Io Secedo, Tu Secedi


[Di Enrico Sanna]

Altare della patria

Roma, l’altare della patria, detto anche la macchina da scrivere

Qualche tempo fa in Veneto si è tenuto un referendum. Immagino che il giorno dopo i giornali ne abbiano parlato. A volte non possono proprio evitare certi argomenti. Forse qualcuno ne ha parlato anche due giorni dopo. Non mi aspetto di più. I giornalisti sono come quelli che escono di casa per andare a fare una passeggiata nei boschi. Prima di uscire devono sempre guardare in alto. Per vedere se possono. Spesso non possono. Quando possono, la raccomandazione solita è: Mi raccomando, non allontanarti troppo.

L’argomento suona più o meno così: Siamo la Serenissima. La nostra è una civiltà più che millenaria. Avevamo i dogi. La repubblica. A Lepanto abbiamo fermato l’avanzata dei turchi. Abbiamo i palazzi e le chiese monumentali. La nostra città è stata costruita sull’acqua, affonda affonda ma è ancora qua. Abbiamo avuto Casanova e il Canaletto.

Sulla battaglia di Lepanto ho dubbi. Non so quanti veneziani ne hanno mai sentito parlare, anche se mi aspetto molte vendite di libri sulla storia di Venezia nei prossimi mesi.

Il Sud Tirolo confina con il Veneto. Fino a poco meno di un secolo fa non era territorio italiano. È Austria. Non ha mai smesso di essere Austria. Una quindicina di anni fa vivevo in un villaggio minuscolo quasi al confine con quella che loro chiamavano, significativamente, l’Italia. Era Austria. Faticavi a trovare qualcuno che parlasse l’italiano. La norma era che la prima lingua era il dialetto tirolese. In alternativa c’era il tedesco. L’italiano era imparato a scuola. Molto male. Dove c’era turismo facevano uno sforzo. Conoscevo un tipo della Val Pusteria, al confine con l’Austria. Parlava l’italiano come io parlo il quechua. Dopo due frasi decidemmo di parlare in inglese.

La domenica mattina vedevi gli schützen che passeggiavano in piazza. Non avevano molto seguito. La gente non credeva a queste cose. Meno che mai credeva alla secessione. Non molti, almeno. “Ormai siamo italiani,” mi disse una volta la padrona di casa. Eppure non erano italiani. Non solo parlavano tedesco, ma guardavano la televisione austriaca o quella tirolese in lingua tedesca, le radio parlavano in tedesco, i giornali erano in tedesco, i libri scolastici di storia e geografia insegnavano la storia e la geografia dell’Austria. Ora che c’è stato il referendum veneto, ora che l’Italia sta affondando, credo che sia cambiato l’atteggiamento. Mi aspetto parate di schützen.

Io non credo che la secessione abbia a che fare con il Canaletto, la repubblica veneziana, i dogi, lo zelten o gli höfe. Queste cose infiammano i cuori ma non bastano. I numeri sono molto più convincenti. Il Veneto contribuisce quasi al 10% del prodotto interno lordo italiano. Nel 2010, la crescita del pil è stata più del doppio della media italiana. Ma soprattutto questo: il Veneto paga 70 miliardi l’anno di tasse allo stato e riceve 50 miliardi in cambio.

Se prendi l’autostrada e vai verso sud ti accorgi che queste proporzioni cambiano fino ad invertirsi.

Il referendum veneto sta svegliando qualcuno. I nomi più citati, finora, sono tre: Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna. Lascio da parte il Friuli, che somiglia troppo al Veneto. Lascio da parte anche la Sicilia, che non conosco abbastanza.

In Sardegna si parla di secessione da almeno cinquanta anni. Gli argomenti, elencati sommariamente, suonano più o meno in questo modo: Siamo un’isola. Parliamo una lingua nostra. Abbiamo avuto la civiltà nuragica. Abbiamo avuto i giudicati per cinque secoli. Possiamo vivere di turismo.

Quest’ultimo è un’illusione. Quasi metà della popolazione sarda vive nel Campidano, una pianura semiarida che non offre nulla ad un turista. Il resto è tutto vero, ma ininfluente.

Poi c’è questo, che non solo è il più conosciuto ma è anche il più pericoloso: Forza paris. Vuol dire tutti assieme. Non posso immaginare niente di peggio. Stare tutti assieme significa che ti infili in un pacco e aspetti. Prima o poi arriva qualcuno e ti compra con tutta la compagnia. Eppure continuano a dirlo da mezzo secolo, e la gente ci crede. Lo prende come un ideale. Ci romanticizza sopra. Ci fanno gli adesivi da appiccicare sul cofano. Oh, se solo fossimo tutti uniti! Dobbiamo stare uniti! Tutti uniti! Forza paris!

Io preferisco l’Afganistan. E di gran lunga. In casa di ogni famiglia afgana c’è un fucile appeso al chiodo. Quando c’è una minaccia dall’esterno, il capofamiglia prende il fucile e va ad affrontare la minaccia. Per difendere cosa? La patria? L’Islam? No, la sua famiglia. Se britannici, sovietici e, ora, americani, non sono mai riusciti a conquistare l’Afganistan è per questa ragione semplicissima. È perché in ogni casa c’è un fucile appeso ad un chiodo. E poi perché ogni afgano difende la sua famiglia. Non la patria. Non l’Islam. La sua famiglia.

