Sull’Invidia e Poco Più


Siamo tutti nella stessa barca. La solidarietà verso gli altri. L’amore tra i popoli. Volemose bene. E soprattutto questo: Invidia.

[Di Enrico Sanna]

Ciacco

Perché l’occidente democratico funzioni con efficienza, occorre che una fetta determinante della nazione abbia l’animo corrotto dall’invidia. L’invidia è il motore primo, in senso aristotelico, della nostra era.

Una persona che conosco è preoccupata perché ogni anno è costretta a pagare il canone. La preoccupazione è mite ma convinta. Il rantolo suona più o meno in questa maniera: “Quello che mi fa rabbia è che c’è un sacco di gente che non paga il canone, soprattutto giovani. Un tempo registravano il tuo nome quando andavi a comprare un televisore. Oggi invece comprano nei centri commerciali e chissenefrega.”

Questa persona non pensa: Se tutti pagano il canone Rai, il canone cala. Pochissimi credono che le tasse calerebbero se tutti le pagassero. La frase va bene come slogan. È la soma del cittadino credulone. È il prezzemolo tritato sull’editoriale del bravo giornalista. Per di più è matematicamente corretto. Ma non è vero. Crederci significa non aver capito nulla di come funziona lo stato. Questa persona lo sa, e per questo non crede che se tutti pagassero il canone questo calerebbe. E allora? Allora la gira così: Tutti devono pagare il canone Rai per una questione di giustizia.

Tutto sommato, però, la maledizione implicita poteva essere molto più pesante Va bene che si tratta solo di un bollettino di conto corrente da pagare una volta l’anno. Pensate un po’ se aveva un tumore. “Quello che mi fa rabbia è che c’è un sacco di gente che non ha il cancro, soprattutto giovani. Un tempo a quindici anni avevi già la tisi. Oggi vanno in giro a gennaio con l’ombelico fuori e chissenefrega.”

Anche se uno non crede in questa forma laica di malocchio, non fa piacere sapere che la forza che fa andare questo mondo è l’invidia. Sai che queste persone votano. Sai anche che loro hanno più probabilità di te di andare a votare. E poi sai anche, o dovresti saperlo, che loro hanno più probabilità di te di votare nel modo che è congeniale al sistema, e che non corrisponde a quello che tu ti auguri, nel caso in cui tu dovessi andare a votare. In altre parole, per la classe di governo la loro parola vale più della tua.

Per dimostrare cosa voglio dire parlo di edilizia. Quando qualcuno costruisce qualcosa senza permesso c’è la riprovazione generale. I giornali sono ben lieti di mettere il suo nome e la sua foto in evidenza. Eccolo lì, il reo. Ecco il mostro. Ecco il sabotatore della società. Perché? Perché ha costruito senza chiedere il permesso.

Non perché ha fatto un danno a qualcuno. Non perché ha costruito qualcosa in una proprietà che non è la sua. Non perché ha modificato una casa che non appartiene a lui. Perché non ha il permesso. È un abusivo. La condanna è generale. Solitamente, è un vicino a fare la spia. C’era un tempo in cui la parola spia era sinonimo di traditore. Oggi la spia è il buon cittadino. Spiare è promosso dalle istituzioni. Nessuno va a stringere la sua mano, ma cosa importa? È un virtuoso legale.

Mio nonno si sposò che aveva poco più di vent’anni. Faceva il manovale. Più tardi entrò a lavorare in un’industria metallurgica come operaio. Poi diventò operaio specializzato. Poi lasciò l’industria e diventò imprenditore per conto proprio. Ma questo accadde più tardi. Al momento di sposarsi era un manovale. E possedeva una casa.

Aveva un terreno e costruì la propria casa. Non ottenne mai il permesso di costruire. Non ce n’era bisogno. Un piano regolatore non esisteva. Il primo arrivò quaranta anni dopo. Tutto quello di cui aveva bisogno era un terreno e abbastanza soldi. Questo accadde nel pieno di quella dittatura totalitaria che era il fascismo. In Italia. Nessuno imponeva severe norme di sicurezza. Se la casa era fatta male cadeva. Questo bastava. La casa non è mai caduta. C’è ancora oggi. Ci vive una famiglia di giovani.

