Morte per Individualismo Metodologico


[Di Wendy McElroy. Originale pubblicato su The Daily Bell il 5 dicembre 2013 con il titolo Death by Methodological Individualism. Traduzione di Enrico Sanna.]

La grande menzogna politica è che l’individuo ha bisogno dello stato. È una menzogna articolata almeno su due livelli.

Il primo livello della grande bugia: Sostiene l’opposto della verità, che è che lo stato ha bisogno dell’individuo. Lo stato vuole disperatamente farti credere di essere indispensabile alla vostra vita. Vorrebbe farti credere che, se non fosse lì “a prendersi cura di voi”, i tuoi figli crescerebbero senza un’istruzione, le strade non verrebbero asfaltate, l’assistenza sanitaria scomparirebbe, i carri armati rullerebbero davanti alla porta di casa tua, e i criminali metterebbero a ferro e fuoco la città. Queste sono sciocchezze.

Lo stato non produce nulla; semplicemente prende e consuma quello che gli individui produttivi creano. I pochi “servizi” pubblici che mimano il libero mercato sono notoriamente così inefficienti e incompetenti che spesso sono peggio di niente; le scuole pubbliche ne sono un esempio. L’obiettivo di questi “servizi”, inoltre, non consiste in un beneficio per la società ma nella scrematura della ricchezza attraverso le tasse e nel controllo della società stessa. Se lo stato volesse che la società funzionasse al massimo del suo potenziale, allora smetterebbe di intralciare la concorrenza privata invece di ostacolarla o vietarla. Invece intralcia i servizi offerti dai privati proprio perché funzionano molto meglio e costano meno.

Il secondo livello della grande bugia è alla sua base. Ovvero, non esiste alcuno “stato” come entità opposta all’individuo. Sia lo stato che la società sono composti da nient’altro che singoli individui e la sommatoria delle loro interazioni. In altre parole, lo stato è formato da individui che si organizzano tra loro seguendo un insieme di regole; gli individui cooperano al fine di compiere atti specifici, dalla produzione di leggi alle tasse. Ma tutti gli atti dello stato incombono sulle relazioni di un singolo individuo con un altro singolo individuo. Nella sua opera massima, L’Azione Umana, l’economista austriaco Ludwig von Mises descrive questa dinamica. “Come prima cosa dobbiamo renderci conto del fatto che tutte le azioni sono compiute da individui… Se noi indaghiamo sul significato delle varie azioni compiute dai singoli individui, di necessità apprendiamo tutto ciò che riguarda le azioni dell’intera collettività. Perché una collettività sociale non esiste e non è reale al di fuori dall’azione dei suoi singoli componenti.” Lo stato esiste soltanto per opera dei suoi singoli componenti.

Nel considerare un’astrazione come lo “stato” come la somma totale dei suoi componenti individuali, Mises non negava l’importanza delle astrazioni. Al contrario. Spiega Mises: “L’individualismo metodologico, lungi dal contestare il significato di un tale insieme collettivo, considera uno dei suoi compiti principali l’osservazione e l’analisi del suo divenire e dissolversi, delle sue mutazioni strutturali, e del suo operare. Quindi sceglie l’unico metodo che possa risolvere il problema in maniera soddisfacente.” L’individualismo metodologico è uno strumento analitico attraverso il quale si riesce a dare un senso a entità collettive come lo stato, la società e la famiglia.

Per quanto riguarda lo stato, Mises offre un esempio di come analizzare le sue dinamiche. “È il boia, e non lo stato, che esegue la condanna a morte del criminale. È nell’interpretazione data dalle persone coinvolte che si identifica l’azione del boia con l’azione dello stato.” Questo è un punto chiave. Chi guarda un’impiccagione vede semplicemente un individuo che uccide un altro individuo; questa è la verità profonda che sta davanti ai suoi occhi. “Vede” un’esecuzione, ovvero l’azione dello stato, soltanto perché legittima il boia come rappresentante della collettività chiamata “stato”. Questo credo trasforma quella che sarebbe un uccisione spietata in un’esecuzione giustificata.

E però Mises aggiunge: “È un’illusione credere di poter rendere visibile una collettività nel suo insieme… Possiamo solo vedere una folla, ovvero una moltitudine di persone.” Così come nel caso del boia, però, noi non vediamo l’autorità, o lo “stato”; tutto quello che vediamo è costituito da singole persone. Mises continua: “Se questa folla è un mero assembramento… o qualunque altra entità sociale, questo lo possiamo stabilire solo dopo aver compreso il significato che loro stessi (gli individui che compongono la folla, es) attribuiscono alla loro presenza. E questo significato è sempre un significato che proviene da singoli individui… È il processo mentale che ci permette di vederci un’entità sociale.” Gli individui che formano lo stato con la loro partecipazione attribuiscono un significato specifico al fatto che si riuniscono e coordinano reciprocamente le proprie azioni. Il significato, o l’obiettivo, di ciò consiste nel mettere in pratica il privilegio conscio di governare sugli individui che non fanno parte del loro collettivo. Per arrivare a questo, è necessario convincere quelli che sono fuori dalla legittimità dello stato.

