Cattolicesimo, Protestantesimo e Capitalismo


[Di Murray Rothbard. Articolo scritto nel 1957 e pubblicato postumo. Disponibile in pdf su mises.org. Traduzione di Enrico Sanna.]

In questi ultimi anni un gruppo di studiosi (la maggior parte dei quali si può definire “cattolica di destra”) ha preso l’impegno di rivedere l’interpretazione standard dell’ascesa della scienza economica e del capitalismo. Secondo questa interpretazione, pensiero e politica economica noti come laissez-faire, che sono alla base del capitalismo, si sono potuti sviluppare solo dopo la liberazione dai ceppi del cattolicesimo medievale. Da questa interpretazione deriva che: lo spirito della moderna indagine scientifica sconfisse il dogmatismo della scolastica e fece nascere uno spirito diverso, generalmente individualista e razionale; l’abbattimento dell’autorità ecclesiastica portò ad un generale individualismo in tutti i campi; lo spirito e l’etica calvinista, enfatizzando il valore positivo del lavoro duro, della frugalità e della remunerazione, fecero fiorire il capitalismo, contro la condanna dell’arricchimento dei cattolici; il laissez-faire economico si sviluppò in un’atmosfera protestante britannica (Adam Smith, ecc.).

Ma c’è l’altra faccia della medaglia: negli ultimi anni sono comparse interpretazioni contrastanti, in particolare nei campi della filosofia politica (l’effetto del diritto naturale, ad esempio) e del pensiero economico. Per chi vuole leggere di questa Nuova Scuola, suggerisco: Joseph A. Schumpeter, History of Economic Analysis (New York, 1954), soprattutto pagg. 74-142; Marjorie Grice-Hutchinson, The School of Salamanca (Oxford, 1952); Emil Kauder, “Genesis of the Marginal Utility Theory,” Economic Journal (Settembre 1953); Kauder, “Retarded Acceptance of the Marginal Utility Theory,” Quarterly Journal of Economics (Novembre 1953), e “Comment” (August 1955); e Raymond de Roover, “Scholastic Economics: Survival and Lasting Influence from the 16th Century to Adam Smith,” Quarterly Journal of Economics (May 1955).

L’azione che questi revisionisti esercitano su una delle pietre miliari dell’approccio tradizionale – Protestant Ethic di Weber – è più indiretta che diretta. Raccomando la critica a Weber di H. M. Robertson, Aspects of Economic Individualism (Londra, 1933). La tesi di Robertson e di altri, ad esempio, è che il capitalismo non fiorì in Gran Bretagna ma nelle città italiane del quattordicesimo secolo, ovvero in aree decisamente cattoliche. In effetti la critica revisionista, in tutti i campi, punta a dimostrare la continuità, e cioè che capitalismo, liberalismo, razionalismo, pensiero economico, eccetera, cominciarono molto prima di Smith e altri, e sotto gli auspici della dottrina cattolica. E che gli sviluppi che vennero in seguito, e che in alcuni casi furono un regresso, si basavano su precedenti idee cattoliche.

Kauder ribalta la tesi di Weber e la dirige contro i suoi seguaci attaccando Smith e Ricardo per aver subito l’influenza del protestantesimo nello sviluppo della “teoria del valore da lavoro”. Schumpeter va nella stessa direzione. Il punto forte di questa nuova importante tesi è: che le teorie economiche non nacquero quasi ex nihilo dal pensiero di Hume e Smith, ma furono sviluppate, lentamente ma con determinazione e nel corso dei secoli, dagli scolastici e da cattolici italiani e francesi influenzati dalla scolastica; che le loro teorie economiche erano per lo più metodologicamente individualiste, e mettevano in evidenza la teoria dell’utilità, la sovranità del consumatore e il prezzo determinato sul mercato; e che Smith, con la sua dottrina puramente britannica della teoria del valore da lavoro, degradò il pensiero economico portandolo sulla strada sbagliata per un secolo. Io qui potrei aggiungere che la teoria del valore di Smith ha avuto molte conseguenze spiacevoli. In primo luogo, spianò la strada a Marx, com’era logico che avvenisse. Secondo, enfatizzando la teoria secondo cui “i costi determinano i prezzi”, ha dato vita alla falsa concezione secondo cui sono gli uomini d’affari o i sindacati a spingere in alto i prezzi, e non l’inflazione monetaria voluta dallo stato. Terzo, l’accento sul “valore inerente e oggettivo” insito nei beni ha portato a tentativi “scientistici” di misurare questo valore, di stabilizzarlo tramite le manipolazioni dello stato, e altro.

La tesi affascinante di Kauder si divide in due parti: la prima sostiene che quanto detto sopra rappresenta il corso storico degli eventi nel pensiero economico; e la seconda spiega che la teoria dell’utilità fu dimenticata e sostituita dalla teoria del valore da costo/lavoro per via dell’influenza del protestantesimo, che si opponeva allo spirito cattolico.

