Tassa, Indebita e Spendi


[Tratto dal libro As We Go Marching (1944, Doubleday and Co.) di John T. Flynn. Traduzione di Enrico Sanna.]

Adesso possiamo vedere come certe correnti di pensiero erano state precedentemente messe in moto da questa società italiana. Altre ancora le vedremo nascere. La prima cosa che vediamo è il fatto che la gente fosse convinta che i problemi economici e sociali che li toccavano dovessero essere risolti, che primo fra tutti c’era il problema della povertà e delle crisi, e che fosse dovere del governo fare qualcosa al proposito. Queste convinzioni erano talmente radicate che tutti quelli che arrivavano al potere non potevano non metterle nel loro programma politico.

Questa situazione generò un’altra convinzione radicata, che, da uno sgocciolio iniziale, finì per inondare il territorio del pensiero pubblico italiano. Con il regime di Agostino Depretis, che salì al potere come presidente del consiglio nel 1876, questo sgocciolio cominciò a scorrere come un fiume.

Fin dai primi giorni dopo l’unità, l’Italia era stata governata da politici di destra, alcuni dei quali abili statisti e patrioti che ispirarono i principi di liberazione e unità. Questi politici erano sotto il dominio delle idee politiche più che economiche. Nel frattempo le tasse crebbero, la centralizzazione del potere divenne per i liberali uno spettro; la domanda di sicurezza privata da garantire con lo stato sociale, così come la richiesta di una previdenza sociale, furono ignorate. Cominciarono a circolare voci di un deterioramento del prestigio nazionale all’estero. Tutto finì con una rivolta politica contro un regime considerato troppo cauto. Sulla cresta di quest’onda, Depretis salì al potere. Depretis era un giornalista e un politico e in parlamento si alleò con la sinistra. Arrivò al potere come leader della sinistra, e come tale governò da presidente del consiglio, salvo un breve intervallo, per quasi tutti gli anni tra il 1876 e il 1887.

Promise ogni genere di riforma senza badare alle contraddizioni contenute nelle sue promesse. Promise una riduzione delle tasse e allo stesso tempo un aumento dei lavori pubblici. Promise uno stato sociale più ampio e più prosperità. Quando arrivò al potere, non aveva né un programma né una nozione chiara di come avrebbe adempiuto a queste promesse. Il suo partito era formato da reclute che venivano da scuole di pensiero politico di ogni genere. Trovò al suo fianco i rappresentanti di ogni tipo di scontento e di ogni organo di salvezza nazionale. Attorno a lui si affollarono gli affittuari terrieri oppressi assieme agli artigiani delle città carichi di lavoro e sottopagati, ma anche i possidenti terrieri e i datori di lavoro più reazionari, e tutti chiedevano, come disse un commentatore, che tutte le promesse fatte durante l’ascesa al potere fossero onorate.

Era considerato un uomo moralmente integerrimo per quanto riguardava il denaro. Ma risultò essere un leader dall’evidente disonestà intellettuale. Come statista era superficiale, a malapena dotato della conoscenza più elementare dei gravi problemi economici e delle riforme sociali. Ma come politico era un artista di primo livello. Aveva una scaltra conoscenza degli uomini. Se delle debolezze e dei mali del sistema sociale aveva soltanto una conoscenza superficiale, per contro intuiva istintivamente le fragilità e i vizi dei leader politici. Mise in atto una politica che consisteva nel voler piacere a tutti. Ricoprì la carica senza un programma preciso di governo, improvvisando giorno per giorno secondo le molteplici difficoltà che si presentavano.

Un destino deprimente sembrava perseguitare i presidenti del consiglio della cosiddetta sinistra italiana. Depretis, con le posizioni chiave del suo governo affidate alla sinistra, adottò, quando arrivò al potere, le politiche dei predecessori spacciandole per sue. Aumentò le tasse indirette, e nominò commissioni per evitare di affrontare i problemi che aveva promesso di risolvere. Quando arrivò alla carica il bilancio era in pareggio. Rimase così fino al 1884. Ma l’inevitabile depressione arrivò e Depretis, colui che aveva promesso una vita migliore, non sapendo cos’altro fare, si rivolse al più vecchio e più reazionario tra gli strumenti: i lavori pubblici finanziati con i prestiti. Adottò quella politica che ai giorni nostri è chiamata “tassa e tassa, indebita e indebita, spendi e spendi”. Il bilancio andò fuori pareggio nel 1884 e rimase così per tredici anni.

