La Mentalità dello Schiavo


[Di Enrico Sanna]

Questo articolo parla della mentalità dello schiavo. Incidentalmente, parla anche del fallimento dello stato sociale in occidente. È diviso in tre parti. Prima parlo di due uomini che discutono in un bar. Poi parlo dell’Esodo, che è il secondo libro della Bibbia. La crema del panzerotto è tutta verso la fine. Molti non la trovano dolce.


Quando volete convincere qualcuno, come prima cosa dovete chiedervi quali sono le probabilità di riuscirci. Molti non lo fanno mai. Ogni tanto, in qualche forum di internet vedi discussioni che vanno avanti stoicamente per pagine come una partita di ping-pong. Nessuna delle parti arriva mai a questa conclusione: Sto solo perdendo tempo. Però dovrebbe. Se sai dove si batte il chiodo, fai meno sforzo e ottieni un risultato felice. Questo significa migliorare l’efficienza del sistema. Due persone che discutono al bar non sono interessate all’efficienza.

Due persone che discutono al bar partono da questo presupposto: Se uso bene le mie capacità retoriche potrò convincere chiunque della bontà del mio ragionamento. Queste due persone sono anche convinte che il concetto di cui si sentono chiamati a testimoniare corrisponde alla verità. Possono ammettere un arrangiamento a patto che sia insignificante e serva a rafforzare il concetto. Sono anche convinte di essere state chiamate a diffondere le loro idee dinanzi al mondo.

Procedono per stadi.

All’inizio è tutto ovvio: dalla semplice enunciazione di una frase ci si attende una illuminazione improvvisa nell’animo collettivo del genere umano. Dalla settima in poi, tutte le capacità retoriche sono utilizzate nella ripetizione della stessa frase con trascurabili variazioni nella sintassi. Dopo la decima scopri di vivere un’esistenza in armonia con il creato. Se non te lo ricorda il barista, non sai più perché devi convincere qualcuno di qualcosa.

Esistono davvero baristi che cadono così in basso nella scala dei valori umani da rimbalzare sul fondo del loro tedio e ricorrere a simili amenità di gusto neroniano per pura mancanza di un’anima sensibile.

La melma morale è: quando due parti irriducibili combattono la loro personale guerra futile, fate il barista. State sulla pedana. Dominateli dall’alto. Colpiteli con tutta la vostra attonita distrazione. State fuori.

Ora l’Esodo.

L’Esodo è il secondo libro della Bibbia. Comincia con il popolo di Israele schiavo in Egitto. Gli egizi…

“[a]mareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano tutti questi lavori con asprezza.” (Es. 1:14)

Il fatto brillante è che questo popolo, il popolo eletto, si ficchi nella melma già al secondo libro della propria storia. Non dubito che questo sia un caso illustrativo degli effetti della maledizione espressa verbalmente nel libro precedente. Un esempio dalle qualità geniali della capacità innata di alcuni di andare in vacca anche con il migliore degli sponsor. Dovrebbe dire molto alle generazioni di pupponi di questi ultimi due secoli, che hanno eretto a divinità un leviatano di cialtroni, pifferai e ladri dichiarati. Le mamme dovrebbero leggere il libro dell’Esodo al proprio figlio che dichiara stoicamente la sua volontà di rifiutare un posto di lavoro se non gli danno i contributi pensionistici. Se ci fossero ancora mamme non starei qui a scrivere questa roba.

Per tornare agli ebrei, com’è e come non è dopo quattrocentotrenta anni il Signore li libera dalla schiavitù facendoli passare dal Mar Rosso. La fuga è spettacolare:

“Allora Mosè stese la sua mano sul mare e il SIGNORE fece ritirare il mare con un forte vento orientale, durato tutta la notte, e lo ridusse in terra asciutta. Le acque si divisero, e i figli d’Israele entrarono in mezzo al mare sulla terra asciutta; e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra.” (14:21-22)

Immagino che Mose, almeno a questo punto della narrazione, non sapesse di guidare un gregge di schiavi. Probabilmente, lui pensava di aver portato un popolo fuori dalla schiavitù. Probabilmente pensava che ora fossero liberi. Invece erano ancora schiavi. Avevano la mentalità dello schiavo.

Ken Raymond è un americano che ha studiato la mentalità dello schiavo. Raymond cita l’autobiografia di Frederick Douglass, Narrative of the Life of Frederick Douglass. Douglass era un ex schiavo vissuto nel diciannovesimo secolo. Descrive così la mentalità dello schiavo:

“Ho scoperto che, per fare contento uno schiavo, è necessario prima liberare la sua mente dai pensieri. È necessario oscurare la sua morale e la sua capacità di vedere con la mente e, per quanto è possibile, annullare la sua capacità di usare la ragione. Egli non deve rendersi conto del fatto che la schiavitù è una contraddizione; bisogna fargli capire che la schiavitù è giusta”

Raymond poi cita Harriet Tubman, una donna che aiutò molti schiavi a fuggire dalla schiavitù tramite un’organizzazione chiamata Underground Railroad, la Ferrovia Sotterranea. Ad un certo punto, la Tubman fa questa affermazione:

“Ho liberato un migliaio di schiavi. Ne avrei liberati molti di più, se solo avessero saputo che erano schiavi.”

Non lo sapevano perché avevano acquisito la mentalità dello schiavo. Ken Raymond riassume così la mentalità di una persona che si riconosce nella propria condizione di schiavo:

“Una persona che è stata condizionata a tal punto da accettare, in silenzio e senza obiettare, come se fosse nell’ordine naturale delle cose, una situazione che va a suo stesso danno. Questo condizionamento lo porta ad accettare i principi del suo padrone, nonché l’opinione che questi ha del suo schiavo. È questo condizionamento che porta lo schiavo a diffondere le opinioni del padrone tra gli altri schiavi che vivono le sue stesse condizioni.”