Kauder sostiene, primo, che fu Aristotele a sviluppare ad alti livelli per la prima volta la teoria dell’utilità, teoria che fu poi ripresa dagli scolastici, soprattutto i misconosciuti scolastici spagnoli tra la fine del sedicesimo e l’inizio del diciassettesimo secolo. Fino a qualche tempo fa, la maggior parte degli storici ignorava la tarda scolastica e la sua influenza. L’idea canonica era che la scolastica fosse morta con il medioevo, e che nel periodo di mezzo ci fossero solo i mercantilisti. Ma i mercantilisti erano statalisti e pamphlettisti che scrivevano cose ad hoc, e il loro contributo alle teorie economiche è inferiore a quello degli scolastici.

L’enfasi sul valore soggettivo degli individui e sull’utilità continuò anche nell’opera dei due grandi filosofi politici protestanti Grotius e Pufendorf, che furono influenzati direttamente dalla scolastica spagnola (anche, come vedremo, nel campo del diritto naturale), e dagli economisti italiani de Volterra (metà del sedicesimo secolo), Davanzati (fine sedicesimo secolo), Montanari (fine diciassettesimo), e soprattutto Galiani (circa 1750). Queste teorie furono poi ulteriormente sviluppate dai cattolici francesi Turgot e Condillac (metà del diciottesimo secolo). Secondo Kauder, ai tempi di Galiani, Turgot e Condillac il “paradosso del valore” (oro contro ferro) era già stato risolto dalla teoria dell’utilità. Furono Smith e Ricardo a rigettarla, rimettendo in piedi il paradosso del valore. A tutto ciò potrei aggiungere che l’approccio olistico che risulta dalle teorie di Smith e Ricardo fu socialisteggiante in un ulteriore quarto senso: perché da loro cominciò l’abitudine di separare distribuzione e produzione, e di parlare solo di gruppi di fattori e non di fattori individuali, di lavoro e non di lavoratori.

Kauder continua notando che i teorici italiani e francesi della teoria dell’utilità e del valore soggettivo erano cattolici, mentre quelli che sostenevano la teoria del valore da lavoro, Petty, Locke e Smith, erano protestanti e britannici. Kauder attribuisce ciò all’enfasi che Calvino ripone sul significato divino del lavoro contrapposta al pensiero cattolico, che considerava il lavoro un mezzo per guadagnarsi da vivere. Gli scolastici arrivarono liberamente alla conclusione che il “giusto prezzo” era un prezzo imposto in un mercato basato sulla competizione libera, mentre per i britannici, influenzati dal pensiero protestante, il giusto prezzo coincideva con il prezzo “naturale” dove “la quantità di lavoro presente nei beni scambiati è la stessa”.

DeRoover nota che i tardi scolastici spagnoli Domingo de Soto e Luis de Molina denunciarono la fallacia dell’affermazione di Duns Scoto, secondo il quale il prezzo giusto è pari al costo di produzione più un ragionevole profitto. Vero è che Smith e Locke furono influenzati sia dalla corrente scolastica, che acquisirono durante la loro formazione filosofica, che dall’enfasi calvinista sul significato divino del lavoro. Ed è anche vero che Smith credeva che la libera concorrenza alla fine avrebbe portato il prezzo di mercato a coincidere con il “prezzo giusto”. Ma è anche evidente che introdusse delle debolezze, che poi Marx sfruttò fino in fondo (e che in effetti sopravvivono nelle teorie della concorrenza imperfetta, o nell’enfasi riposta in un mondo giusto in cui domina il prezzo “naturale” o “ideale”). Gli studi economici dei tomisti, invece, si incentrano sul consumatore inteso aristotelicamente come “causa finale” del sistema economico, consumatore il cui fine è una “moderata ricerca del piacere”.

Nel diciannovesimo secolo, dice Kauder, l’influenza religiosa sul pensiero economico era priva di importanza. È notevole, però, l’importanza dell’educazione strettamente evangelica di Alfred Marshall. Suo padre era un evangelico di osservanza stretta, e gli evangelici erano fortemente legati alla rinascita calvinista. Forse è per questo che Marshall si oppose alla teoria dell’utilità e insistette nel preservare molto della teoria ricardiana del valore determinato dai costi, teoria che ancora persiste.

Ma vorrei aggiungere qualche altro commento. I sostenitori più “dogmatici” del laissez-faire nel diciannovesimo secolo non erano gli economisti britannici ma quelli francesi (cattolici). Bastiat, Molinari e altri erano molto più intransigenti dei sempre pragmatici liberali inglesi. La teoria del laissez-faire, inoltre, fiorì con i fisiocrati cattolici, che erano influenzati direttamente dal diritto naturale e dalla teoria dei diritti naturali.

