Lo Stato di Polizia Americano


È peggio della Corea del Nord Comunista?

[Di William Norman Grigg. Originale pubblicato su lewrockwell.com il 17 gennaio 2014 con il titolo America’s Police State: Worse than Communist North Korea? Traduzione di Enrico Sanna.]

Se Kelly Thomas fosse stato nella Corea del Nord, e non nella conservatrice contea di Orange, in California, forse sarebbe sopravvissuto all’incontro con la polizia.

Due giorni fa, la giuria del tribunale della contea di Orange ha scagionato due agenti di polizia autori principali del pestaggio di gruppo di Thomas, un vagabondo con problemi mentali e disarmato. I giurati sono partiti dal principio secondo cui la violenza letale era giustificata in quanto la vittima cercava di difendersi dall’aggressione della polizia.

Ai poliziotti americani si insegna a trattare ogni atto di non obbedienza come “resistenza all’arresto”, un presunto crimine che giustifica l’uso della violenza e, in casi come quello di Thomas, la forza letale, per tenere a bada la vittima. La maggior parte degli agenti, al momento di passare all’azione, urla la frase preventiva “Non resistere!” anche quando non viene offerta alcuna resistenza. Un contatto accidentale con la sacra persona dell’agente è considerato un’aggressione, magari aggravata.

Stranamente, pare che nella Corea del Nord non sia così.

Ieri sera (14 gennaio), durante la trasmissione Frontline della PBS è stato trasmesso un documentario dal titolo The Secret State of North Korea, basato in gran parte su spezzoni raccolti da un gruppo di videoamatori clandestini. In due scene del documentario si vedeva l’incontro tra una donna e un soldato nelle vesti di agente di polizia (Il governo comunista nordcoreano, a differenza del regime americano proto-totalitario, non pretende di far credere che militari e polizia siano entità separate).

Nel primo caso, si vede una donna che gestisce un servizio di trasporto privato che viene avvicinata da un soldato che cerca di affibbiarle una citazione. La donna è arrabbiata e sfida apertamente il bullo in uniforme da “autorità”; ad un certo punto, lei lo spintona più di una volta e poi lo copre di meritati insulti prima di tornare al proprio lavoro. Nel secondo caso, una donna rifiuta una citazione per aver indossato i pantaloni sfidando le imposizioni ufficiali riguardo il modo di vestire.

È possibile vedere il video qui.

Se questi incidenti fossero accaduti negli Stati Uniti, le due donne sarebbero state pestate, prese a scosse elettriche, e forse anche uccise. I passanti che registravano la scena sarebbero probabilmente finiti agli arresti per “ostruzione del corso della giustizia”, e le loro videocamere sarebbero state confiscate sul posto.

“Oggi capita spesso che un nordcoreano accusato di aver infranto una certa legge, almeno in quei casi che non costituiscono un crimine politico, protesti immediatamente se pensa che che la legge sia irrazionale,” spiega Jiro Isimaru, il giornalista giapponese che organizza la rete clandestina di videoamatori. Questo contraddice vistosamente l’immagine classica secondo cui i nordcoreani hanno ricevuto un “lavaggio del cervello” che li ha resi uniformemente docili e sottomessi a comando.

Per una fetta sempre più grossa della popolazione che soffre sotto il regime comunista nordcoreano, apparentemente, le cose non sono così. È tragicamente vero, invece, per i tanti cittadini della presunta Terra della Libertà.

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