Inutili Mangiapane


[Di Laurence M. Vance. Originale pubblicato su lewrockwell.com il 17 dicembre 2013 con il titolo Useless Eaters. Traduzione di Enrico Sanna.]

Recensione del libro di Lizzie Collingham, The Taste of War: World War II and the Battle for Food, ed. The Penguin Press, 2012, pagine xxii + 634.

La fame durante l’assedio di Leningrado.

Mi ha intrigato questa frase sul risvolto della copertina: “Analizzando vincitori e vinti nella battaglia per il cibo, The Taste of War porta alla luce un fatto importante: che fame e carestie legate alla guerra non furono soltanto colpa della Germania e dell’Impero Giapponese, ma anche il risultato di errori e negligenze degli alleati, particolarmente in India, Africa e Cina.”

Fame e carestie come risultato delle politiche degli alleati? La seconda guerra mondiale è sempre stata presentata come una lotta epica tra il bene (gli alleati) e il male (l’asse). Dopotutto è nota come la buona guerra. Come è stato possibile, allora, che gli alleati abbiano permesso una cosa simile? Perché durante la seconda guerra mondiale venti milioni di persone morirono di fame o malnutrizione e malattie associate a quest’ultima. Queste cifre sfidano il numero dei morti al fronte. Credo che la buona guerra non fosse poi così buona.

Se dovessi usare cinque parole per descrivere questo libro, direi semplicemente: informativo, accattivante, agghiacciante, originale, finalmente. Come l’altra mia recensione, anche questa non sarà tradizionale. Una recensione tradizionale, del New York Times, la trovate qui.

A volte intenzionalmente, a volte come conseguenza non voluta, durante la seconda guerra mondiale il cibo fu un’arma. L’autrice del libro punta a dimostrare come “il cibo, soprattutto la sua mancanza, ebbe un ruolo centrale nella seconda guerra mondiale.” Il cibo fu determinante nello spingere la Germania e il Giappone alla guerra. Il dominio dell’America “non fu solo il risultato della sua immensa produzione industriale, ma anche della sua abbondanza di generi alimentari.” Una delle preoccupazioni principali dei paesi partecipanti alla guerra era “assicurare le scorte di cibo”. Tutta l’economia di guerra “dipendeva dal settore alimentare”. La guerra totale impone “uno sforzo immenso all’apparato alimentare”. “Il cibo era la base di ogni economia di guerra.”

Non sorprendono le storie agghiaccianti sulla politica alimentare dei paesi dell’asse raccontate nel libro:

Lo sterminio voluto per fame di particolari gruppi divenne una delle caratteristiche del sistema alimentare nazional-socialista.

[Herbert Backe] spiega come la Wermacht fu sfamata togliendo il grano ucraino alle città sovietiche. Questo risolvette il problema alimentare di un vasto esercito e allo stesso tempo eliminò convenientemente la popolazione urbana sovietica, che fu lasciata a morire di fame.

La politica agraria del regime riguardo l’est prevedeva uno sterminio pianificato che sarebbe potuto arrivare a cento milioni di persone.

Durante la guerra i nazional-socialisti sostenevano che la necessità di garantire una razione minima di 2300 calorie al giorno per ogni tedesco medio giustificava lo sterminio di trenta milioni di abitanti delle città sovietiche, oltre ad un milione di prigionieri di guerra sovietici, e almeno altrettanti ebrei polacchi.

La maggior parte dei centomila ebrei che morirono nel ghetto di Varsavia morì di fame.

Ad una parte dei 200 mila malati di mente vittime del programma di eutanasia della Germania, e dei 2,35 milioni di prigionieri di guerra sovietici, furono razionati gli alimenti, cosa che li portò ad una morte lenta ma sistematica.

Se il nazional-socialismo fu impietoso nella sua politica di esportazione della fame nell’Unione Sovietica e in Polonia, la razzia di viveri attuata in altri paesi occupati portò alla morte per fame di mezzo milione di persone in Grecia, e ad un aumento dei morti, della mortalità infantile e ad una diffusa malnutrizione in Cecoslovacchia, Polonia, Francia, Belgio e Olanda. Tra il 1944 e il 1945, durante il cosiddetto Inverno della Fame, il taglio dei rifornimenti attuato dopo il fallito tentativo degli alleati di liberare l’Olanda fece morire di fame 22.000 olandesi.

