L’Analisi di Classe: Marx e gli Austriaci • II


[Di Hans-Hermann Hoppe. Estratto dal saggio A Theory of Socialism and Capitalism. Traduzione di Fabio Lazzarin.]

Seconda Parte (Prima Parte)

Hoppe e MarxL’abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall’ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d’accordo. Dove non lo sono, per contro, è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

L’istituzione di una classe dirigente su una classe sfruttata diverse volte più numerosa tramite la violenza e la manipolazione dell’opinione pubblica, cioè un basso livello di coscienza di classe presso gli sfruttati, trova la sua espressione istituzionale più fondamentale nella creazione di un sistema di “diritto pubblico” sovrapposto al diritto privato. La classe dirigente stessa si defila e protegge la sua situazione dominante adottando una costituzione per il funzionamento interno della sua impresa. In un certo senso, formalizzando il funzionamento interno dello Stato così come i suoi rapporti con la popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità giuridica. Più si incorporano nozioni popolari e familiari del diritto privato nel “diritto” pubblico e costituzionale, più si creeranno le condizioni di un’opinione pubblica favorevole. Per contro, ogni costituzione o “diritto” pubblico formalizzano lo statuto di esenzione della classe dirigente per ciò che concerne il principio dell’appropriazione non aggressiva. Razionalizzano il “diritto” dei rappresentanti dello Stato di dedicarsi ad acquisizioni non contrattuali e non produttive e la subordinazione infine del diritto privato al “diritto” pubblico. Una giustizia di classe, cioè un dualismo che istituisce un insieme di leggi per i dirigenti e un altro per i sottomessi, finisce per accentuare questo dualismo fra “diritto” pubblico e privato, questa dominazione e questa infiltrazione del “diritto” pubblico nel diritto privato. Non è, come credono i marxisti, che ci sia una giustizia di classe perché i diritti di proprietà sono riconosciuti dalla legge. Al contrario, la giustizia di classe compare ogni qual volta c’è una distinzione legale fra una classe di persone che agiscono secondo il “diritto” pubblico protette da questo e un’altra classe che agisce secondo una sorta di diritto privato subordinato che si suppone la protegga. Più particolarmente quindi, la tesi fondamentale della teoria marxista dello Stato (fra le altre), è falsa. Lo Stato non è sfruttatore perché protegge i diritti di proprietà dei capitalisti ma perché esso stesso è esentato dal dover acquisire la sua proprietà attraverso la produzione e la contrattazione.

Nonostante questo equivoco fondamentale, proprio perché il marxismo interpreta a giusto titolo lo Stato come sfruttatore (contrariamente, ad esempio, alla scuola delle scelte pubbliche, che tende a farlo passare da impresa come le altre), ha ben compreso certi principî fondamentali del suo funzionamento. Per cominciare, riconosce la funzione strategica delle politiche redistributive dello Stato. Quale impresa di sfruttamento, lo Stato è sempre interessato a che regni un basso livello di coscienza di classe fra a gente. La redistribuzione della proprietà e del reddito – una politica del “divide et impera” – è il mezzo che lo Stato adotta per gettare pomi di discordia nella società e distruggere la formazione di una coscienza di classe unificatrice presso gli sfruttati. Inoltre, la redistribuzione dei poteri di Stato democratizzando esso stesso la sua struttura, aprendo a tutti le porte per posizioni di potere e dando a tutti il diritto di partecipare alle scelte del personale e della politica dello Stato, è un mezzo per ridurre la resistenza allo sfruttamento. In secondo luogo, lo Stato è puramente e semplicemente, come i marxisti lo concepiscono, il grande centro della propaganda e della mistificazione ideologica: lo sfruttamento è libertà; le imposte sono contribuzioni volontarie; le relazioni non contrattuali sono “idealmente” contrattuali; nessuno comanda nessuno, ci governiamo da soli; senza lo Stato non vi sarebbe né diritto né sicurezza; e i poveri morirebbero di fame ecc. Tutto ciò appartiene a una superstruttura ideologica che mira a legittimare una infrastruttura di sfruttamento economico. E infine i marxisti hanno ragione anche ad identificare una stretta alleanza fra lo Stato e i capitalisti, più in particolare l’alta finanza anche se la spiegazione che ne danno non è difendibile. La ragione non è che l’istituzione borghese considera e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà e del contrattualismo. Al contrario, lo considera a giusto titolo come l’antitesi stessa della proprietà privata (ciò che è lampante) ed è proprio per questa ragione che vi si interessa molto da vicino. Più un’impresa riesce e maggiore è il pericolo che venga sfruttata dallo Stato, ma, allo stesso modo, maggiori sono i potenziali guadagni da realizzare se può farsi accordare dallo Stato una protezione particolare che la esenti parzialmente dalle costrizioni della concorrenza capitalista. Perciò l’élite capitalista (alta finanza) si interessa allo Stato e anela ad infiltrarvisi. Da parte sua, la casta dei dirigenti è interessata a una stretta collaborazione con l’élite capitalista per via del potere finanziario di quest’ultima. In particolare l’alta finanza è interessata, perché lo Stato, in quanto impresa di sfruttamento, desidera naturalmente avere una totale autonomia per creare falsa moneta. Offrendo di associare l’élite bancaria ai suoi progetti di banking illegittimo, e permettendo loro di approfittare di questa falsificazione a partire dai suoi biglietti della Santa Farsa nel sistema bancario a copertura parziale, lo Stato può facilmente raggiungere questo obiettivo e istituire un sistema di monopolio di emissione monetaria e un cartello bancario diretto dalla banca centrale. Di modo che, attraverso questa complicità diretta nella produzione di falsa moneta col sistema bancario e, per estensione, con i più grossi clienti di dette banche, la classe dirigente si estende in effetti ben al di là dell’apparato statale, fino ai centri nervosi della società civile, il che non è molto differente, in apparenza, dal quadro che pretendono di fare i marxisti della cooperazione fra banca, élites capitaliste e Stato.

