Avantipopolo


[Di Enrico Sanna]

Bandiera rossa

Una ventina di anni fa, quando ero pubblicista, andai ad assistere ad una riunione di un consiglio comunale. Tra i punti all’ordine del giorno ce n’era uno che riguardava l’affidamento della revisione dei conti ad un gruppo di professionisti. Tra questi c’erano alcuni massoni dichiarati. Non so dire quanti erano. Non ricordo neanche i nomi. Questo non è importante, comunque. L’opposizione tuonò. L’opposizione era di sinistra. Questo significava Partito Comunista Italiano e poco altro. I comunisti stavano cercando di mettere su una muraglia contro tutto quello che suonava massone. A buona ragione.

Poco più di due anni fa feci una chiacchierata con uno di quei comunisti. Va sugli ottanta. Ho parlato con lui per un paio d’ore. È una persona piacevole. Io ho sempre ammirato questi comunisti di provincia. Mi sono sempre apparse persone di compagnia. Non lo dico per ironia. Ne ho conosciuti tanti. Alla fine mi ha parlato del governo Monti. Era imbarazzato. Era imbarazzato perché Monti non si era neanche presentato alle elezioni. Si guardò attorno e mi disse, a voce bassa: “Dov’è la democrazia?”

Credo che avesse un problema di coscienza. I comunisti, quando andavano oltre gli slogan, trovavano sempre un punto in cui c’era un cartello con la scritta Crisi di Coscienza. Il primo fu Marx. Ad un certo punto del cammino della sua vita, Karl Marx si trovò davanti un cartello con la scritta Crisi di Coscienza. Nella seconda metà dell’ottocento, Marx era uno degli uomini più ricchi di tutta la Gran Bretagna. Viveva in un appartamento di lusso a Londra. Viveva di rendita del suo amico Engels, che era il perfetto esempio di quei capitalisti che lui stesso denunciava nei suoi scritti. A parte un breve periodo quando collaborò con un giornale, Marx visse come un parassita il resto della sua vita. Il Capitale termina al terzo paragrafo del capitolo dedicato alle classi. Perché? Io ho una mia tesi. Ad un certo punto, la scritta Crisi di Coscienza diventò preponderante.

Io ho conosciuto i comunisti italiani negli anni settanta. Vivere in Italia in quegli anni e non conoscere nessuno che fosse comunista, o che venisse da una famiglia in cui c’erano comunisti, significava vivere, come si dice dalle mie parti, a trassa de mungetta, come una lumaca nel suo guscio.

Io ho sempre avuto rispetto per queste persone. Ancora oggi le rispetto. Penso sempre ad un frase che mi è stata detta tanti anni fa: “Può sempre capitarti di trovare qualcuno che ha pensieri migliori dei tuoi”. Meglio ascoltare gli altri e poi rispondere. Meglio lasciar passare del tempo. Il tempo porta saggezza.

I comunisti italiani nascono con l’assemblea costituente del 1946. Prima di allora esisteva il comunismo utopico. Quello di Gramsci, che non aveva un futuro. Nel quarantasei Gramsci fu seppellito definitivamente. I comunisti non erano stupidi. Sapevano che Gramsci era fuori dalla realtà. Così lo seppellirono. Per poterlo celebrare ogni anno.

I comunisti contribuirono alla stesura della costituzione italiana. La costituzione italiana contiene il dogma unico dei comunisti italiani. È l’articolo 41, che dice così:

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Questo è il testo unico dei comunisti italiani. Questo è il testo unico dei democristiani italiani. Questo è il testo unico di tutte le democrazie occidentali e di tutte le democrazie non occidentali. Questo è il testo unico del potere dello stato sulla libertà individuale.

L’articolo quarantuno della costituzione è l’espressione del fascismo. E anche del comunismo italiano. Mussolini e Croce lo avevano detto chiaramente nel breve saggio La Dottrina del Fascismo, scritta negli anni venti ma promulgata diffusamente e apertamente solo negli anni trenta. Mussolini in teoria, in pratica Croce, espone la teoria che in seguito sarebbe stata quella dei comunisti italiani in termini più articolati ma più chiari:

Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell’uomo nella sua esistenza storica. È contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all’assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell’interesse dell’individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell’individuo. E se la libertà dev’essere l’attributo dell’uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.

Non ho mai conosciuto comunisti che credessero veramente nel principio primo e ultimo del comunismo: l’abolizione della proprietà privata. Non ho mai conosciuto, né ho mai avuto notizia di, un comunista disposto a rinunciare alla proprietà privata, intesa come la proprietà di quello che possedeva lui, non qualcun altro.

Nella mia famiglia non c’erano comunisti. Non ricordo persone impegnate in politica nella mia famiglia. Però conoscevo molti comunisti Era inevitabile. I padri di molti miei amici erano comunisti. Io appresi da loro. Li conoscevo, li rispettavo, li rispetto, li rispetterò sempre. La politica non ha mai interferito con le mie amicizie.