Oggi quasi nessuno ha una casa di proprietà a vent’anni. Se capita si tratta di una eredità. È raro che qualcuno a poco più di vent’anni abbia abbastanza soldi da potersi fare la casa. Non un manovale. Non un impiegato di banca. Forse un dirigente, o un buon chirurgo. Ma nessuno è dirigente o chirurgo a ventidue anni. Neanche ai rampolli pariolini è permesso allungare le mani sulle leve e i pulsanti dell’astronave di famiglia prima di aver compiuto trent’anni. Per tutti gli altri c’è il mutuo. Se uno riesce a dare garanzie, può ottenerne uno impegnandosi a ripagarlo fino al giorno della pensione.

Mio nonno non aveva un mutuo. Non aveva neanche un conto in banca. Però riuscì a farsi la casa a poco più di vent’anni e nel pieno di una “dittatura totalitaria” a cui non sfuggiva nulla. Se oggi bisogna pagare un mutuo per trent’anni per farsi la casa significa che c’è qualcosa che non è stato spiegato adeguatamente nella parola “liberazione” usata per indicare il passaggio dal fascismo alla democrazia.

Nelle ultime due generazioni, la casa è diventata il corno dell’abbondanza di chi crede, come diceva Schumpeter, nella via politica alla ricchezza. Questo è il punto di partenza di quegli imprenditori che odiano il mercato e non si fidano delle scelte dei consumatori. Se un imprenditore produce un accessorio variamente inutile che si può applicare ad una casa e riesce a procurarsi qualche connessione in alto, è molto probabile che il suo accessorio diventi obbligatorio nella costruzione di tutte le case nuove, da estendersi entro un certo termine a quelle già esistenti. Finché non si scopre che l’accessorio non è sufficiente a svolgere il compito ideale che qualcuno ha stabilito che dovrebbe svolgere, e allora un imprenditore, non necessariamente quello di prima, inventerà un altro accessorio che le classi di governo provvederanno a rendere obbligatorio.

La maggior parte degli italiani possiede una casa. Una volta che ne hai una diventi un soggetto. Sei un bersaglio facile. Non puoi prendere la casa e portarla altrove. Il potere politico amico degli imprenditori lo sa. Gli imprenditori amici del potere politico lo sanno. È come girare dopo il tramonto in un quartiere malfamato con tre anelli d’oro per ogni dito.

Questa mistura di interessi privati e potere pubblico si chiama fascismo. Oggi c’è molto più fascismo di quando c’era il fascismo. Il passaggio alla democrazia è stato una rivoluzione semantica.

Cosa si può fare? Informare può servire, ma solo in parte. Chi è preso dall’invidia non ascolta. Non ascolta perché sa già tutto. Sa che il sistema è dannoso. Lo sa perché ne paga le conseguenze. Ma non gli importa nulla. Vuole che anche gli altri paghino. Collabora con il sistema. Non perché ne abbia un vantaggio, ma “per una questione di giustizia”. Lo stato li apprezza. L’imprenditoria culo e camicia con lo stato li apprezza. La scuola propaganda il credo del sistema. I burocrati sono il motore che spinge il sistema sempre più in là. Non esiste una legge così stupida che non può essere applicata fino in fondo, per quanto disastrose siano le conseguenze. Questo significa che il sistema è condannato. Prima o poi si distruggerà.

Spero.

Conclusione

Marx aveva ragione: il socialismo era destinato a realizzarsi, che l’uomo lo volesse o meno. Ai suoi tempi c’erano tutti i segni. Non disse, però, che a capo del socialismo ci sarebbero stati i capitalisti. Io credo che ad un certo punto l’abbia intuito. Però non lo disse mai, perché non sopportava l’idea. Così come non disse che il motore del socialismo sarebbe stata l’invidia. Non disse mai neanche questo. Però lo pensò. Lo pensò tutti i giorni della sua vita. Marx trascorse la sua esistenza roso da un’invidia paralizzante. Dopo Fourier, Marx è la persona più invidiosa degli ultimi due secoli.

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3 thoughts on “Sull’Invidia e Poco Più

  1. A finanziare i bolscevichi furono i Warburg, Schiff, Kahn, Guggenheim e altri giganti del commercio americano. Fu un ottimo investimento. La Russia restò dissanguata e le sue riserve auree finirono in mani private.

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