Tutti assieme non mi piace. L’unione non mi piace. È pericolosa. Attira i mosconi. Prima o poi arriva qualcuno e compra tutta la baracca in blocco. Basta un sacchetto di perline colorate e uno specchietto.

Un referendum come quello veneto potrebbe avere successo anche nell’Italia meridionale? Sicuro, ma solo se la gente sa che è finto. Solo se sa che poi non accade nulla, che non ci sarà nessuna secessione. Gran bella festa, ragazzi, adesso tutti a casa. Un referendum del genere sarebbe tutto rivolto a Roma e suonerebbe così: “Dateci più soldi o ce ne andiamo.” Soldi da dove? Dal Veneto, ad esempio.

Perché se il nord d’Italia paga in tasse più di quello che riceve, il sud è nella situazione esattamente opposta, di chi paga meno di quello che riceve. Il sud dipende dal nord. Questo a sud non lo dice nessuno, e neanche a Roma. Nessuno spiega come farebbe il sud a sopravvivere con lo stesso stile di vita senza buttare nell’immondezzaio l’attuale classe politica e fare da sé. E allora preferiscono parlare delle tradizioni, della cultura, della storia. Ma non dell’economia. Non della politica ridistributiva del reddito, che è l’unica cosa che tiene in piedi il sud d’Italia. L’unica che evita all’Italia di disintegrarsi. Non l’inno di Mameli. Non gli spaghetti. Neanche la nazionale di calcio. Semplicemente rubare a Pietro per dare a Paolo.

Dunque la realtà è che il nord produce più ricchezza di quella che consuma mentre il sud fa esattamente il contrario. È così da più di mezzo secolo. Ci sono ragioni storiche, che lo stato italiano ha trasformato in regola, elevata a sistema perpetuo di controllo. Prima dell’unità d’Italia, il sud era economicamente molto più arretrato del nord. Al nord c’era una discreta rete di imprenditori. Al sud esisteva un’economia poco più che feudale. Se il sud fosse stato lasciato a se stesso; se lo stato unitario non avesse avuto la disgraziata idea di applicare al sud le stesse tasse che applicava al nord; se lo stato non avesse imboccato la strada dell’assistenzialismo; in poche parole, se l’Italia fosse rimasta frammentata, il sud avrebbe trovato la sua strada. Volente o nolente. Fare o perire. Se non altro, ci avrebbe provato.

Un mio amico d’infanzia conosceva un metodo per imparare a nuotare: scegli un punto dove non tocchi e ti butti in acqua. Il sud non lo ha mai fatto. Non ci ha provato neanche. Ha continuato a chiedere il salvagente. Con grande soddisfazione dello stato centrale, che così ha potuto continuare a mungere il nord per comprare la fedeltà a sud. Lo stato italiano è stato una disgrazia per i suoi abitanti fin dal giorno uno.

Per questo il sud non cercherà mai la strada della secessione. Non di sua volontà, almeno. Ci sarà costretto quando tutto lo stato crollerà. E lo stesso farà il nord. Perché neanche il nord vuole la secessione, e per due ragioni. La prima è la paura di affrontare l’ignoto. Meglio la sicurezza attuale, anche se dolorosa. È un errore, ma tant’è. La seconda è che, nonostante sventolino le bandiere con il leone di San Marco, la repubblica di Venezia è finita ufficialmente due secoli fa. Ufficialmente. Di fatto, è andata in coma agli inizi del seicento, quattrocento anni fa. Il resto del nord non è molto diverso. E fino ad un secolo fa il Sud Tirolo era una provincia austriaca, non uno stato autonomo. Questo non significa che non hanno capacità di gestirsi da soli. Ce l’hanno eccome. Tutti abbiamo questa capacità. Quello che manca è il coraggio.

Conclusione

Ho visitato qualche decina di siti e blog su questo argomento e nessuno citava un fatto decisivo. L’occidente sta andando in vacca. Gli Stati Uniti hanno un debito in bilancio di 17.500 miliardi. Di quello fuori bilancio non si parla mai. Lawrence Kotlikoff lo ha calcolato. Supera i 200.000 miliardi. Diverse volte il prodotto interno lordo di tutto il pianeta. Se volete avere un’idea delle dimensioni, guardate qui.E l’Europa è messa peggio. Nessuno ne parla. I giornalisti tradizionali, e fin troppi blogger, spappagallano il mantra dei politici: I conti sono a posto, a fine anno ci sarà la ripresa, lo spread scende. Raramente sanno di cosa parlano. Li prendono apposta.

Ad un certo punto ci sarà l’implosione. Sarà il completamento di quella fase storica iniziata nel 1989 con la fine dei regimi comunisti. Sarà il completamento della fine. E dopo la fine viene l’inizio. Quando avverrà, sarà il destino a costringere gli uomini a decidere. I veneti andranno dove decideranno loro. I meridionali idem. Individualmente. Una soluzione collettiva non esiste.

