Il Romanzo e il Dramma Sociale


[Di Ludwig von Mises. Estratto dal libro The Anti-Capitalistic Mentality. Traduzione di Enrico Sanna.]

Il pubblico, immerso negli ideali socialisti, vuole romanzi e drammi socialisti (“sociali”). Gli autori, anche loro immersi nelle idee socialiste, sono pronti a fornire quanto richiesto. Le loro opere descrivono condizioni di vita che, fanno capire, sono la conseguenza inevitabile del capitalismo. Illustrano la miseria e la disperazione, l’ignoranza, la sporcizia e le malattie delle classi sfruttate. Condannano il lusso, la stupidità e la corruzione morale delle classi sfruttatrici. Ai loro occhi, tutto ciò che è malvagio e ridicolo è borghese, e tutto ciò che è buono e maestoso è proletario.

Gli autori che parlano della vita dei poveri si possono dividere in due classi. Alla prima classe appartengono quelli che non hanno mai conosciuto la povertà, che sono nati e cresciuti in un ambiente “borghese” o in un ambiente di lavoratori dipendenti o di agricoltori benestanti. L’ambiente in cui collocano i personaggi dei loro romanzi o dei loro drammi appare inconsueto ai loro occhi. Prima di cominciare a scrivere, questi autori devono raccogliere informazioni sul sottoproletariato che intendono descrivere. Si imbarcano nella ricerca. Ovviamente, non si accostano al soggetto dei loro studi con una mente priva di condizionamenti. Sanno già in principio cosa troveranno. Sono convinti che le condizioni dei salariati siano desolanti e terribili oltre l’immaginabile. Chiudono gli occhi davanti a quello che non vogliono vedere e trovano solo quelle cose che confermano le loro opinioni preconcette. Hanno appreso dai socialisti che il capitalismo è un sistema che porta le masse ad una sofferenza terribile, e che più il capitalismo si evolve e si avvicina alla maturità piena, e più l’immensa maggioranza diventa povera. I loro romanzi, i loro drammi, diventano uno studio analitico in cui si dimostra la verità del dogma marxista.

L’errore di questi autori non è il fatto che scelgono di descrivere la miseria e la disperazione. Un artista può mettere in mostra la sua maestria trattando soggetti di qualunque genere. È che prendono una cantonata con le loro interpretazioni errate e tendenziose e con una descrizione fallace delle condizioni sociali. Non si accorgono del fatto che le condizioni che loro descrivono sono il risultato dell’assenza di capitalismo, ciò che rimane di un passato precapitalista, o gli effetti di una politica di sabotaggio del capitalismo. Non capiscono che il capitalismo, generando produzione su larga scala per il consumo di massa, è essenzialmente un sistema che riduce la scarsità ai minimi termini. Parlano dei lavoratori salariati come se fossero gli operai di una fabbrica e basta, e non si accorgono che sono anche i principali consumatori o dei beni prodotti o degli alimenti e delle materie prime scambiate con i prodotti stessi.

Il fatto che questi autori preferiscano trattare di scene di desolazione e sofferenza diventa una scandalosa distorsione della realtà quando implicano che quanto riportato è una tipica realtà rappresentativa del capitalismo. Le informazioni fornite dai dati statistici riguardo la produzione e la vendita di articoli prodotti su larga scala mostrano chiaramente che il salariato tipico non vive nella miseria più profonda.

La figura prominente della scuola letteraria “sociale” era Émile Zola. Fu lui a impostare il modello che poi legioni di imitatori meno dotati hanno adottato. Secondo Zola, l’arte aveva una relazione stretta con la scienza. Doveva basarsi sulla ricerca e illustrare le scoperte della scienza. E la prima scoperta della scienza, per come la vedeva Zola, era che il dogma del capitalismo è il peggiore tra i mali, e che la venuta del socialismo è ad un tempo inevitabile e fortemente auspicabile. I suoi romanzi rappresentavano in realtà un corpus omiletico (di omelie, es). Zola, con il suo condizionamento e il suo zelo pro-socialista, però, fu ben presto superato dalla produzione letteraria “proletaria” dei suoi adepti.

I critici letterari “proletari” hanno la pretesa di sostenere che la materia di cui gli autori “proletari” parlano costituisce semplicemente la realtà dell’esperienza di vita proletaria. La verità è invece che questi autori non riportano affatto la realtà. La interpretano dal punto di vista di Marx, di Veblen e dei vari Webb. Questa interpretazione è il succo dei loro scritti, il punto saliente che li caratterizza come propagandisti del socialismo. Questi scrittori considerano i dogmi su cui si basa la loro interpretazione degli eventi come qualcosa di irrefutabile, che non ha bisogno di spiegazioni, e sono convinti che i loro lettori condividano la loro fiducia. Per questo spesso ritengono superfluo citare esplicitamente le dottrine. A volte si limitano a riferimenti impliciti. Ma questo non cambia il fatto che tutto quello che mettono nei loro libri dipende dalla validità dei principi socialisti e delle sue teorie pseudo-economiche. Le loro opere di finzione sono un’illustrazione delle lezioni fornite dai dottrinari anti-capitalisti, e collassano quando collassano questi ultimi.

