Politicorum Progressio


[Di Enrico Sanna]

CettoVerso la metà degli anni novanta alcune persone di mia conoscenza mi chiesero di candidarmi per le elezioni comunali. Non vivevo in un grosso centro, ma neanche in uno insignificante, se le dimensioni importano. Io ero un piccolo pubblicista. Quando sei un piccolo pubblicista in un piccolo mondo sei conosciuto.

Dissi di no. Non fraintendetemi. Non ero sdegnato dal fatto che qualcuno me lo avesse proposto. Avrei potuto dire il contrario. Allora avevo idee cavalleresche in fatto di politica. Però dissi di no. Forse fu il mio subconscio a pronunciare la risposta a mia insaputa. Tutta la mia carriera di politico durò meno di dieci secondi. Non furono per niente insistenti. “No? Va bene,” dissero. Dovevano avere qualcuno di ricambio. Quell’anno andai a votare per l’ultima volta.

Non ricordo quando è successo che ho cambiato opinione. Sempre che ne abbia mai avuto una diversa. Ad un certo punto ho ragionato così: Metti che mi ritrovi a dover votare una cosa importante. Metti un regolamento edilizio. La prima cosa che mi viene in mente è: perché? Per migliaia d’anni l’uomo ha costruito intere città senza regolamenti edilizi. Andate a Firenze e girate il centro storico. Tutto quello che vedete è stato costruito abusivamente nel corso dei secoli. Un tizio che conosco non ha potuto montare un gazebo nella sua proprietà perché avrebbe dovuto piantare dei paletti, turbando le falde acquifere artesiane cento metri e uno strato di roccia sottoterra. Capisco. Perché non dire che le vibrazioni potevano provocare un terremoto a Melbourne? Una mia vicina ha aspettato anni per avere il permesso di buttare il suo muro di cinta nella sua casa. Il garage che mio padre ha costruito quarant’anni fa, tre pareti di blocchetti e quattro fogli di eternit, è diventato un bene di valore storico e architettonico. Io ci ho piantato dei tasselli senza avvisare la soprintendenza. Sono un vandalo confesso.

Capite dove voglio andare a parare? Qui: Chi sono io per dire a diecimila persone, regolarmente dotate di neuroni, sinapsi e tutta l’attrezzatura che serve a produrre pensieri, cosa possono fare in casa loro?

Sono passati molti anni da allora, almeno una quantità sufficiente a produrre un ricambio di sostanza cerebrale tale da spostare il baricentro delle opinioni. Attualmente, la mia idea di politico è arrivata ad una sintesi che potrei definire scientifica. Il politico è una entità presente in due forme: inconsapevole insaziabile e consapevole saziabile.

I primi li giudico più pericolosi dei secondi. Sono quelli, per intenderci, che si candidano per passione. “C’è bisogno di me.” Come Superman quando gli fischia un orecchio. Se fanno carriera internazionale, vanno in Africa a farsi fotografare assieme ai bambini con le mosche sulle palpebre. In Africa ci sono agenzie che forniscono veri bambini con vere mosche per alimentare il benessere morale condensato della pupponeria occidentale patinata. La scarsità crescente di queste materie prime, oltre ad una possibile contrazione del mercato dei grulli, sta mandando in crisi l’industria della colpa sintetica e un giorno o l’altro potrebbe far crollare la borsa del buon pensiero. Finché dura, però, i politici sono lì, e ti mandano le cartoline dalle copertine turbo dei loro giornali. Chiedono l’espiazione dei tuoi peccati. Ordinano la tua penitenza e servilità.

Perché è colpa tua.

Estirpati da un luogo di potere, si riformano istantaneamente in una forma lobbistica o burocratica meno accessibile al bisturi. Hanno la forza di volontà di una metastasi. Nel loro luogo ideale domina la discrezione, il silenzio, l’ombra. Molta ombra.

Gli altri sono consapevoli dei loro limiti, e dunque sono saziabili. Sono come quelli che entrano in casa tua e arraffano l’argenteria. Una seccatura. Magari ti fregano anche il trapano a percussione. Ma almeno non ti impalano perché usi ancora le lampadine ad incandescenza.