E con questo arrivo al secondo grande influsso della scolastica cattolica: la teoria del diritto naturale e dei diritti naturali. Il diritto naturale, che certamente era un grosso ostacolo all’assolutismo dello stato, iniziò dentro il pensiero cattolico. Come fa notare Schumpeter, il diritto divino dei monarchi era una teoria protestante. La teoria del diritto e dei diritti naturali passò dagli scolastici ai filosofi morali francesi e britannici. Questo passaggio fu oscurato dal fatto che molti razionalisti del diciottesimo secolo, essendo aspramente anticattolici, si rifiutarono di riconoscere il loro debito intellettuale verso il pensiero cattolico. Ma è proprio al pensiero cattolico che Schumpeter fa risalire le origini dell’individualismo. Dice: “(San Tommaso d’Aquino) non vedeva la società come un’entità umana nel suo complesso, ma anche come un mero agglomerato di individui tenuti assieme dai loro bisogni mondani… Mentre il potere dei governanti deriva dal popolo… per delega. Il popolo è sovrano e un re indegno può essere deposto. Duns Scoto andò ancora più nella direzione di una teoria dello stato basata sul contratto sociale. Questo… ragionamento è sorprendentemente individualista, utilitario e razionale…” Schumpeter nota anche la difesa della proprietà privata da parte dell’Aquinate. Cita lo spirito anti-statalista dello scolastico Juan de Mariana in una sua opera del 1599. Ma cita anche la teoria secondo cui il prezzo di mercato è alla base del giusto prezzo, la teoria dell’utilità marginale, del valore soggettivo, eccetera. I tardi scolastici come Luis de Molina, al contrario di Aristotele e Scoto che identificavano il prezzo giusto con il prezzo competitivo, identificavano quest’ultimo con il prezzo di mercato. E poi possedevano una loro teoria del sistema aureo e si opponevano alla svalutazione. Schumpeter parla anche di de Lugo, che sviluppò una teoria del rischio del profitto che, come sappiamo, fu sviluppata pienamente solo a partire dal periodo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento.

Sebbene i teorici del diritto naturale fossero molto più individualisti e libertari dei loro equivalenti scolastici, anche qui esisteva una continuità ben definita. Lo stesso dicasi per il razionalismo: la ragione era lo strumento principale dell’Aquinate, ma era combattuta dai protestanti, che basavano la loro teologia – e la loro etica – sulle emotività o sulla Rivelazione diretta.

Il punto a favore del cattolicesimo si può quindi riassumere così: (1) in materia di laissez-faire e diritto naturale, le teorie di Smith discendono dalla tarda scolastica e dai fisiocrati cattolici; (2) i cattolici svilupparono la teoria dell’utilità marginale, della soggettività del valore economico e l’idea che il prezzo giusto coincida con il prezzo determinato sul mercato, mentre i protestanti britannici, influenzati dal calvinismo, si aggrapparono ad una teoria del valore pericolosa e, in ultima analisi fortemente, statalista; (3) alcuni dei teorici più “dogmatici” del laissez-faire, dai fisiocrati a Bastiat, erano cattolici; (4) il capitalismo nacque nelle città italiane cattoliche del quattordicesimo secolo; (5) le teorie sul diritto naturale, come altre teorie razionaliste, discendono dalla scolastica.

Come esempio dell’influenza protestante-calvinista nel cammino verso una filosofia di socialismo altruista, raccomanderei la lettura di Melvin Richter, T. H. Green and His Audience: Liberalism as a Surrogate Faith in Review of Politics (October, 1956).

Anche se marginale in questo contesto, raccomando fortemente Erik von Kuehnelt-Leddihn, Liberty or Equality (Caldwell, Id. 1952), il cui nocciolo è la tesi secondo cui il cattolicesimo tende verso uno spirito libertario (sebbene “anti-democratico”) mentre il protestantesimo tende verso uno spirito socialista, totalitario e collettivista. Un esempio è l’asserzione di Kuenhelt-Leddihn secondo cui la fiducia che il pensiero cattolico pone sulla ragione e sulla verità tende all’“estremismo” e al “radicalismo”, mentre il pensiero protestante, enfatizzando l’intuizione, tende al compromesso, al sondaggio d’opinione, eccetera.

È bene citare anche il pensiero di von Mises sulle tesi di Max Weber, ovvero che Weber rovesciò il vero schema di causa ed effetto sostenendo che prima arrivò il capitalismo e solo dopo i calvinisti adattarono i loro insegnamenti all’influenza crescente della borghesia, invece del contrario.

Non mi sento pronto a sostenere che la tesi protestante debba essere rigettata per intero e quella cattolica accettata. Ma è chiaro che la questione è molto più complessa di quanto si pensa solitamente. Certo, i revisionisti forniscono un eccellente correttivo. A proposito della questione della teoria dell’utilità e di Adam Smith, sto dalla parte dei revisionisti. È da tanto che penso che Adam Smith come sostenitore del laissez-faire sia sovrastimato.

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