Eroi


[Di Enrico Sanna]

EroeOh eroi. Quanti ne abbiamo? Non lo so. Non bastano tutti i telegiornali… che dico? non bastano tutti gli annali di tutti i telegiornali, i radiogiornali e i cartagiornali per elencarli.

Ogni giorno sai che c’è un eroe che si sacrifica eroicamente per mantenere la tua libertà, garantire la tua pensione, salvare pianeti, garantire la felicità, evitare che i poli si invertano. Il nostro clero parlamentare benedice gli eroi in partenza. Stanno andando a liberare il popolo oppresso dal tiranno locale in una terra lontana. Eroi! Oh i nostri eroi! Vedete là i popoli oppressi? Sono oppressi. Anche noi siamo oppressi, dal pensiero della loro oppressione. Non riusciamo a trattenerci. È più forte di noi. Partiam partiam!

Chissà che non trovino qualche funghetto. O una tazza di petrolio. Da riportare a casa come souvenir.

Poi tornano. E allora la curia parlamentare benedice gli avanzi. Perché a volte capita che non tornino per intero. Come diceva un tizio qualche tempo fa, “hanno rimandato a casa le loro spoglie nelle bandiere, legate strette perché sembrassero intere”. Altri andranno a benedire gli sparsi cimiteri all’aperto dei liberati.

L’eroe migliore è l’eroe morto. Un eroe vivo è un’incognita pericolosa. A volte collabora, si immedesima, sì, ma è una mina vagante. È uno che ha visto cosa c’è sotto la gonna, come dicono a sud della Garbatella. Com’è e come non è, si piglia una ciucca e racconta una storia che non è la storia di eroi. Se tutto va bene, bisogna aspettare che muoia prima di ricamarci sopra il pistolotto. Ma allora è troppo tardi. Eroe subito o niente.

Un eroe morto è un’altra cosa. È morto. Questo significa che puoi attribuirgli il punteggio massimo della scala dell’eroismo. Ha dato la vita, dunque è un eroe. Puoi farlo morire per la prima causa che ti passa per la testa. Confidi nell’improbabilità di una sua versione dei fatti. Perché se dovesse resuscitare potrebbe anche dire così:

“Se sapevo che quel ponte era di legno marcio, col cavolo che andavo a prendere quelli là in mezzo al fiume. Che caspita c’avete in quella zucca di merda che non m’avete detto che era marcio? Perché marcio era e voi magari lo sapevate. Andato come un cinghiale putrefatto. Vi sembrano scherzi da fare, eh? Va bene aiutare gli altri, ma finché uno non ci rimette la vita. Anch’io avevo una famiglia. Per chi m’avete preso? Per un eroe?”

I risvolti culturali del mito sono pietosi. In un libro di qualche anno fa, Wilbur Smith racconta di uno Zulu che ruba polvere d’oro nella miniera in cui lavorava. Questo tipo poi uccide un bastardo. Ora, se sei uno Zulu che ha ucciso un bianco in Sudafrica e hai le tasche piene di polvere d’oro, come minimo torni al tuo villaggio e ciccia. Smith invece lo fa andare giù, giù, in fondo ad una miniera inondata di cui allo Zulu non importava un cavolo, e lo fa morire mentre salva tutta la baracca. Oh tempora! Oh Wilbur!

Qualche anno fa, mentre ero in un archivio che cercavo qualcosa per un servizio, ho trovato una serie di documenti che raccontavano la vicenda di un povero cristo. Questo cristo faceva il servo pastore, che è l’omega della scala socio-economica. Un giorno scoppiò un incendio in campagna. Arrivarono i carabinieri. Si guardarono attorno e videro il povero cristo fatto servo pastore. Pensarono di trasformarlo in pompiere. Ebbero l’idea geniale di ordinargli di andare a spegnere l’incendio. Così il cristo servo pastore pompiere obbedì. E finì arrosto.

Parlo di una storia avvenuta quasi un secolo fa in un piccolo paese. In circostanze del genere, a quelli così fanno il monumento. Come minimo nasce una leggenda. Sapete come sono queste cose, no? Ogni anno il sindaco va sotto il monumento e legge il pistolotto all’eroe. Persone che non l’hanno mai visto, spiegano che ha sacrificato la sua vita per salvare gli altri. La gente sorride.