Il fatto che la Cina fosse depredata incessantemente della sua produzione alimentare a vantaggio dei giapponesi causò fame cronica e malnutrizione tra i cinesi.

Anche se molto è stato scritto sull’assedio di Leningrado, è poco noto il fatto che la morte per fame dei suoi abitanti faceva parte di un piano tedesco che prevedeva l’eliminazione di quanti più consumatori – o, meglio, “mangiapane inutili” – era possibile.

Ciò che sorprende, però, è la morte per fame conseguente alle politiche degli alleati.

L’India, che faceva parte dell’impero britannico, riforniva “una grossa fetta dei soldati che combattevano contro i giapponesi.” Ma in Bengala le “potenze alleate contribuirono sostanzialmente alla fame e alla malnutrizione” quando tre milioni di indiani “morirono per una carestia causata dall’uomo che poteva essere evitata.” Scrive Collingham:

Nonostante l’importanza strategica dell’India, il governatorato indiano fece ben pochi sforzi per mantenere la stabilità economica della colonia, soprattutto se paragonato al lavoro del Centro Rifornimenti per il Medio Oriente, che aveva molto meno potere. Nel biennio 1942-’43 il governatorato assistette alla crescente carenza di cibo in tutta la nazione, carenza che portò ad una vasta carestia in Bengala. Almeno un milione e mezzo di bengalesi morirono tra il 1943 e il 1944, quando le derrate toccarono il livello minimo. Complessivamente, furono circa tre milioni i morti a causa della carestia, epidemie di vaiolo, colera e una varietà particolare di malaria che uccideva le persone indebolite dalla malnutrizione. Le vittime civili superano i morti in combattimento di entrambe le guerre mondiali, e eclissano i 60.000 britannici civili morti nei bombardamenti aerei. Se il Centro Rifornimenti per il Medio Oriente fu un successo britannico, il fallimento del governo coloniale in India nel proteggere gli abitanti del subcontinente dalle conseguenze inflazionistiche della guerra fu, per dirla con il segretario di stato per l’India Leo Amery, “il peggior colpo subito dal prestigio imperiale in tutta la sua vita.”

Intanto in Grecia, che dipendeva per un terzo delle sue necessità dalle 450.000 tonnellate di granaglie americane importate annualmente, i greci morivano di fame perché “l’embargo britannico imposto all’Europa occupata tagliò fuori la Grecia dai canali di importazione.” Quando Churchill attuò l’embargo nell’agosto del 1940, disse “molto chiaramente che gli aiuti alimentari erano fuori discussione.” Avrebbero potuto “alleggerire il compito dei tedeschi di sfamare il loro popolo, e quindi aiutarli a sostenere lo sforzo della guerra.” L’ex presidente americano Herbert Hoover era furioso, descrisse Churchill come “un militarista di scuola estremista secondo il quale la morte incidentale per fame di donne e bambini era giustificata.” Alla fine Churchill cedette alle pressioni e tolse l’embargo, ma solo dopo la morte per fame di 20.000 greci.”

In Cina, “fu il governo nazionalista a decidere di dare la priorità alle forze armate e alla burocrazia e lasciare che i contadini, 2-3 milioni nella sola provincia di Henan, morissero inevitabilmente di fame.

Oltre al soggetto principale, in The Taste of Food sono elencate numerose altre cose riguardo la guerra. Senza alcun ordine particolare, eccone qualcuna degna di nota.

Pagine 1, 11, 469; La guerra ha un effetto enorme sui civili. Collingham scrive:

Mentre la guerra di Vietnam è radicata fortemente nella memoria collettiva, la maggior parte degli occidentali non ha mai sentito parlare della carestia vietnamita del 1943-’44nella regione di Tonchino, carestia che probabilmente uccise più contadini di tutti gli anni di guerra che seguirono.

Non ci sono dati precisi riguardo i civili sovietici morti di fame, ma secondo una stima affidabile sarebbero tra i due e i tre milioni tra fame e malnutrizione.

