La Storia dei Nessi


[Di Enrico Sanna]

Giger, Landscape

“Ormai è stato accertato definitivamente che esiste un nesso preciso tra la diffusione delle armi e le stragi.”

Questa frase la disse una mattina un tizio ad una salumiera italiana vagamente distratta. Il tizio era un tizio normale. Medio. Non mediocre, medio. Italiano. Se non andassi a fare la spesa ogni mattina nel supermercato di quartiere perderei nozioni preziose riguardo la posizione attuale della terra nella sua rivoluzione periodica attorno ad un immondezzaio. Ad esempio, un giorno sentii un politico alla radio (i supermercati hanno gli altoparlanti apposta) che spiegava come per gli italiani è impossibile essere razzisti perché sono un popolo di migranti genetici. Questa roba la racconto un’altra volta.

Torno al tipo nel reparto salumeria e al suo nesso definitivamente accertato. “Oh sì, davvero,” rispose la salumiera con comprensione. Le commesse dei supermercati sono preliminarmente addestrate a mostrare una certa qualità di condiscendenza commerciale verso i clienti. Poi aggiunse: “La mortadella con i pistacchi o senza?” Questo è quello che si intende quando si dice che la definizione centrale dell’esistenza umana si perde nel rumore di fondo di un’esistenza commerciale e caotica.

Uno rimane intrigato quando sente queste dichiarazioni. La domanda che non si fa quasi nessuno, però, è: sono di cerebro o di panza? E anche: sono universali? Quando scopri un nesso preciso, devi dimostrare la sua applicabilità universale.

In Svizzera, per dire, tutti gli uomini che hanno passato la visita militare hanno un’arma a casa. Un’arma da guerra. Non una qualunque. La Svizzera è uno dei pochi paesi al mondo ad avere una milizia. Quanto a numero di armi possedute dai privati, la Svizzera è al quarto posto nel mondo: 45,7 armi ogni cento abitanti. Queste non comprendono le armi militari. Si aggiungono. La società svizzera è tra le più armate al mondo.

E anche tra le più pacifiche.

Ora, io non mi aspetto molto agli svizzeri. Per confermare la teoria che dice che c’è un nesso preciso tra la diffusione delle armi e le stragi basterebbe una sparatoria ogni tanto. Anche un coro di vaccari sbronzi potrebbe andare. Metti un bernese sbomballato di sgnapa che ne fa fuori due o tre con una Beretta calibro nove. La logica sarebbe ristabilita. Invece nulla. Nichts. Perché?

Il Messico è alla posizione numero quarantadue per armi possedute da civili. Ci sono quindici armi da fuoco ogni cento abitanti. In Messico, se vuoi chiedere un porto d’arma devi andare in un ufficio che ha sede soltanto a Città del Messico. Secondo dove ti trovi, ci vogliono tre giorni tra andata e ritorno. Sempre che non ti dicano di tornare un’altra volta. Lo stato risolve il problema scomodo del diniego reale calciandolo nella foschia del futuro. Il rimando è la exoneratio animi del burocrate frustrato.

Il fotografo gringo Edward Weston, che visse in Messico per qualche anno assieme all’attrice Tina Modotti, racconta che praticamente tutti in Messico portavano un’arma. Racconta anche di un tipo appariscente nella stazione ferroviaria di Oaxaca vestito completamente di nero con due pistole nelle fondine. Era il 1924.

In questi ultimi anni, sessantamila civili messicani sono morti sparati da un’arma da fuoco. Questi morti sono la conseguenza della guerra alla droga che il governo degli Stati Uniti crede di dover combattere nelle case degli altri. A pensarci bene, la combatte anche nelle case degli americani, sempre che siano negri o ispanici o anche bianchi purché con un reddito che non permette di pagare un buon avvocato.

La polizia messicana ha armi. Anche i trafficanti di droga hanno armi. Anche senza andare a Città del Messico. Ogni tanto poliziotti e trafficanti si sparano qualche colpo. Il resto del Messico finisce in mezzo.

Qualche mese fa la città di Acapulco fu sbatacchiata per qualche ora da un uragano. Paragonato agli sciacalli, l’uragano fu come il passaggio di Babbo Natale con le renne. Centinaia di delinquenti razziarono la città. La gente non poteva fare nulla contro di loro. Non aveva armi per difendersi. La polizia sì. Ma non fece nulla ugualmente.

A proposito di armi e stragi, c’è una serie di curiosità che potrebbero apparire coincidenze. Ad esempio, Toby Sincino, un quindicenne che nel 1995 uccise due insegnanti e poi se stesso, prendeva l’antidepressivo Zoloft. Una coincidenza curiosa, no? E poi c’è Kip Kinkel, un adolescente che nel 1995 uccise due persone e ne ferì venticinque, e che prendeva il Prozac. E il quindicenne T. J. Solomon Jr., che prendeva il Ritalin quando sparò sei persone nel 1999. E Eric Harris, uno degli autori della strage di Columbine, nel Colorado, che quando morì aveva quantità terapeutiche di Luvox nel sangue. Jeffrey Weise, nel 2005, prendeva il Prozac quando uccise dieci persone e ne ferì altre sette. In Finlandia, Matti Saari uccise dieci persone e poi si sparò nel 2008: Poi si scoprì che era in cura con antidepressivi e ansiolitici. E poi c’è Tim Kretschmer, che in Germania uccise quindici compagni di scuola prima di suicidarsi. Anche lui prendeva antidepressivi. Il finlandese e il tedesco li ho messi per dare internazionalità all’articolo.

Secondo una ricerca, gli antidepressivi fanno crescere la probabilità di compiere atti violenti dell’840%.

In seguito alla strage di Sandy Hook, due senatori hanno firmato una proposta di legge per rendere obbligatori test psichiatrici sugli studenti a partire da dodici anni. Ogni anno, insegnanti a cui non affideresti con sicurezza l’incarico di premere l’interruttore della luce segnalano i bambini che secondo loro hanno problemi. Quali? Attention deficit disorder, disordine mentale da mancanza di attenzione. Il Merriam-Webster la definisce così: “La condizione in cui qualcuno (come un bambino) ha problemi con l’apprendimento e il comportamento perché incapace di pensare o prestare attenzione ad una cosa per lungo tempo.”

Enrico Gnaulati cita un certo Robert, un quattordicenne poco attento in classe sospettato di avere disordini mentali. Racconta Gnaulati:

“[La professoressa di inglese] chiese ai suoi quaranta alunni di scrivere una cartolina d’auguri di San Valentino. Insistette sulla personalizzazione della cartolina. I nomi dovevano essere scritti correttamente e i complimenti dovevano essere genuini.”

San Valentino? A quattordici anni? A quell’età sapevo troncare un tubo da un pollice, fare la filettatura, mettere la guarnizione e montare un gomito. San Valentino!

Ogni anno, migliaia di Robert vengono segnalati alle autorità psichiatriche. La norma è che gli psichiatri trovano qualcosa e ordinano psicofarmaci. Gli psichiatri sono pagati a cottimo. Gli psicofarmaci danno dipendenza. In molti stati i genitori non vengono informati. I loro figli diventano tossicodipendenti a loro insaputa. Migliaia di americani sono immolati sull’altare farmaceutico della buona coscienza.

Le industrie farmaceutiche finanziano le campagne elettorali. I politici ricambiano il favore. Qualcuno spara. La televisione le spara. Le sparano anche i giornali. La stupidità degli insegnanti fa da lubrificante per tutto questo vasto macchinario.

Chissà se il tipo al reparto salumeria ha un nesso anche per queste cose?

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