La Privatizzazione della Diplomazia


Alla Maniera di Dennis Rodman

[Di Chad Nelson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 9 gennaio 2014 con il titolo Privatizing Diplomacy, Dennis Rodman Style. Traduzione di Enrico Sanna.]

Il verdetto è stato emesso: Tutti i popoli civili devono odiare Dennis Rodman. Politici da John McCain a John Kerry e opinionisti da Bill O’Reilly a Chris Matthews sono offesi dal fatto che un americano visiti il terzo polo dell’Asse del Male. All’inizio di questa settimana Rodman, assieme a sei suoi ex compagni di gioco della NBA (l’associazione di basket professionista, es), è arrivato a Pyongyang e ha giocato una partita dimostrativa di basket contro una squadra di nordcoreani. La partita faceva parte della festa di compleanno di Kim Jong Un. Politici e opinionisti sono atterriti, e la maggior parte degli altri americani non è molto lontana dalla loro isteria. L’atmosfera ricorda i “Due Minuti di Odio” di George Orwell. Ogni minima deviazione dalla politica ferrea di McCain e Clinton che impone di odiare il nemico equivale ad un tradimento. I titoli serali della tivù parlano dell’idiozia di Rodman.

Ma la trasferta di Rodman è davvero un male così grande? Io credo di no. Credo che, se uno è preoccupato per la libertà dei nordcoreani, sia un passo profondamente positivo nella direzione giusta. C’è qualcuno che può citare una sola azione del dipartimento di stato volta a normalizzare le relazioni e far cessare la faida tra i due paesi? I vari Hillary Clinton, John Kerry e altri cosiddetti diplomatici hanno mai dialogato con le loro controparti nordcoreane? E quando mai si sono recati lì per mostrare la loro solidarietà con i cittadini nordcoreani? Che importa se il governo nordcoreano è “irragionevole” o “pazzo”? L’unico compito di un diplomatico consiste nel forgiare relazioni armoniose e pacifiche con altri stati, non importa quanto difficile sia.

Non capisco come faccia un rappresentante del governo a definirsi un diplomatico se il suo primo istinto in fatto di scienza governativa lo spinge a condannare aspramente o a minacciare e mettere in pratica una guerra fredda. I diplomatici dovrebbero essere persone che tessono la tela della pace, non antagonisti. Se non avessi buonsenso, penserei che dipartimento di stato e compagnia, più che alla pace, siano interessati a mantenere le ostilità con una selezione di paesi. Non solo, ma la propensione del dipartimento di stato alle faide è parte di un problema più vasto: l’incapacità totale del governo di concedere la pace alle popolazioni straniere. Lo stato ha una sola freccia sottile nella sua faretra: la forza. Quando c’è un problema, nazionale o internazionale, la forza è l’unica risposta dello stato.

Quali sono gli strumenti che lo stato possiede in materia di politica estera? Le sanzioni. Minacce di guerra. Guerra vera e propria. Aiuti internazionali. Finito. Tutti quanti comportano violenza, reale o minacciata, e, nel caso degli aiuti internazionali, furto e clientelismo grottesco. Certo un segretario di stato potrebbe andare in un paese straniero come ha fatto Rodman, ma a che servirebbe la sua visita? In fin dei conti, l’incontro si ridurrebbe ad un padrone che dice ad un altro padrone come deve trattare i suoi sudditi. I nordcoreani, come tutte le altre persone prive di libertà, hanno bisogno di meno padroni e più esperienza: l’esperienza che viene quando si conoscono altre culture e si impara che c’è tutto un altro mondo fuori dal loro piccolo paese. È possibile che Rodman e sei vecchi giocatori della NBA non rappresentino quella dose culturale forte che libererà i nordcoreani. Ma è un inizio che potrebbe aprire la Corea del Nord al mondo esterno, con le sue differenze esteriori, di stile di vita e di opinioni: tutte cose che qui negli Stati Uniti vengono celebrate.

La trasferta di Rodman e i suoi mi rende ottimista, e applaudo i loro sforzi. Se non l’avessi visto, sarei stato portato a credere che la politica nordcoreana vieta l’ingresso agli americani. Io non pretendo di possedere la risposta a come liberare i nordcoreani dalle catene del loro governo, ma non occorre una grande fantasia per immaginare incontri annuali di basket che fioriscono in qualcosa di più grande. La gente è creativa e le porte si aprono dove uno meno se lo aspetta.

Ovviamente, non mi piace vedere qualcuno della statura di Rodman che canta buon compleanno e va a braccetto con una persona odiosa come Kim Jong Un. Non mi piace vedere la gente che si inchina, elogia o celebra un rappresentante dello stato, che sia nordcoreano o altro. Ma pensateci un po’. Una persona in vista come Rodman, che desidera fare il primo passo per aprire un paese escluso dal mondo, che probabilità di successo avrebbe se andasse ad irritare il suo leader dal pugno di ferro, da cui dipende la sua possibilità di ingresso nel paese? Nessuna. Forse Rodman ammira sinceramente Kim, ma le sue motivazioni non dovrebbero importare. Il suo atteggiamento benevolo verso Kim gli ha dato un’opportunità che nessun rappresentante del governo americano è mai riuscito ad avere. Viene da chiedersi: non è che il governo americano ce l’ha con Rodman perché ha sferrato un colpo al suo monopolio della diplomazia?

Libertà e progresso possono nascere solo da un cambiamento culturale e nei comportamenti. I governi sono reattivi. Più Rodman si apre alla Corea del Nord e più conoscenza i nordcoreani acquisiscono, e più cresce la voglia di conoscere ciò che sta oltre i confini del loro stato. Chissà che un giorno la curiosità culturale dei nordcoreani non si trasformi nella voglia di interagire liberamente con il mondo?

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