Malnutrizione e tubercolosi raggiunsero dimensioni epidemiche tra i bambini cecoslovacchi, greci e italiani.

Quando il giornalista americano Theodore White visitò la Cina nel marzo del 1943, “vide cadaveri a bordo strada.” Secondo i suoi calcoli, “circa cinque milioni di persone erano morte o moribonde.” Scrive Collingham: “C’erano contadini che vendevano o uccidevano i propri figli. Il padre di un uomo di nome Jingguan morì di fame nel 1942. Nel 1944 la sua famiglia era così disperata che venderono sua sorella quindicenne ad un vecchio, ma anche lei morì.”

Pagine 10, 298; I governi di questo mondo sono sprezzanti e insensibili verso la vita umana. Scrive Collingham:

Il governo sovietico, assieme ad altri governi non democratici, mostrò una tendenza spiccata a trattare militari e civili come se fossero entità sacrificabili al servizio del governo. Nonostante le carenze alimentari, si pretendeva combattimento valoroso dai primi e lavoro senza posa dai secondi.

Negando rifornimenti alimentari alle truppe, l’alto comando giapponese non solo mostrò un disprezzo criminale verso il valore della vita dei loro soldati, ma diede agli alleati un’arma molto efficace da usare contro i soldati giapponesi.

Pagina 460; I soldati americani non combattevano per la nostra libertà. Scrive Collingham: “La maggior parte dei militari americani aveva una nozione nebulosa delle ragioni per cui gli Stati Uniti stavano combattendo la seconda guerra mondiale. Verso la fine molti si convinsero che stavano combattendo per preservare lo stile di vita americano.”

Pagina 25; L’embargo contro la Germania durante la prima guerra mondiale contribuì all’ascesa di Hitler. Scrive Collingham: “L’inverno 1918-’19 fu tra i più affamati e miserabili per la popolazione tedesca… Hitler (e molti altri che poi occuparono posizioni di potere tra i nazional-socialisti) sviluppò una sensibilità acuta per il pericolo rappresentato dalla fame tra la popolazione… Non c’è dubbio che Hitler era ossessionato dall’idea di assicurare rifornimenti alimentari ai tedeschi, soprattutto durante la guerra.”

Pagine 76, 78, 80; La guerra genera capitalismo clientelare. Scrive Collingham:

Il dipartimento dell’agricoltura americano avvertì che se non si fosse trovato un modo per vendere alimenti alla Gran Bretagna i magazzini americani sarebbero scoppiati per le scorte invendute. Il problema dell’America non era che era difficile importare, ma che le esportazioni avevano subito un grosso taglio… Gli agricoltori ricevettero sussidi sotto forma di prezzi garantiti, fissati ad un livello di parità del 110% con i prodotti industriali, per tutta la durata della guerra.

Collingham aggiunge: “Per molti agricoltori americani, la seconda guerra mondiale fu davvero una ‘guerra buona’. Tranne, ovviamente, quando i loro figli saltavano per aria in Europa o morivano di fame in un campo di prigionieri giapponese.”

In California, “gli americani di origine giapponese possedevano l’uno per cento delle terre coltivate ma producevano il dieci per cento della produzione agricola dello stato. Durante l’ondata isterica che seguì l’attacco di Pearl Harbor i produttori californiani di frutta e verdura videro l’occasione per sbarazzarsi della concorrenza.” Il presidente del consiglio dei supervisori nel distretto di Santa Barbara disse: “Se cominciamo subito a mandare via i giapponesi, c’è la possibilità che riusciamo a concludere qualcosa dopo la guerra.” Parlando dei nippo-americani internati nei campi di concentramento nel 1942, la Collingham aggiunge: “Molti svendettero le aziende e lasciarono il raccolto a marcire nei campi.”

Pagina 269; La guerra genera pianificazione centrale. La Collingham nota come “durante la guerra tutte le nazioni combattenti adottarono il razionamento.” Negli Stati Uniti, “Mordecai Ezekiel, consigliere economico del dipartimento dell’agricoltura, dichiarò seccamente: ‘sconfiggeremo la disoccupazione con gli stessi mezzi usati dai paesi fascisti, occupando uomini e risorse nell’economia di guerra’.”