Ma lui non sacrificò la sua vita. Cieco, il viso ridotto ad una plastilina, continuò a vivere. Come dice il messaggero alato a Giobbe, “io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire”. Questo cieco raccontò la storia. Che non era esattamente eroica. Io l’ho scritta in un mio libro. La racconto così:

Francesco Sitzia era nato a Gonnosfanadiga. Nel 1917 faceva il pastore a San Gavino, per conto di Angelo Cinus. Il ventuno luglio 1932 scrisse una lettera, o piuttosto se la fece scrivere, al podestà Petronio Sanna. Questa lettera inizia così:

“Il ricorrente Sitzia Francesco di Giuseppe e della fu Concas Giulia, nato Gonnosfanadiga, e domiciliato nella Frazione di Selargius (Cagliari) espone alla SV Illma quanto segue.

“Molte volte scrissi a questo Onorevole Municipio, e niente risposero. Ora essendo stato interrogato, dalla RR Carabinieri, di Selargius, dall’Illmo Signor Podestà di Cagliari, dalla Pubblica Sicurezza di Cagliari, la quale non permette di elemosinare entrò Città.”

A questo punto comincia a raccontare la sua storia:

“Quindi il fatto della mia disgrazia è avvenuta in codesto paese, per ordine del Brigadiere Commandante, la Stazione dei RR Carabinieri, di San Gavino Monreale a nome Sig. Vecchio Giuseppe che mi commandava di andare alle aie per dare aiuto allo spegnimento, del fuoco che si era appiccato ai covoni del grano. Io obbedii al commandando le fiamme mi avvolsero, e rimasi orrendamente bruciato in tutta la faccia e orbo agli occhi al punto di niente vedere. Il fatto avvenne nel mese di Lulio 1917 in San Gavino Monreale.”

Citò otto testimoni. Tra questi un usciere comunale e un vigile urbano di cui gli sembrò di ricordare solo il nome: “Certo Egidio”.

Quindi spiegò di aver chiesto un riconoscimento alla regina:

“Siccome si è fatta domanda alla Regina e Mussolini Eccellenza e niente di risultato. Si prega alla S V Ill. onde voglia per opera di carità, indagare in proposito.”

Le lettere del gonnese viaggiarono. Il trenta settembre il prefetto mandò una lettera al podestà di San Gavino.

“Sitzia Francesco ha diretto a S. M. la Regina una supplica per ottenere soccorsi ed ha dichiarato che nel 1917 trovandosi, quale pastore, alle dipendenze di Cinus Angelo in codesto Comune, un mattino del mese di luglio, gli fu ordinato dal Brigadiere dei CC. RR. (carabinieri reali, es) Vecchi Giuseppe, di recarsi nell’aia di certo Don Emanuele, di cui non ricorda il cognome, per cooperare allo spegnimento di un incendio che colà divampava”.

Dopo questo atto di cooperazione comandata, Sitzia fu apparentemente messo da parte e dimenticato:

“[Francesco Sitzia] riferisce inoltre che, dopo le prime cure, fu inviato a Gonnosfanadiga rimanendo in cura per due anni e mezzo senza percepire alcun indennizzo, né ha potuto più dedicarsi a lavoro proficuo.”

Quindi il prefetto propose la segnalazione ad una fondazione americana…

“poiché sembrerebbe, salvo contrarie emergenze, che le circostanze nelle quali il Sitzia avrebbe subito un così grave infortunio lo rendono meritevole di essere segnalato alla Fondazione Carnegie.”

La fondazione Carnegie aveva sede negli Stati Uniti. Il duce era una figura famigliare presso gli yankee.

Il quindici ottobre il podestà rispose al prefetto con una lettera e la testimonianza scritta dei testimoni Enrico Porru, che era guardia comunale, sua moglie, Giacomino Collu, Maria Rita Ennas e Raffaele Cinus. La lettera del podestà dice:

“Dalle informazioni assunte risulta vero che una mattina del luglio 1917, certo Sitzia Francesco di Giuseppe, da Gonnosfanadiga, con grande spirito di abnegazione, si slanciava coraggiosamente a spegnere un incendio che si era sviluppato nell’aia del fu Don Emanuele Orrù, riportando delle gravi ustiosi (sic) al viso con conseguente perdita di ambedue gli occhi ed i denti.

“A tale incendio accorse gran parte di questa popolazione che ricorda ancora l’atto di coraggio e di valore compiuto dal Sitzia.”

Questa la storia, così come raccontata dai documenti che ho trovato nell’archivio storico di San Gavino. Ignoro cosa fece la regina, o Mussolini, in seguito a tale sollecito. La prima partì nel 1946. L’altro dipartì nel 1945. Ignoro anche cosa fece Francesco Sitzia, il pastore diventato mendicante orbo e sfigurato. Tra i documenti c’è una sua fotografia. Non la pubblico.

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