Confessioni di un Ex Criminale


[Di Joel Pointdexter. Originale pubblicato su lewrockwell.com il 7 novembre 2011 con il titolo Confessions of a Former Gang Member. Traduzione di Enrico Sanna.]

Non avevo nessuna voglia di continuare gli studi dopo il diploma. Anche se avevo fatto diversi lavori regolari, ero impaziente, cercavo qualcosa di più eccitante. Come molti altri ragazzi della mia età, avevo visto molti film che dipingevano con toni romantici la vita dei gangster, e io ne ero attratto. Mi avevano detto che se ero abbastanza bravo potevo fare un bel po’ di soldi, e se riuscivo ad eccellere potevo fare carriera.

La banda aveva legami internazionali, e per via della sua rete di attività all’estero passai alcuni anni lavorando fuori. L’associazione particolare di cui facevo parte operava principalmente nei paesi del terzo mondo. Lì noi criminali avevamo più possibilità di farla franca. Entravamo a forza in una città, o in un’altra, e dopo aver cacciato via la banda locale avevamo il posto tutto per noi.

Confidavamo nei contatti con i locali, che fungevano da informatori e da manovalanza di basso livello e che ci aiutavano a consolidare il dominio sulla strada. Per coprire le nostre attività illegali dovevamo operare dietro diverse organizzazioni di facciata. Solitamente ci spacciavamo per agenzia di sicurezza o per impresa di costruzioni, ed eravamo alle dipendenze del governo corrotto e della grande impresa che era non meno corrotta. Le nostre pubbliche relazioni erano di primo livello.

Mi ricordo di quando facevamo le pattuglie per la “sicurezza” nei sobborghi delle grandi città. Spesso trovavamo persone, per lo più ragazzini, che vendevano “benzina in nero” a bordo strada. Da queste parti della città i benzinai erano pochi e non riuscivano a stare appresso alla richiesta. C’erano persone intraprendenti che stavano sul bordo della strada con una tanica e vendevano un gallone o due a quelli che capitavano. I ragazzini che vendevano la benzina venivano solitamente da famiglie di genitori separati, per la maggior parte senza padre, e cercavano di sostentare la madre e i fratelli più piccoli. Ma ai benzinai non piaceva la concorrenza, e così si rivolsero ai loro amici politici, che affidarono a noi l’incarico di cacciarne uno non appena lo vedevamo.

Una volta il mio boss riconobbe uno dei ragazzini come uno che aveva già visto un’altra volta. Ora, la prima volta punivamo lo sgarro gettando a terra la benzina e intimando loro di non farlo più. Ma questa volta il mio boss perse la pazienza. Tagliò la tanica con il coltello e ci disse di rapire il ragazzino, che non aveva più di quattordici anni. Fu bendato e messo sul cassone della nostra camionetta. Terrorizzato, se la fece addosso e cominciò a piangere. I miei compari ridevano e facevano battute su di lui. Probabilmente lui temeva che l’avremmo sparato.

Invece lo portammo dall’altra parte della città, in casa dei nostri compari locali che erano famosi per essere ancora più crudeli di noi. Lì le condizioni erano infami. Uno che finiva nelle loro mani veniva lasciato crepare poco a poco, lo lasciavano soffrire con una ferita non trattata all’addome, o con un braccio sparato con un fucile caricato a chiodi. Dio solo sa cosa accadde al ragazzino dopo che lo lasciammo nelle mani di quei sadici.

Il più delle volte operavamo impunemente, ma capitava ogni tanto che uno di noi veniva preso. Mi ricordo una volta di alcuni tipi che lavoravano per un’altra cosca e che erano molto sciatti. Furono sbattuti dentro per estorsione e dovettero pagare le multe. Niente di molto serio, ma abbastanza da garantire che non potessero più muoversi. Ai boss non piaceva quando uno si lasciava prendere.

Noi gestivamo la città. Tu parcheggiavi dove il boss non voleva? E noi ti facevamo scoppiare i finestrini, giusto per farti vedere chi comandava. Il tuo vicino ti dava noie? Ci chiamavi, e noi irrompevamo in casa sua nel cuore della notte e spaccavamo tutto, e magari sbattevamo fuori lui e i suoi figli. Sfondavamo il mercatino con la camionetta, strappavamo le linee telefoniche, spaccavamo le strade, o facevamo a pezzi la bancarella di qualche ambulante.

E poi facevamo fuori quelli che provavano a competere con noi. Provavi a guardare qualcuno dei nostri con l’occhiata sbagliata e noi ti tiravamo fuori dalla macchina per darti una lezione, tanto per rimetterti a posto. Probabilmente spendemmo milioni di dollari di denaro sporco per stringere alleanze strategiche e tenere a bada le bande rivali. Quando quelli della nostra zona non stavano dentro le righe noi circondavamo il quartiere con le nostre camionette e andavamo porta a porta per ore, a intimidire i residenti e promettere il peggio se non facevano come dicevamo. Sembrava funzionare, e per questo lo facevamo spesso.

Nel mio lavoro ero bravo. Se avessi voluto, avrei potuto fare carriera nell’organizzazione. Ma dopo un po’ mi accorsi che la vita nel crimine non rappresentava tutte le mie aspirazioni. I film che avevo visto non raccontavano la storia per intero. Neanche quelli che mi avevano aiutato ad entrare mi avevano detto tutto. Avevano lasciato fuori i dettagli più importanti. Imparai a mie spese che essere “uno della famiglia” era in realtà un modo di vivere schifoso, disonorante, immaturo e basso. Arrivai a vedere quelli che lavoravano con me come oggetti, come sub-umani. Se per caso non l’avete ancora capito, il nome della cosca di cui facevo parte era Forze Armate Americane. Mi chiamavano soldato, ma in realtà ero soltanto un criminale con un fucile.

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