Gli ebrei che uscirono dall’Egitto erano in queste condizioni. Erano liberi per un fatto tecnico. Psicologicamente, erano schiavi. Appena fuori dall’Egitto cominciarono a rimpiangere i tempi in cui erano in schiavitù. Non credono in Dio. Cercano conforto in un’idealizzazione del passato:

«Fossimo pur morti per mano del SIGNORE nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!» (16:3)

Dio sa che sono inaffidabili. Per questo li fa girare inutilmente nel deserto per quarant’anni. Per farli morire. Gli ebrei che entrano nella terra promessa non sono gli stessi che sono usciti dall’Egitto. I vecchi non sono affidabili. Perché? Perché hanno la mentalità dello schiavo. E perché diffidano di Dio. Amano il Grande Fratello. Come gli schiavi di oggi amano lo stato.

E odiano Mose che li ha liberati. Sospettano di lui fin da subito. Questo episodio è narrato nel secondo capitolo dell’Esodo:

“In quei giorni, Mosè, già diventato adulto, andò a trovare i suoi fratelli; notò i lavori di cui erano gravati e vide un Egiziano che percoteva uno degli Ebrei suoi fratelli. Egli volse lo sguardo di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia. Il giorno seguente uscì, vide due Ebrei che litigavano e disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo compagno?» Quello rispose: «Chi ti ha costituito principe e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi come uccidesti l’Egiziano?»” (2:11-14)

Gli ebrei non solo condannano il gesto di Mose, ma vanno anche a denunciarlo al faraone. Incomprensibile? Un’anomalia? Macché. Nel libro La Capanna dello Zio Tom, i guardiani della piantagione di Simon Legree sono schiavi. Sono loro a frustare gli altri schiavi. La Beecher Stowe racconta che questa era pratica normale nelle piantagioni del sud. E poi: Verso la fine della guerra, i nazisti cominciarono ad affidare a ebrei alcuni compiti di gestione dei campi di sterminio. Se i kapò ebrei non arrivarono ai livelli di identificazione con il potere dei guardiani di Simon Legree fu per una ragione semplice: non ci fu il tempo.

Oggi non ci sono più faraoni. Non ci sono più neanche i nazisti. E neppure Simon Legree. Però c’è lo stato. Lo stato c’era anche allora. Il faraone era lo stato. I nazisti erano lo stato. Simon Legree non era lo stato. Però lo stato era indispensabile al mantenimento del suo status. Lo stato garantiva l’istituzione della schiavitù.

Gli schiavi di oggi sono i buoni cittadini. I buoni, bravi, onesti, obbedienti cittadini. Non solo pagano le tasse così che lo stato abbia i mezzi per seviziarli. Credono anche nella moralità di questo sistema. Pensano che sia giusto che anche gli altri siano coinvolti. Come spiega Raymond, lo schiavo diventa l’agente principale del padrone. È felice di pagare. Oltre i cinquant’anni questa è la mentalità di default. Non puoi parlare con loro. Non ti ascoltano.

Perciò vanno al bar.

Questo salva i giovani? No. Anche loro confidano nello stato. Sono ribelli superficiali. In realtà sono conservatori. Credono che lo stato verrà a salvarli. Come nei film western. Come la mamma che va a prenderli al campetto di pallone. Credono che lo stato darà loro la pensione quando arriverà il momento. Sono moralmente tarati e eticamente insensibili. Qualcuno intuisce che non ci sarà nessuna pensione alla fine del processo. La maggior parte è all’oscuro o preferisce giocare a pallone. Noi che parliamo di queste cose siamo ascoltati, al massimo, dall’uno percento della popolazione.

Mi dicono sempre che esagero con le stime.

Qualcuno sa che quei soldi vanno nelle tasche di chi è già in pensione, non sono messi da parte per la loro vecchiaia. È uno schema Ponzi. Alla fine capiranno tutti. Sarà l’evidenza della matematica a costringerli a capire. L’occidente ha finito la sua ricchezza. È come l’Unione Sovietica. Ludwig von Mises lo chiamava destructionism, distruzionismo. Molti pensano che l’occidente se la caverà. Perché? Perché il sistema non è mai crollato. Ma questo non è successo perché è un sistema migliore di quello sovietico. È solo che quando ha iniziato aveva molta più ricchezza. Dura più a lungo. Ma finirà.

BaristaA quel punto molti vorranno tornare indietro. È normale. Vorranno tornare in Egitto. Il fatto è che il Mar Rosso si è richiuso. Non si può tornare indietro. Un giorno capiranno. Devono capire.

Con gli altri non c’è molto che puoi fare. Non puoi convincerli. È quasi impossibile convincere qualcuno che ha la mentalità dello schiavo. Puoi soltanto fare come il barista. Servi la birra e guardali in silenzio. E sorridi cortesemente.

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2 thoughts on “La Mentalità dello Schiavo

  1. Grandioso! Uno dei più bei post che io abbia mai letto.
    Non è adulazione, ma semplice constatazione.
    Sono discorsi che affronto spesso, ma effettivamente gli schiavi di oggi non sanno di esserlo. Come in una specie di Matrix, solo pochissimi di noi hanno scoperto l’inganno. Ma come dici bene tu, non ci sarà nessun salvatore, nessun Keanu Reves. Solo noi baristi.

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