Pagina 357; Una politica alimentare e nutrizionale è un pericolo per qualunque governo. Scrive la Collingham: “Negli anni trenta i nazional-socialisti rividero il divieto di mangiare carne, burro, pane bianco e caffè per ragioni legate al miglioramento della razza.” Cita una frase propagandistica rivolta alla gioventù hitleriana: “La nutrizione non è un fatto privato!” Così, “quando a settembre del 1939 iniziò il conflitto, i nazional-socialisti erano già riusciti nell’impresa difficile di convertire la popolazione ad una dieta di guerra.”

Pagina 486; Il Piano Marshall non salvò l’Europa. A proposito di Ludwig Erhard, consigliere economico dell’amministrazione americana nei territori tedeschi occupati, la Collingham scrive che “è riconosciuto da molti che le sue politiche economiche ebbero un ruolo più importante del programma noto come Piano Marshall nella ripresa economica tedesca… Il Piano Marshall fu tanto uno strumento economico quanto politico e ideologico. Parte del denaro prestato ad ogni paese europeo era destinato ad una propaganda che cercava di illustrare i vantaggi dello stile di vita americano.

Pagina 2; L’Autarchia porta alla guerra. All’economista Frédéric Bastiat (1801-1850) si attribuisce la frase: “Se i beni non vanno oltre confine, lo faranno gli eserciti.” Scrive la Collingham:

La Gran Bretagna rispose al problema di come dar da mangiare alla popolazione urbana abbracciando il libero commercio e importando grandi quantità di alimenti e mangimi. Ma la Germania e il Giappone si sentivano svantaggiati in un’economia internazionale dominata da britannici e americani. In entrambi i paesi, elementi della destra spinsero per una soluzione più radicale al problema del cibo e del commercio. Piuttosto che accettare la subordinazione agli Stati Uniti, Hitler preferì imbarcarsi nella conquista della supremazia mondiale, e mirò ad un impero allargato all’oriente come fonte di cibo e altre risorse che avrebbero reso la Germania autosufficiente e indipendente dal commercio mondiale.

Pagina 317; L’Unione Sovietica subì il peggio della guerra. Scrive la Collingham: “Per ogni britannico o americano che moriva, c’erano ottantacinque sovietici che perdevano la vita a causa della guerra. L’Unione Sovietica patì il numero più alto di morti tra tutte le nazioni in guerra. I giapponesi morti furono sette per ogni britannico o americano. I tedeschi venti. Complessivamente, morirono tra i 28 e i 30 milioni di sovietici.”

Pagina 7; Stalin, nostro alleato durante la guerra, era un dittatore brutale. Scrive la Collingham: “Durante la guerra il tasso di mortalità dei gulag dell’Unione Sovietica crebbe drammaticamente a causa del lavoro duro unito alle forti carenze alimentari.” La Collingham nota anche che “un milione di prigionieri tedeschi” morirono in mani sovietiche.

Pagine 271, 279, 284, 286, 287, 289, 290, 292-297, 303, 307-309, 311, 313; Il Giappone e i suoi soldati erano in condizioni deplorevoli. Scrive Collingham:

Il razionamento fu introdotto nel mese di aprile del 1941, prima ancora della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti.

Se il cibo non era sufficiente i soldati dovevano procurarselo da sé.

L’industria di guerra giapponese non poteva funzionare senza importare acciaio, alluminio, minerali ferrosi e petrolio.

Le scorte di cibo raggiunsero il punto critico nel 1943.

A cominciare dalla metà del 1943, anche i cittadini rispettosi della legge cominciarono a rivolgersi al mercato nero per il cibo.

Alla fine del 1943, il calo delle razioni di viveri cominciò a causare seri problemi di malnutrizione tra la popolazione giapponese.

Prima di partire per la Malesia nel 1941 ai soldati fu consigliato di “usare l’ingegno, e di ricorrere a qualunque cosa, anche l’erba selvatica, in caso di carenza di viveri.” I civili giapponesi erano “sull’orlo della carestia”.

Molto prima dell’agosto 1945, era chiaro che la dirigenza del paese aveva perso.