Lo studioso di filosofia politica del diciottesimo secolo William Godwin – il primo tra i moderni a proporre l’anarchismo – osservò: “Lo stato si fonda sull’opinione… Una nazione deve aver imparato ad aver rispetto per il re prima che il re possa esercitare un’autorità su di loro.” Il processo che porta al formarsi di questa opinione può essere chiamato “mistificazione”. Con questo processo la banalità viene elevata all’esaltazione. È così che si arriva a vedere lo stato come qualcosa di più degli individui che lo compongono, come qualcosa che sta al di sopra della società. Lo stato diventa un’entità indipendente a cui gli individui giurano fedeltà, e per il bene del quale mandano i propri figli a morire in guerra, e davanti al quale si genuflettono. Ci sono vari modi per mantenere in piedi questa mistica, come: la pomposità delle cerimonie di giuramento; le costruzioni imponenti come la Corte Suprema (in Italia, l’altare della patria, es); il saluto rituale alla bandiera con la mano sul cuore; l’uso di uniformi che minimizzano l’individualismo; il richiamo alle tradizioni come la rivoluzione americana (o il risorgimento, es); e, cosa molto importante, le scuole pubbliche che insegnano la legittimità dello stato assieme all’abbecedario.

La mistificazione santifica le azioni intraprese dai singoli individui nel nome dello stato. Ovvero, si usano due pesi e due misure: una per gli individui che fanno parte dello stato e una diversa per quelli che non ne fanno parte. L’esistenza di questo doppio standard contraddice un principio consolidato della libertà: che la violazione dei diritti commessa da un singolo individuo rimane una violazione dei diritti anche quando è commessa da un gruppo di individui. Il gruppo non cede la responsabilità personale quando agisce nel nome di qualcun altro. Lo stupro è nondimeno uno stupro quando è compiuto da una banda che urla “per l’Inghilterra!” Un pamphlet del 1657, attribuito al ribelle colonnello Titan, ragionava così: “Cosa c’è di più naturalmente assurdo e di più contrario al buon senso che chiamare Ladro e uccidere colui che agisce da solo… e chiamare Signore Protettore e obbedire colui che mi deruba con i reggimenti e le truppe?” Eppure questo è ciò che fa lo stato. Converte quello che sarebbe considerato un furto se commesso da un individuo in un atto “legittimo” di tassazione quando è commesso da un gruppo nel nome dello stato.

Lo stato tira fuori questo gioco di prestigio affinché gli individui che non ne fanno parte accettino le sue funzioni usando un diverso standard morale. L’individualista radicale R. C. Hoiles, che mise su un impero editoriale, chiamava questo sistema di due pesi e due misure “L’Errore Più Pericoloso che le Persone Più Oneste Possano Commettere.” Un editoriale del quotidiano considerato il suo fiore all’occhiello, The Orange County Register (17 dicembre 1956) spiegava che l’errore consiste nel “credere che un gruppo o un governo possa compiere atti che sarebbero dannosi e malvagi se compiuti da un individuo e allo stesso tempo ottenere risultati che non sono dannosi, ingiusti e malvagi. Consiste nel credere che un certo numero di persone, che compie ciò che è sbagliato per un individuo, possa agire nei termini della correttezza e della giustizia.”

Hoiles poi andò oltre. Andò oltre la violazione evidente dei diritti che ha luogo in un regime di due pesi e due misure per argomentare in modo ancora più sottile. In un altro editoriale del Register (31 ottobre 1958), arguì che sarebbe stato più accurato chiamare il “profitto” una “speranza di una ricompensa”. Un uomo lavora per una di queste due ragioni: “O spera di ottenere una ricompensa, oppure è costretto”. Il primo rappresenta la libertà; il secondo la schiavitù. Il doppio standard con cui lo stato espropria la ricchezza che individui hanno prodotto liberamente serve solo a creare schiavitù. Lo stato distrugge la “speranza di una ricompensa” non solo violando direttamente i diritti con le tasse, ma anche garantendo privilegi legali a individui che fanno parte di entità come le grandi società industriali. I privilegi sono un furto perché derubano i produttori privati del diritto di competere lealmente, e dunque derubano l’individuo della speranza.

Gli stati funzionano come motore del privilegio solamente perché la stragrande maggioranza delle persone crede che gli individui che li compongono possano operare in un regime di due pesi e due misure. Se gli agenti dello stato, dal presidente ai dipendenti delle poste, fossero considerati individui che devono uniformarsi alle stesse regole di decenza a cui ci uniformiamo noi, allora lo stato come lo conosciamo noi oggi crollerebbe sotto il peso del suo essere illusorio. Ci sarà libertà solo quando agli individui che compongono lo stato sarà applicato lo stesso standard morale che è applicato agli altri; la strada verso la libertà passa attraverso l’individualismo metodologico.

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