Il bilancio era stato in deficit dal 1859 al 1876, ma i predecessori di Depretis avevano posto fine a queste condizioni. Depretis portò il bilancio fuori dal pareggio nel 1885-’86 e decise deliberatamente che d’ora in poi questa sarebbe stata la politica nazionale. Vivendo alla giornata per mantenersi al potere, cercando di tenere a bada raggruppamenti di ogni sorta, Depretis ricorse liberamente ai fondi pubblici. Strade, nuove scuole, canali, uffici postali, lavori pubblici di ogni genere furono realizzati con fondi ottenuti in prestito.

Depretis si accorse ora di avere in mano una potente arma politica. La vita politica italiana era notoriamente corrotta. I deputati erano in vendita. Ma Depretis scoprì che, invece di comprare i deputati, poteva comprare i loro collegi elettorali. Tutti i collegi chiedevano l’assegnazione di fondi per costruire scuole, uffici postali, strade, oltre alle sovvenzioni per gli agricoltori. Il presidente del consiglio scoprì che poteva comprare il consenso degli elettori spendendo soldi pubblici nel loro collegio elettorale. Il deputato doveva dimostrare ai suoi di essere sufficientemente a favore del presidente del consiglio e i fondi arrivavano nel collegio. In Italia si erse lo stato filantropico, che da allora non è stato più smantellato.

Margot Hentze descrive il sistema con queste parole:

Cominciarono a fare pressione tramite gli organi delle amministrazioni locali, ai quali veniva fatto intendere che i collegi “favorevoli” avrebbero potuto avere nuove scuole, lavori pubblici, strade, canali, uffici delle poste e del telegrafo, e così via, mentre quelli che non erano “favorevoli” avrebbero potuto vedere le loro istituzioni soppresse. L’effetto di queste tattiche fu grande. Molti dei più importanti uomini della destra persero il seggio.

La 14ª edizione dell’Encyclopædia Britannica del 1929, alla voce “Italy”, allude così a questo episodio:

Ansiosi di conservare la carica, Depretis e il ministro delle finanze Magliani non esitarono mai a mettere un’ipoteca sul futuro finanziario del loro paese. Non negavano mai una concessione a deputati o gruppi di deputati, il cui supporto era indispensabile alla vita del governo, e in queste condizioni non era possibile porre un freno efficace agli abusi amministrativi in cui era in gioco l’interesse dei politici e dei loro elettori.

La stampa riceveva contributi in segreto. I giornalisti venivano adulati, alcuni di loro ricevevano denaro mentre altri ottenevano un posto di lavoro per i loro parenti. Fu proprio per uno scandalo legato alla stampa che Depretis ad un certo punto fu costretto alle dimissioni. I suoi sostenitori amavano parlare di lui come di una persona “incorruttibile”. Alcuni tra i suoi nemici lo chiamavano l’“incorruttibile corruttore”. Così il primo governo italiano di sinistra diede all’Italia il dubbio contributo di un controllo con fondi pubblici e di una politica basata sul debito e sulla spesa pubblica.

Chi immagina che l’espediente della spesa in deficit sia un’invenzione dei riformatori dei nostri giorni potrebbe trovare interessanti i dati sui bilanci italiani:

Deficit Pareggi
Dal 1859 al 1876 17 anni
Dal 1876 al 1884 8 anni
Dal 1884 al 1898 14 anni
Dal 1898 al 1910 10 anni
Dal 1910 al 1925 15 anni
46 anni 20 anni

Dunque fino al 1925, in sessantasei anni di vita nazionale, il bilancio italiano fu in deficit per quarantasei anni. I deficit dei primi diciassette anni furono il risultato dell’assunzione dei debiti dei vari stati costituenti il paese e della grande spesa intrapresa per l’organizzazione della nuova nazione. Ma dopo Depretis i deficit furono il risultato di una precisa politica di spesa di denaro preso in prestito per lavori pubblici, avviati per evitare il disastro economico e permettere ai ministri di restare al potere.