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11 thoughts on “Io Secedo, Tu Secedi

  1. Da meridionale:
    credo che l’altalena dei “insieme” “soli” fara’ sempre parte di noi viventi, e cercheremo sempre una soluzione dall’altra parte! Hai ragione, stiamo raschiando il barile… speriamo che finito il fondo ci sia un principio, nuovo, che farà ovviamente le vittime che deve. Per quanto riguarda il modus operandi dei meridionali, nel suo libro “Segreti d’Italia”, Augias, riporta il familismo amorale quale caratteristica della Societa’… mai definizione più giusta!

    • Non ho letto Augias. Grazie per la segnalazione.
      Quanto al meridione, sono dell’opinione che i suoi cittadini abbiano sviluppato la capacità di adattarsi alle condizioni nel corso delle lunghe dominazioni straniere. Penso che uno dei punti di forza dell’economia meridionale stia, ad esempio, nel sommerso, in quello che viene comunemente considerato un delitto. È invece una necessità. Io ho cominciato a lavorare a sedici anni, in nero. Ogni estate andavo a lavorare in una conserviera alimentare. Se avessi preteso tutti i documenti in regola non avrei mai lavorato. Conoscevo benissimo il datore di lavoro, che non era ricco e viveva in un appartamentino popolare, e sapevo quello che stavo facendo. Il fatto che ogni anno tornassi a farmi “sfruttare”, significa che o sono un cretino oppure mi andava bene. Può darsi che io sia un cretino. Visto mai.
      PS: Tanto per equilibrare geograficamente la questione, ho lavorato anni nelle Dolomiti trentine, e ho sempre lavorato fuori dalle norme contrattuali, ricevendo fuori busta anche di 700.000 lire al mese e rinunciando alla giornata libera che i sindacati avrebbero voluto impormi contro la mia volontà. E in Alto Adige mi è capitato di lavorare in nero. Con datori di lavoro tirolesi al 100%! Il fatto è che quando lo stato rompe le scatole, la gente trova modi per vivere senza lo stato, fuori dallo stato e, se serve, contro lo stato.

  2. Ah ah, su questo argomento non sono del tutto d’accordo. La società afgana, come fai notare pure tu, è basata essenzialmente sulla tribù (famiglia estesa). Il matrimonio consangiuneo è una pratica diffusissima, il che non favorisce lo sviluppo di una società civile. (L’Afghanistan non è noto per i suoi contributi alla scienza, alle arti, ecc.. Non c’è legge che tenga se non quella del sangue, perciò la divisione del lavoro e l’accumulare di risorse economiche saranno necessariamente severamente compromessi.

    Che si sia credenti o meno, bisogna riconoscere la singolarità dello sperimento genetico e sociale svolto dalla Chiesa a partire del Cinquecento. http://is.gd/qRdUh4

    Detto ciò, i gruppi tribali hanno un’enorme vantaggio in sistemi politici socialdemocratici (vedi le famiglie mafiose), dove membri del gruppo si possono aiutare a vicenda a scapito del resto della popolazione, tendenzialmente atomizzata, disunita e con scarso senso di identità propria.

    Questo, a mio parere, rappresenta il rischio maggiore alla sopravvivenza dei popoli indigeni d’Europa. (Non temo invece per la sopravvivenza degli afghani, il passato si è già pronunciato su chi prevarrà tra invasore e invaso.)

    • Citando gli afgani, mi riferivo alla Sardegna, non al meridione d’Italia. La Sardegna ha un’economia simile a quella del meridione, ma tradizioni e culture diversissime. Non esiste il legame famigliare o di clan che esiste, ad esempio, in Sicilia. Non esiste l’aiuto mutuo. L’immagine tipica del sardo è quella del pastore che vive mesi tra le montagne in solitudine. Per questa ragione, la mafia non ha mai attecchito. Quando parlano di banditismo, i giornalisti, che quasi mai conoscono la Sardegna, parlano solitamente di omertà dei sardi, intendendo con questo che i sardi sono complici, che si proteggono a vicenda. Non è vero. Il sardo non è omertoso. L’atteggiamento del sardo che assiste ad un delitto può essere riassunto così: si fa gli affari suoi.

  3. Seguendo questa logica, mi sembra che il Sud, nella misura in cui è più “tribale” del Nord, avrà una maggiore possibilità di sopravvivenza di fronte all’arrivo di popoli non europei, e l’imposizione di culture straniere.

  4. Grazie del chiarimento. Ammetto la mia ignoranza della realtà sarda. Il mio commento non va letto come una mancanza di rispetto né verso i meridionali, né verso gli afgani. Ogni popolo ha la sua dignità.

    • Di niente. Dovere. C’è sempre da imparare. La prossima volta che dico qualcosa di inesatto sugli americani sei autorizzato a bacchettarmi :-). E poi, no, io non vedo nessuna mancanza di rispetto verso i meridionali o gli afgani. La mancanza di rispetto non viene da noi, ma da chi dice di essere “onorato di porsi al servizio della gente”, come dicono certi tipi che compaiono in doppiopetto in televisione.

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