchie, es); ognuna di queste unioni amministrava un ospizio, che, ‘grazie’ alle pessime condizioni di vita offerte, continuava a fungere da deterrente. Correttamente o no, lo statista Benjamin Disraeli disse che la legge dichiarava “la povertà un crimine”.

I bambini poveri erano virtualmente incarcerati negli ospizi. Quasi tutte le parrocchie britanniche avevano negli ospizi una “scorta” di bambini abbandonati, che venivano praticamente venduti alle fabbriche. Diversamente dai genitori, per i burocrati i bambini poveri non erano persone da amare, o esseri dotati comunque di qualità umane positive. I bambini poveri erano piuttosto unità intercambiabili, e visto che ne nascevano in continuazione di loro c’era sovrabbondanza. Dal canto loro, neanche gli industriali privati che andavano a braccetto con lo stato avevano le mani pulite. I proprietari delle fabbriche non potevano costringere i bambini liberi a svolgere mansioni pericolose e sporche. Quelli che venivano dagli ospizi, senza alternative, vivevano invece le esperienze più atroci del lavoro infantile. La causa delle atrocità non era il libero mercato o il capitalismo; queste forze, assieme alla famiglia, proteggevano i bambini. I lavoratori bambini erano invece vittima dello stato, della burocrazia e di industriali che utilizzavano la legge senza farsi scrupoli.

Non è un caso che il primo romanzo britannico ambientato nell’industria fu Michael Armstrong: Factory Boy (1840), di Frances Trollope. Il protagonista, Michael, viene dato in apprendistato ad un’agenzia per bambini poveri. Né è un caso che il personaggio più famoso tra i bambini lavoratori, Oliver Twist, non è maltrattato dai genitori o da un industriale privato, ma da brutali funzionari dell’ospizio al confronto dei quali Fagin era una persona umanitaria. All’età di dodici anni, la famiglia in prigione per debiti, l’autore di Oliver Twist, Charles Dickens, viene mandato a lavorare come uno schiavo in una fabbrica. Come nota Reed, la “prima legge britannica sul lavoro dei bambini in fabbrica fu approvata per proteggere gli apprendisti che venivano dagli ospizi, non quelli liberi”. La legge citava esplicitamente i bambini degli ospizi perché il peso degli abusi era sulle loro spalle.

Reed fa questo commento sui bambini degli ospizi parrocchiali: “Quando parlavano dei ‘mali’ della rivoluzione industriale capitalista, i critici [del libero mercato] puntavano il dito su questi bambini. Questi piccoli, da quel che si sa, non erano sotto il controllo e l’autorità diretta dei loro genitori in un regime di libero mercato del lavoro, ma sotto l’autorità dello stato. La maggior parte erano orfani; qualcuno era vittima di genitori negligenti, o di genitori che non avevano la capacità, per malattia o mancanza di professionalità, di guadagnare abbastanza da prendersi cura della famiglia. Tutti quanti erano sotto la custodia delle ‘autorità parrocchiali’.”

Ciononostante, i riformisti socialisti riuscirono a convincere il governo a rimediare agli abusi sui bambini lavoratori di cui lo stesso governo era responsabile. Lo stato strappò la libertà e il pane dalla bocca di quei bambini abbastanza sfortunati da finire sotto la sua autorità. È stato il mercato e il privato a dare la possibilità ai piccoli lavoratori liberi di fare passi verso l’indipendenza e procurarsi da mangiare. Una volta ancora, il male dello stato fu spacciato per rimedio.

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