L’industria giapponese si fermò per mancanza di materie prime.

Il metallo usato per i caccia giapponesi era così scadente che Hashimoto sentì alcuni ingegneri che dicevano che andando a tutta velocità si sarebbe spaccato. Questo fatto divenne subito irrilevante perché il paese stava finendo il carburante per l’aviazione.

La popolazione urbana perdeva peso costantemente. Circa un quarto dei cittadini soffriva di malnutrizione. Malattie dell’apparato digerente e della pelle, deficienze vitaminiche, tubercolosi e beriberi erano molto diffuse. Ci fu un crollo delle nascite e una crescita della mortalità infantile.

Dopo la guerra Paul Nitze, del comitato americano di indagine sui bombardamenti strategici, dimostrò come già prima dell’agosto 1945 il Giappone fosse in ginocchio, e che la resa sarebbe stata una questione di tempo.

A cominciare da luglio 1944, i giapponesi “che avevano almeno la terza elementare erano mandati a lavorare nelle fabbriche di munizioni… Entro ottobre dello stesso anno quasi due milioni di studenti oltre i dieci anni lavoravano nell’industria giapponese. A febbraio il numero era salito a tre milioni, due terzi di tutti i bambini giapponesi di quell’età.”

A Guadalcanal, conosciuta come l’“Isola della Fame”, “le unità in arrivo erano accolte dai resti affamati delle unità precedenti.” Un comandante giapponese “stimò che 15.000 soldati giapponesi morirono di fame a Guadalcanal, contro i 5.000 morti in combattimento.”

In Nuova Guinea, i soldati giapponesi “erano interessati più alla ricerca del cibo che alla sconfitta degli austrialiani.” Si dice che la malnutrizione “fu la causa principale della sconfitta. La mancanza di cibo, conclude un rapporto, portò ad un abbassamento del morale, se non alla disperazione, e ad insubordinazioni.” Le truppe giapponesi “erano occupate più a cercare qualcosa da mangiare che a combattere e difendere il territorio occupato, e gli alleati notarono che i giapponesi combattevano con più forza laddove occupavano aree coltivate.” Nell’estate 1944 “i giapponesi si ridussero a mangiare sacsac, una fecola bruna e insapore ottenuta dalla palma di sago… Nella zona del fiume Sepak ai combattenti fu data erba secca da mangiare.” A dicembre 1944, un generale emise un ordine che diceva: “Mentre alle truppe è permesso mangiare carne dei soldati alleati morti, il consumo dei propri commilitoni è vietato.” Secondo documenti delle forze armate americane “i giapponesi in Nuova Guinea mangiavano la popolazione locale, prigionieri di guerra asiatici portati nell’isola per i lavori forzati, e soldati delle forze alleate, e poi si mangiavano l’uno con l’altro.”

Secondo le stime di un generale giapponese, nelle Filippine, dove i giapponesi si ritirarono in maniera molto disorganizzata, “tra 400.000 e 498.000 giapponesi morirono per fame. In tutto, il 60% dei soldati giapponesi morti tra il 1941 e il 1945, ovvero più di un milione su un totale di un milione e 740 mila, morirono di fame e malattie associate alla malnutrizione.”

Pagine 495; Gli effetti negativi della guerra possono durare anni. La Collingham cita “il razionamento inglese, che terminò solo nel 1954.” Poi descrive la situazione nella “vittoriosa Unione Sovietica”:

I contadini delle regioni occidentali dopo la liberazione sopravvivevano appena a livelli di carestia, mangiando erbe selvatiche e patate congelate prese dai campi… Nelle zone liberate dell’Unione Sovietica almeno metà dei contadini e molti abitanti delle città vivevano come avevano vissuto i soldati al fronte: in miserabili buche umide scavate nel terreno e coperte con quello che riuscivano a trovare.

Nella Russia settentrionale “c’erano molti villaggi in cui nessun uomo tornò mai dalla guerra.”

La seconda guerra mondiale fu la guerra buona. Tranne per i venti milioni di persone morte di malnutrizione e malattie associate, o semplicemente di fame.

Sia maledetta la buona guerra.

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