Il risultato di tutta questa spesa e di tutto questo indebitamento, ovviamente, fu la crescita continua del debito pubblico. A giugno del 1914, il debito pubblico dell’Italia era di 15 miliardi e 766 milioni di lire: una grossa somma considerato il potere d’acquisto di un paese con le dimensioni e il grado di povertà dell’Italia. La conseguenza di tutto ciò fu che l’Italia si ritrovò, all’inizio della guerra (la prima guerra mondiale, es), con la necessità di finanziare le immense spese di guerra ricorrendo a enormi prestiti che andarono ad aggiungersi alla montagna di debito pubblico già esistente. L’effetto di questo debito, già prima della guerra, fu l’imposizione di un peso fiscale sfiancante su una popolazione che a causa della povertà faticava a vivere decentemente. Nel 1913 gli interessi sul debito, da soli, prendevano un quarto di tutti gli introiti. Nel 1914, mentre la popolazione cominciava a protestare per il costo eccessivo dell’esercito e della marina militare, gli interessi sul debito ammontavano quasi alla somma di queste due spese.

John T. Flynn

Debito e pagamento degli interessi diventarono il problema più assillante del governo. King e Okey (Italy Today, 1909, Nisbet & Co., London) notarono nel 1909 che “il paese è appesantito dalle tasse perché lo stato ha assunto su di sé un peso che va oltre le sue forze,” e aggiunsero che “questioni finanziarie sono al fondo di metà dei problemi dell’Italia.” Ovviamente, il problema spuntava fuori anche quando si discuteva di qualunque altra questione. Una volta che ci si affidò alla spesa pubblica per mantenere il governo a galla non ci fu più scampo. Una volta scoperto che questo stratagemma era uno strumento di potere non mancarono mai politici pronti a servirsene. Gli uomini di stato più prudenti e onesti, che consigliavano una sana politica fiscale, erano impotenti contro di loro. I buoni consigli erano un’arma scarica contro l’assegnazione di fondi pubblici. L’Italia non riuscì mai a ripagare il debito. Non poteva sperare di ridurlo di una misura sostanziale. E mentre il deficit saliva gli uomini più prudenti non riuscivano a vedere altro finale se non il disastro. Gli interessi divennero intollerabili a tal punto che quando Giolitti fu in grado di rifondere il debito ad un tasso di interesse più basso l’impresa fu salutata come il “Risorgimento finanziario” d’Italia.

È interessante notare che una persona come Guglielmo Ferrero suonasse l’allarme riguardo la politica di indebitamento e spesa già nel 1899. In un libro semi-sconosciuto intitolato Militarismo racconta come il governo inaugurò nuove strade, avviò lavori pubblici su grande scala, mise su banche e organizzò grandi servizi pubblici spendendo “somme favolose” e “contraendo debiti pesanti”. Queste novità, osserva Ferrero, furono copiate dal parlamento francese, e il risultato fu che il parlamento italiano “finì per somigliare al parlamento francese e diventò uno strumento nelle mani di un’oligarchia.” Ferrero poi richiama l’attenzione sulla prossima resa dei conti:

Quando per il governo le sorgenti dell’abbondanza cominciarono a prosciugarsi, quando per mancanza di fondi e per l’impossibilità di negoziare nuovi prestiti lo stato fu costretto a contrarre l’estensione della burocrazia e frenare i lavori pubblici, allora e solo allora gli italiani capirono cosa significava essersi lasciati andare diventando una delle nazioni più tartassate al mondo.

L’italia ebbe un breve periodo di respiro durante i quali il bilancio fu in pareggio: durò dodici anni, dal 1899 al 1910. In questo periodo entravano grosse somme sotto forma di rimesse degli emigrati italiani in America, rimesse che garantivano un flusso continuo di denaro verso i parenti anziani rimasti a casa. C’era un flusso continuo di emigranti che lasciava l’Italia e questo ebbe un ruolo importante nel pareggio di bilancio. Gli emigranti erano persone molto povere che contribuivano pochissimo al potere d’acquisto della popolazione; la loro partenza drenò via una grossa fetta della popolazione in età da lavoro, facendo calare la spesa assistenziale e togliendo così un grosso peso dal bilancio dello stato. Quelli che partivano verso il Nuovo Mondo diventavano, se misurati con il metro italiano, lavoratori ricchi, contribuendo al bilancio nazionale invece di esserne beneficiari improduttivi. A dispetto di ciò, a partire dal 1911 il bilancio tornò in deficit, e così rimase finché una grande guerra e la seguente rivoluzione spazzarono via la libertà dall’Italia.

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