La concorrenza in seno alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c’è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, casomai è finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d’interazione a somma nulla. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entrambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L’evoluzione degli Stati, diversamente a quella delle imprese capitaliste, fornisce l’immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all’interno di ogni apparato statale, c’era di fatto una tendenza all’accrescimento dei poteri dello Stato centrale a spese delle realtà regionali e locali. Ciononostante, e per la stessa ragione, abbiamo anche potuto osservare una tendenza alla concentrazione al di fuori dell’apparato dello Stato. E ciò non è avvenuto, come ormai dovremmo intuire facilmente, a causa di una caratteristica del capitalismo, ma perché la classe dirigente (sfruttatrice) ha esteso la sua impresa fino al cuore della società civile attraverso la creazione di un’alleanza fra lo Stato e l’alta finanza, e particolarmente con l’istituzione di un sistema di banca centrale. Se si produce una concentrazione e una centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che queste portino con sé un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione di banche e industria. Con l’accrescimento dei poteri dello Stato, aumenta anche quello dell’associazione banca-industria di eliminare o danneggiare i loro concorrenti economici per mezzo di espropriazioni non contrattuali e non produttive. La concentrazione delle imprese è un riflesso della statalizzazione della vita economica.

I primi mezzi dell’espansione del potere dello Stato e dell’eliminazione dei centri di potere rivali sono la guerra e la dominazione militare. La concorrenza fra gli Stati implica una tendenza alla guerra e all’imperialismo. In quanto centri di sfruttamento, i loro interessi sono per loro natura antagonisti. Inoltre, siccome ognuno possiede al suo interno il controllo del fisco e della produzione della falsa moneta, è possibile per le classi dirigenti finanziare guerre imperialiste con i soldi degli altri. Naturalmente, se non dobbiamo finanziarci da soli i rischi che ci prendiamo, se possiamo far pagare agli altri i danni, abbiamo la tendenza a prenderci un po’ più di rischi e ad appassionarci un po’ di più al grilletto. Il marxismo, contrariamente a buona parte della scienza cosiddetta borghese, presenta le cose così come sono: c’è una tendenza bella e buona all’imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione è una volta di più sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura aggressivo. E l’evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa affermazione solo apparentemente. È estremamente facile spiegarla ricordando che, per uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. In quanto impresa di sfruttamento, lo Stato è per natura distruttore di ricchezze e di capitale. La ricchezza è prodotta esclusivamente dalla società civile; e più deboli sono i poteri di estorsione dello Stato, più la società accumula ricchezze e capitale produttivo. Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista, più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un’economia capitalista da rapinare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa relazione che spiega perché in primis gli Stati dell’Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti.

C’è anche una spiegazione semplice e diretta e una volta di più non marxista a questa osservazione sulla quale i marxisti insistono sempre, che l’istituzione industriale e bancaria figura generalmente fra i difensori più strenui della potenza militare e dell’espansionismo imperiale. Non è perché l’espansione dei mercati capitalisti avrebbe bisogno dello sfruttamento, ma perché lo sviluppo degli affari privilegiati e protetti dagli uomini di stato ha bisogno che questa protezione si estenda anche ai paesi stranieri e che ostacolino allo stesso modo i concorrenti non residenti, se non più di quanto facciano con i residenti, attraverso acquisizioni non produttive e non contrattuali di proprietà. Nello specifico, si sostiene l’imperialismo se promette di portare alla dominazione militare di un paese ad opera di un altro. Di modo che, da una posizione di forza militare, diviene possibile stabilire ciò che possiamo chiamare un sistema di imperialismo monetario. Lo stato dominante utilizzerà il suo potere per imporre una politica di inflazione internazionale coordinata. La sua banca centrale conduce il gioco attraverso la contraffazione, e le banche centrali dei paesi subordinati ricevono l’ordine di impiegare la loro divisa come riserva e produrre inflazione su questa base. In questo modo, così come lo stato dominante in quanto primo favoreggiatore della falsa moneta di riserva, il suo sistema bancario e industriale possono dedicarsi ad una espropriazione quasi gratuita dei proprietari e dei produttori stranieri. Un sistema a doppio strato di sfruttatori si impone ormai alle classi sfruttate dei territori dominati: oltre al loro stato nazionale e alla sua élite, uno stato e una classe di un paese straniero, il che è causa di una dipendenza economica prolungata e una stagnazione relativa dell’economia nei confronti della nazione dominante. È questa situazione, del tutto non capitalista, che caratterizza Stati Uniti e del US dollar e che dà origine all’accusa, del tutto giustificata, di sfruttamento e di imperialismo della moneta americana ad opera degli USA.

