Mercanti di Invidia


Lo stato incoraggia il nostro lato peggiore per ridistribuire la ricchezza

[Di Terree P. Summer. Originale pubblicato il 2 aprile 2014 su The Freeman Online con il titolo Selling Envy. Traduzione di Enrico Sanna.]

Labbra con lingua

L’attuale trambusto sulla disuguaglianza ha un sapore classico. Per prima cosa, si tratta di uno dei temi più vecchi dei progressisti. Ma è anche una manovra consolidata dello stato in qualunque parte del mondo. L’idea è che ci si può appellare a sentimenti come l’invidia e il senso di colpa che sorgono in tutti quanti. Perché qualcuno dovrebbe avere più degli altri? È giusto che alcune persone o interi paesi abbiano più ricchezza e redditi più alti mentre altri faticano a vivere?

La storia abbonda di esempi di invidia alimentata dalla politica nel tentativo di giustificare la ridistribuzione. Chi fomentò la rivoluzione russa agli inizi del ventesimo secolo attirò la simpatia del proletariato parlando degli averi dei ricchi. Hitler stuzzicò i sentimenti di invidia della popolazione verso gli ebrei, molti dei quali godevano di successo economico in Europa, per mettere su il suo impero nazionalsocialista. Miquel Faria, nel suo libro Cuba in Revolution: Escape from a Lost Paradise, dice: “Come in tutti i sistemi socialisti, Castro usa l’invidia, l’odio di classe, e la lotta di classe”. Lo stesso si può dire dell’Argentina di Perón.

Mettere l’uno contro l’altro, affinché i politici possano far leva sulle reazioni istintive per acquistare potere. È una tattica efficace, e la retorica della disuguaglianza resta una copertura valida, perciò i politici la ripetono continuamente. Ma genera comportamenti che alla lunga impoveriscono il paese.

La ridistribuzione della ricchezza ruba la libertà degli uomini. L’uguaglianza non arriva mai: la maggior parte della ricchezza va a chi ha il potere in quel momento, a chi amministra e ricava sostegno politico dai programmi ridistributivi. Le masse restano povere, mentre gli uomini al potere, presunti paladini delle masse, cercano di attuare una ridistribuzione equa per tutto il tempo che dura il loro potere.

Questo processo fu diagnosticato da Helmut Schoeck, nel suo libro Envy: A Theory of Social Behavior del 1966. Secondo Schoeck, “I movimenti rivoluzionari delle repubbliche sudamericane, il bolscevismo russo, il populismo sdegnato degli Stati Uniti (oggi i progressisti), tutti questi furono sostenuti da quelle cerchie che sarebbero state sicuramente le prime a provare un piacere malizioso nel livellamento della società. Ma senza eccezioni, e a volte nel giro di pochi decenni, la nuova casta di potere è diventata una borghesia o una plutocrazia.” Inevitabilmente, quelli che promuovevano l’invidia come sistema di livellamento, si sono trasformati nella stessa classe che avevano tanto disprezzato.

Come si vede dalla storia, quando si cerca di imporre l’uguaglianza del reddito il risultato è che i cittadini diventano tutti ugualmente poveri. Ludwig von Mises, in Socialismo, scrisse:

La maggior parte di chi chiede la massima equalizzazione dei redditi non capisce che questo desiderio può essere realizzato solo sacrificando altri obiettivi. Immaginano che la sommatoria dei redditi rimanga invariata e che tutto ciò che serva sia una loro distribuzione più equa di quella fornita da un ordine sociale basato sulla proprietà privata. … Occorre capire bene, però, che questa idea si basa su un grosso errore. È stato dimostrato che, comunque si realizzi questa equalizzazione dei redditi, il risultato è una forte riduzione del reddito nazionale complessivo e, dunque, anche del reddito medio. Dobbiamo decidere se vogliamo una distribuzione equa con un reddito medio più basso, o una distribuzione non equa e un reddito medio più alto. (corsivo aggiunto)

Nel corso del ventesimo secolo, i paesi europei hanno fatto grandi passi verso il socialismo e il livellamento, in parte per ridurre le differenze tipiche delle monarchie, in cui solo alcuni erano ricchi e il resto viveva in povertà. Ma qual è stato il risultato?

Secondo Richard Florida, co-fondatore e redattore dell’Atlantic Cities, “Un terzo delle persone (60.657)con il guadagno netto più alto sono negli Stati Uniti, mentre in Europa ce ne sono altri 54.170.” I numeri non sono molto diversi. Nel 2012, su 500 milioni che vivevano nell’Unione Europea, 120 milioni, ovvero il 24%, erano considerati a rischio di povertà. Nello stesso anno, il tasso di povertà degli Stati Uniti (su 318 milioni di abitanti) era il 15%, ovvero 46,5 milioni di persone circa. Le politiche socialiste che cercano di imporre l’equilibrio economico falliscono sempre. Come disse Winston Churchill, “Il socialismo è la filosofia del fallimento, il credo dell’ignoranza, e il vangelo dell’invidia”, e “La virtù innata del socialismo è la condivisione equa della miseria”.

Una società che incoraggia l’invidia per “dare pari opportunità” ai suoi cittadini è una società destinata all’implosione. I programmi oppressivi di spesa pubblica richiedono forti tasse e il controllo dei cittadini, e possono portare a stagnazione economica o anche al collasso. C’è un aspetto particolarmente sordido in quei politici che fanno leva sull’invidia. Si tratta di un gioco di potere e controllo che può portare i cittadini a giustificare l’uso della violenza per appropriarsi della proprietà altrui. I cittadini di ogni paese dovrebbero capire quando sono manipolati da politici che sfruttano i loro sentimenti di invidia. Soltanto quando impareremo ad ispirarci e ad ammirare le persone di successo, lasciando da parte l’invidia, vedremo la nostra economia fiorire.

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