La seconda classe di autori di finzione “proletaria” sono quelli che sono nati nell’ambiente proletario da loro descritto nei loro libri. Questi sono usciti dall’ambiente dei lavoratori manuali per unirsi ai ranghi dei professionisti. Non sono come gli autori provenienti da uno sfondo “borghese”, che hanno la necessità di impegnarsi in speciali ricerche per apprendere qualcosa della vita dei lavoratori salariati. Possono attingere alla loro esperienza.

La loro esperienza personale insegna loro cose che contraddicono chiaramente i dogmi essenziali del credo socialista. I figli di genitori che vivono in condizioni modeste, e che hanno particolari capacità e voglia di lavorare, non hanno la strada a posizioni più soddisfacenti sbarrata. Gli autori di origini “proletarie” sono i primi testimoni. Loro sanno perché hanno avuto il successo che i loro fratelli e amici non hanno avuto. Nel corso della loro ascesa verso una vita migliore hanno avuto molte possibilità di incontrare altri che, come loro, erano ansiosi di imparare e fare carriera. Loro sanno perché alcuni di loro hanno trovato la strada mentre altri hanno fallito. Ora, vivendo con i “borghesi”, scoprono che ciò che distingue una persona che guadagna di più da una che guadagna meno non è il fatto che il primo è un furfante. Non sarebbero arrivati così in alto se fossero stati così stupidi da non vedere che molti degli uomini d’affari e dei professionisti sono uomini che si sono fatti da sé che, come loro stessi, hanno cominciato da poveri. Non possono fare a meno di notare che le differenze di reddito sono dovute a fattori diversi da quelli che il risentimento socialista suggerisce.

Se questi autori insistono a scrivere quella che in effetti è omiletica pro-socialista, vuol dire che non sono sinceri. I loro romanzi e i loro drammi non dicono la verità, e dunque non sono altro che spazzatura. Sono molto sotto gli standard dei libri dei loro colleghi di origini “borghesi”, che almeno credono in quello che scrivono.

Gli autori socialisti non si accontentano di dipingere le condizioni di vita delle vittime del capitalismo. Trattano anche vita e opere dei suoi beneficiari, gli uomini d’affari. Sono decisi a rivelare ai lettori le origini del profitto. Poiché loro – grazie a Dio – non hanno familiarità con il soggetto, per prima cosa cercano informazioni tra i libri di storici competenti. Questo è ciò che questi esperti rivelano a proposito dei “gangster finanziari” e dei “baroni ladri” e di come hanno acquisito le ricchezze: “Cominciò la sua carriera come commerciante di mucche, comprando bestiame dalle fattorie e portandolo al mercato per rivenderlo. Il bestiame era venduto a peso ai macellai. Prima di portarli al mercato dava da mangiare il sale alle mucche e poi le ingozzava di acqua. Un gallone di acqua pesa quasi quattro chili. Metti tre o quattro galloni d’acqua in una mucca, e quando la vendi intaschi un extra.” Seguendo questa vena, dozzine e dozzine di romanzi e drammi denunciano le transazioni degli uomini d’affari, i furfanti delle loro storie. I magnati si arricchiscono vendendo acciaio sbreccato e cibo avariato, scarpe con la suola di cartone e prodotti di cotone spacciato per seta. Corrompono i senatori e il governo, i giudici e la polizia. Ingannano i clienti e i dipendenti. Le vicende sono molto semplici.

A questi autori non capita mai di pensare che quello che le loro narrazioni dicono implicitamente è che tutti gli altri americani sono dei perfetti idioti che si lasciano imbrogliare facilmente da qualunque farabutto. Il trucco della mucca gonfiata è la forma d’imbroglio più rozza e primitiva. È difficile credere che ci sia qualche acquirente di bestiame, in qualche parte del mondo, che si lasci imbrogliare così. Pretendere che in America un macellaio si lasci imbrogliare da questo trucco significa chiedere troppo all’ingenuità del lettore. Lo stesso accade per le altre storie simili.

Nella sua vita privata l’uomo d’affari, così come l’autore “progressista” lo dipinge, è un barbaro, un giocatore d’azzardo e un ubriacone. Passa le sue giornate alle corse, le sere al night club e le notti con le signorine. Come fecero notare Marx ed Engels nel loro manifesto comunista, questi “borghesi, non contenti di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non dire delle prostitute comuni, si prendono il grande piacere di sedurre le mogli degli altri.” È così che il mondo degli affari viene dipinto in gran parte della letteratura americana.

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