Infine, la crescente concentrazione e la centralizzazione dei poteri di sfruttamento portano alla stagnazione economica e creano perciò le condizioni oggettive per la loro caduta, così come l’instaurazione di una società senza classi capace di produrre una prosperità inaudita.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, tuttavia, ciò non è il risultato naturale del decorso storico. In effetti, non esiste nulla che assomigli a queste pretese leggi inesorabili della storia così come i marxisti le immaginano. Allo stesso modo non c’è, come credeva Marx, una “tendenza all’abbassamento del tasso di profitto” a causa di un “accrescimento nella composizione organica del capitale” (e cioè, un accrescimento della quantità del capitale fisso in rapporto al capitale variabile). Così come la teoria del valore – lavoro è irreparabilmente falsa, lo è anche l’abbassamento tendenziale del tasso di profitto che ne è dedotto. La fonte del valore, dell’interesse e del profitto non coincide solo con la cessione di lavoro materiale ma molto più in generale con l’azione umana, cioè l’impiego di risorse rare al servizio di progetti di persone che sono costrette dalla preferenza temporale e dall’incertezza (la conoscenza imperfetta). Non c’è quindi alcuna ragione di supporre che i cambiamenti nella “composizione organica” del capitale debbano avere qualche relazione sistematica con cambiamenti nell’interesse e nel profitto.

Ciò che succede, è che l’eventualità di crisi che stimolino lo sviluppo di un più alto grado di coscienza di classe (cioè le condizioni soggettive per un rovesciamento della classe dirigente) aumenta a causa – per usare un termine caro a Marx – della “dialettica” dello sfruttamento che ho già descritto più sopra: lo sfruttamento distrugge la formazione di capitale. Di modo che, nel corso della concorrenza tra aziende sfruttatrici, cioè fra gli stati, i meno sfruttatori o più liberali tendono a prevalere perché dispongono di più ampie risorse. Il processo imperialista comincia dunque ad avere un effetto relativamente liberatorio sulle società che capitano sotto la sua scure. Un modello di società relativamente più capitalista è esportato verso società relativamente meno capitaliste (cioè più sfruttatrici). Ciò stimola lo sviluppo di forze produttive, favorisce l’integrazione economica, stabilisce un vero mercato mondiale. La popolazione di conseguenza cresce, e le aspettative economiche per l’avvenire raggiungono livelli inauditi. Ciononostante, via via che la dominazione sfruttatrice rafforza la sua influenza, spariscono progressivamente le limitazioni esterne al potere di sfruttamento e di espropriazione interna dello stato dominante. Lo sfruttamento interno, l’imposizione e la regolamentazione cominciano ad aumentare man mano che la classe dirigente si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione mondiale. Si afferma la stagnazione economica e le speranze – mondiali – di miglioramento sono frustrate. E questa situazione, di aspettative elevate e di una realtà economica che smentisce sempre più queste attese, è la situazione classica perché si sviluppi un potenziale rivoluzionario. Compare allora un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alla crisi che si annuncia, così come un riconoscimento più consapevole del fatto che la dominazione statale, l’imposizione e la regolamentazione – lungi dall’offrire una soluzione – costituisce in vero il problema stesso cui bisogna far fronte. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi e disillusione ideologica, una soluzione positiva è offerta da una filosofia liberale sistematica affiancata dal suo omologo economico (la teoria economica austriaca); se questa ideologia viene diffusa da un movimento attivista, allora le prospettive di un effettivo infiammarsi di questo potenziale rivoluzionario divengono oltremodo promettenti e favorevoli. Le pressioni antistatali prenderanno vigore e indurranno una tendenza irresistibile allo smantellamento del potere della classe dirigente e dello stato quale strumento del suo sfruttamento.

Se ciò avrà luogo, e nella misura in cui si farà, non significherà – contrariamente al modello marxista – la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Infatti, la proprietà “sociale” non è solo inefficace, come abbiamo visto; è anche incompatibile con l’idea che lo stato possa mai “deperire”. Poiché, se i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, e se supponiamo, il che è realista, che le idee di tutti in quanto all’impiego di questi mezzi non coincideranno sempre (il contrario sarebbe un miracolo), allora saranno proprio i fattori di produzione socialmente posseduti ad avere bisogno di un intervento perpetuo dello stato, cioè di un’istituzione che possa imporre con la forza la volontà di qualcuno su qualcun altro. Al contrario, il deperimento dello stato, e con lui la fine dello sfruttamento e l’inizio della libertà, così come una prosperità economica senza precedenti, implica l’avvento di una società di pura proprietà privata senz’altra regola che non sia quella del diritto privato

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