Sono ragionevoli. Sanno di avere limitazioni innate. Quando ci riescono, fanno i bagagli e, come dicono loro, fanno spazio ai giovani. Credo che Gianfranco Fini rientri tra questi. Ad un certo punto deve aver visto la scritta sul muro, come diceva Orwell. Io non so molto di Fini. Posso solo intuire il tipo dalle giacche che indossa. Però ne ho conosciuti altri.

Anni fa conoscevo un tipo che era stato eletto come consigliere in un consiglio regionale. Portava un certo numero di voti determinanti. Era perito agrario. Lo fecero subito assessore all’agricoltura. Non ricordò quanto durò. Forse due legislature. Forse soltanto una. O una e una frazione. Un giorno i suoi compari in alto decisero che era ora che i suoi elettori si prendessero una sbandata per un altro. Capita. Fu trombato. Questo è consequenziale. Allora lo fecero presidente di una banca regionale. Anche questo è consequenziale.

Se uno non capisce come faccia una banca ad avere un presidente perito agrario è perché non sa affatto come funzionano le banche. Se ci mettessero un elefante che smanetta il computer con la proboscide ci sarebbe una felice probabilità che il mondo esca dalla palude finanziaria prima dell’ora di pranzo.

Torno al politico assurto alla bancheria. La mattina arrivava una tipa nel suo ufficio. Posizionava un fracco di fogli sotto il naso dell’agronomo banchiere e lui firmava, firmava, firmava. Aveva un pennone stilografico delle dimensioni di un Avana che non usava per nient’altro che quel gesto di artigianato quotidiano. Quindi si alzava e girava per gli uffici. Quando trovava un impiegato si avvicinava e gli dava una pacca sulla spalla con la mano destra tenendo il sigaro spento con la sinistra. Non me lo sto inventando. L’ho conosciuto personalmente. Un paccatore di prima scelta. Aveva sviluppato l’arte della pacca in anni di solido praticantato alle cene elettorali. Un tocco lieve, caldo, amico. Un tonico per il cuore e un balsamo per l’anima. E poi il sigaro spento. Oh, il sigaro spento. C’è soltanto una dozzina di charros di Hidalgo in grado di eguagliare le sue qualità estetiche quando tiene un sigaro spento tra indice e medio. Sono sempre meno.

Poi finì. Come? Secondo il rito tradizionale italiano. Gli consegnarono un avviso di garanzia. L’avviso è la dolce morte del politico, la sua eutanasia, il soffio al cuore che fa capire che è arrivato il momento. Chissà chi hanno messo al suo posto. Qualcuno moralmente e esteticamente privo di valore, immagino. Un non-artista. Uno che non riuscirebbe a dare una pacca ad una balla di cotone.

Tutti i politici hanno tratti comuni. Puoi riconoscere un politico in tutto il mondo. Ridotto ai suoi succhi vitali, il politico è un riformista. Che sieda trepidante nel consiglio comunale di Teotitlán del Valle al suo primo giorno di fatiche o che viaggi per il suo sogno avventuroso nell’alta palude del parlamento di Seul, ogni giorno che passa deve dimostrare ai suoi il suo diritto all’esistenza. Come? Facendo qualcosa. Ogni volta che fa qualche cosa, il risultato è un generico peggioramento, che richiede una riforma, che peggiora il peggioramento, che porta alla necessità di una riforma profonda, che peggiora il peggiorato, che richiama l’attenzione sulla necessità di una riforma che riformi la riforma riformata, che… Se continuo così perdo il controllo delle mie capacità sintattiche.

Perché lo fanno? Perché la gente glielo chiede. Proprio così. Questa è la broda primordiale da cui ha origine la parlamentarizzazione dell’uomo. Il politico è incalzato da un flusso continuo di incitamenti all’azione. L’ohimè dell’elettore eternamente deluso suona così: “Oh! Oh! Oh!” Reggimenti di editorialisti sullo sfondo intonano il coro greco del popolo abbandonato. La loro traduzione lirica dell’ohimè del popolo disorientato è questa: “Lo stato li ha abbandonati.” Questa elaborazione sul tema l’ho presa da un quotidiano di oggi, uno caso:

“Ci tocca assistere a stucchevoli balletti su riforme che non arrivano mai, a provvedimenti economici ininfluenti, molto distanti da quel carattere di ‘scossa’ che servirebbe per riavviare il motore di un sistema agonizzante.”

Qualche generazione fa, il politico era coltivato in famiglia o nella sezione del partito. Accudito come un bonsai. Al momento giusto sbocciava. Era come un cadetto. Partiva per una guerra distante. Andava in alto. In alto. In alto.