Io parlo dei comunisti che ho conosciuto personalmente. Parlo dei comunisti a basso livello. Non ho mai conosciuto un comunista ad alto livello. Questi ultimi, da quello che ho sempre capito, erano comunisti veri. Agli alti livelli, i comunisti erano veramente comunisti. Volevano l’abolizione della proprietà privata alla stessa maniera dei capataz comunisti sovietici: con la dacia in Crimea. Sono rimasti così fino al 1989. Erano comunisti nel senso di Marx a Londra.

In Italia le prime grosse nazionalizzazioni, elettricità e telefoni, cominciarono negli anni sessanta. La spiegazione ufficiale è che i socialisti erano entrati nel governo. Io non ci credo. I democristiani l’avrebbero fatto anche da soli. Per una ragione: il potere.

Nel corso di due decenni, attraverso le partecipazioni statali, lo stato arrivò a mettere su o a nazionalizzare migliaia di imprese. Alla fine degli anni settanta produceva ogni genere di cosa, dalle automobili alla blenda ai pomodori pelati. E quasi tutto in perdita. Era socialismo, è vero, ma socialismo di stato. Quello di Bismarck, non quello di Marx.

I comunisti rimasero fuori per tutto il tempo che durò l’orgia di spreco e corruzione. Per quasi cinquant’anni, rimasero fuori da tutto il potere che contava. Questo non significa che non approvassero. Le industrie di stato erano generalmente considerate il primo passo verso un socialismo di tipo sovietico. Si sbagliavano. Erano il primo e l’ultimo passo verso il potere dei partiti di governo, di cui loro non facevano parte.

Il sistema delle partecipazioni statali si distrusse da solo agli inizi degli anni novanta. Il fatto che si distrusse da solo, soggetto alle leggi dell’economia, è molto importante, e dunque non se ne parla mai. Il socialismo di stato andò incontro alla propria distruzione con le proprie gambe. Fu chiuso quando rischiò di mandare in bancarotta lo stato. I politici possono tollerare la bancarotta di un sistema, di qualunque sistema, ma non del loro sistema.

Per coincidenza, mentre scomparivano le partecipazioni statali scompariva anche il partito comunista, il più grande d’occidente. Il partito comunista si sciolse in seguito alla fine del fratello sovietico. Un piccolo gruppo di irriducibili senza speranza continuò a farsi chiamare comunista per qualche tempo. Il grosso abbandonò la nave in blocco. Questo portò all’ultima trasformazione dei comunisti italiani.

La frase magica la disse Massimo d’Alema nel 1999, quando si riferì ad un gruppo di imprenditori chiamandoli capitani coraggiosi. La mia impressione è che, non solo la sinistra abbia finito per abbandonare il sogno comunista, ma abbia ormai accettato la saldatura tra stato e capitalismo. È una mia impressione. Può darsi che mi sbagli. Non leggo mai i giornali e non guardo mai la televisione, se non quando qualcuno l’accende a pranzo. Mi baso sulle sensazioni.

D’Alema disse anche un’altra frase. Vedi un po’ quante frasi dice una persona. Suona così: “Essere stato piduista vuol dire aver partecipato a un’organizzazione, a una setta segreta che tramava contro lo Stato, e questo è stato sancito dal Parlamento. Opinione che io condivido.” Piduisti significa massoni. Quest’ultima parola l’ho usata anche nel primo paragrafo. Andate a vedere.

Intanto che andate a vedere voglio fare una correzione. La massoneria non trama contro lo stato. La massoneria vive dello stato. Non ne può fare a meno. Pensate ad una remora.

Torno a quella volta, alla fine del 2011, quando parlai con uno di quei vecchi comunisti che avevano tuonato contro i revisori dei conti massoni quando ero un pubblicista. Era così preso dalla discussione che si dimenticò di accendere la luce quando tramontò il sole, e continuammo a parlare come due fantasmi. Quando stavo andando via disse: “Io non capisco. Abbiamo lottato contro la massoneria e adesso stiamo andando a votare per uno di loro.” Si riferiva a Mario Monti. Era triste. Non pensoso. Triste. Un anno e mezzo dopo, fu nominato Letta. Letta è uno dei loro.

Sono cambiati. Sì, sono cambiati. Oh come sono cambiati. O no?

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4 thoughts on “Avantipopolo

    • È vero. Fino a una ventina di anni fa non gli importava un fischio delle donne, figuriamoci dei gay e altro. I vecchi, soprattutto quelli che non fanno più politica attiva, sono ancora così. Mi ricordo un film, forse degli anni settanta, in cui c’era un comunista che, con enorme imbarazzo, casualmente fa amicizia con un gay, o, come si diceva un tempo, un recchione. Era un film con Renato Pozzetto, non mi ricordo il titolo. Il fatto è che si attaccano a tutto ciò che serve a catapultarli nel potere. Mangerebbero la cacca di bufalo, se servisse.
      PS: Grazie del grazie dell’articolo.

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