Ad un certo punto tutto questo passò. Fu, credo, quando le scuole istituirono i consigli d’istituto, alla fine degli anni settanta. Per quelli come me, che non avevo un politico in famiglia, il consiglio d’istituto era l’occasione per farsi una cultura di mondo. Vedevi il politico allo stato di pupa. Vedevi la nuova gemma in formazione. Potevi assistere alla teogonia dalla distanza di un braccio. Non che sia mai andato ad una riunione. E dopotutto non c’era bisogno La sua fama si diffondeva rapidamente. Anche se non sapevi chi era, lo riconoscevi. Per via della notorietà, acquisiva il diritto di frugare nella busta delle tue patatine e decidere con gesto autonomo la sua giusta remunerazione. Anticipava così quello che un giorno avrebbe fatto su larga scala.

In questi ultimi vent’anni il progresso politico ha subito un’accelerazione. Oggi va il politico estemporaneo. Quello che non ha predestinazione. Il prestato alla politica. Il primo fu Gino Paoli che nel 1987, se la memoria non m’inganna, fu eletto deputato. Lo ricordo in una foto, mentre passeggiava tra i banchi, le mani in tasca. Solo. Era come un ateo che aspira alla fede in una deità aliena e sprezzante. Essendo un artista, era in anticipo sui tempi.

I processi di mani pulite cambiarono il tono. È da allora che la gente vota qualunque cosa che possa dimostrare di non avere mai avuto interesse per la politica. Conosci un tipo indifferente alla roba politica e improvvisamente piglia e si candida. O, come dice Vargas Llosa, “pum, se arrecha”. Pensate a Silvio Berlusconi e Renato Soru. Quest’ultimo arrivò alla politica come uno a cui hanno dato sei mesi di vita. Era iperattivo. Come un marinaio in franchigia con un buono omaggio per tutti i bordelli dell’angiporto. Probabilmente intuiva che il suo tempo sarebbe stato limitato. Quando alla rielezione lo trombarono tornò ad una banale, insipida inesistenza. Il suo passaggio politico mi ricorda il passaggio di Vianello.

Vianello era un impiegato di banca veneziano che conoscevo. Un impiegato modello. Ogni estate saliva su in Val di Fassa con la moglie e la figlia. Solo dopo qualche tempo capii che moglie e figlia lo seguivano con compiti di recupero umano. In tempi normali, quest’uomo viveva pacificamente nella sua casa veneziana e andava ogni mattina a lavorare nella banca. Poi veniva sulle Dolomiti e passava un mese a rifarsi con la sgnapa. Non c’era cordolo che non avesse sperimentato la furia dei suoi copertoni. Riusciva a prendere tutti i pali come in un videogioco degli anni ottanta. Una volta gli riuscì di far fuori una sbarra con l’imperiale. Aveva l’estro di un circo a tre piste. I valligiani lo attendevano ogni anno. Ad una certa ora della sera moglie e figlia andavano a recuperarlo. Ogni anno saliva in valle con una macchina nuova e tornava a casa addormentato nel carro attrezzi.

Oggi l’occidente è ad Eliogabalo. Se non viene fermato prima dal crollo dell’economia, questo mondo andrà avanti sperimentando sulla classe politica in tutte le varianti cromosomiche disponibili sulla terra. Considerate le modificazioni genetiche, significa un tempo virtualmente infinito. Ma arriverà prima il fallimento economico.

Una soluzione, soprattutto una che faccia a meno dello stato, esiste. Il suo successo dipende dalla capacità di diffondere le idee. Soprattutto tra quelli che appartengono alle ultime due generazioni, quelli che hanno da perdere più di tutti. Dopo Eliogabalo, l’impero visse altri 254 anni prima di essere dichiarato morto. Questa volta non sarà così. Allora la comunicazione stava rallentando: il regresso tecnologico, l’involuzione della società. Oggi sta accelerando: internet.

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3 thoughts on “Politicorum Progressio

  1. Quando si pensa all’erudizione di un Jefferson (o un Lincoln, per mostruoso che fosse) di fronte a un personaggio così, c’è da rattristarsi davvero.

    Da precisare, il commentario di questo penoso spettacolo è presentato da un nero, quindi non classificabile come hatespeech.

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