Gesù Visse in uno Stato di Polizia


[Di John W. Whitehead. Originale pubblicato su Rutherford Institute il 14 aprile 2014 con il titolo Jesus Lived in a Police State. Traduzione di Enrico Sanna.]

Golgota

Nessuno ha mai dimostrato che Gesù sosteneva l’uso della violenza. Ma certo non era un pacifista. “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. (Matteo 10:34).” ~ Reza Aslan, Zealot: The Life and Times of Jesus of Nazareth.

Chi vive in questa età di raid della polizia, di sparatorie contro cittadini inermi, di perquisizioni a bordo strada, e di spionaggio invasivo, forse pensa che quest’epoca non abbia precedenti. Ora, se è vero che gli Stati Uniti stanno scivolando costantemente in uno stato di polizia, è anche vero che non sono i primi né saranno gli ultimi a farlo.

Con il tempo cambiano la tecnologia, la politica e le superpotenze, ma le caratteristiche di uno stato di polizia e la sua ragion d’essere restano uguali: potere, controllo e soldi. Come noto nel mio libro, A Government of Wolves: The Emerging American Police State, lo stato di polizia si allarga ben oltre la sfera dell’applicazione delle leggi. Uno stato di polizia “è caratterizzato da burocrazia, segretezza, guerra perpetua, una nazione di sospetti, militarizzazione, spionaggio, presenza diffusa della polizia e cittadini che poco possono contro le azioni della polizia.”

Come gli stati di polizia sono emersi nel corso della storia, così sono emersi anche individui che sfidavano il potere. La Germania nazista ebbe il suo Dietrich Bonhoeffer. Aleksandr Solženicyn affrontò i gulag dell’Unione Sovietica. E l’America ebbe il suo Martin Luther King Jr., che denunciò la segregazione razziale e la politica guerrafondaia per quello che erano: discriminazione e arricchimento criminale.

E poi Gesù Cristo, un attivista, predicatore e rivoluzionario itinerante, che non solo morì per mano dello stato di polizia dei suoi tempi, l’impero romano, ma offrì un esempio di disobbedienza civile per chi, religioso o meno, venne più tardi. Nonostante i tanti accoliti, però, poco si dice della dura realtà dello stato di polizia in cui visse, e della sua somiglianza con l’America di oggi, per quanto quest’ultima sia straordinaria.

Segretezza, spionaggio e governo dell’élite. Quando cominciò ad allargarsi l’abisso che separava poveri e ricchi dell’impero romano, la classe di governo divenne sempre più sinonimo di ricco, mentre i più poveri, private progressivamente della libertà politica, perdettero interesse per il governo e divennero preda di una politica basata su “pane e spettacoli”. Proprio come nell’America di oggi, priva di trasparenza governativa, con lo spionaggio divenuto regola, e con le normative scritte dai ricchi, anche a Roma il governo macchinava in segreto mentre i suoi capi erano sempre in allerta contro eventuali minacce al potere. Lo spionaggio era condotto soprattutto dai militari, che fungevano da investigatori, esecutori della legge, torturatori, poliziotti, boia e secondini. Oggi lo stesso ruolo è affidato ad un corpo di polizia sempre più militarizzato.

Presenza diffusa della polizia. L’impero romano usava la sua forza militare per mantenere la “pace”, instaurando così uno stato di polizia che penetrava ogni aspetto della vita del cittadino. Così, imponendo la volontà dello stato,i militari risolvevano un’ampia gamma di problemi e conflitti. Oggi le squadre speciali, o Swat, formate da polizia locale e agenti federali, sono impiegate per mandati di routine riguardo reati minori come il possesso di marijuana e le frodi con le carte di credito.

I cittadini possono poco contro lo stato di polizia. Con l’espansione dell’impero romano, la libertà personale quasi scomparve, e così anche ogni vero senso del governo locale e la coscienza nazionale. Allo stesso modo, i cittadini americani si sentono in gran parte impotenti, senza voce e senza rappresentanza di fronte ad un governo federale affamato di potere. Stati e amministrazioni locali sono sempre più sotto il controllo diretto delle agenzie e delle normative federali, e la nazione è oppressa da un senso di impotenza.

Guerra perpetua e impero militare. Esattamente come accade nell’America di oggi, il poliziotto globale, guerra e militarismo diffuso formavano la struttura portante dell’impero romano, che si estendeva dalla penisola italiana all’Europa meridionale, occidentale e orientale, al Magreb e al vicino oriente. Le guerre erano combattute contro nemici sottosviluppati, disorganizzati e socialmente inferiori.

Legge marziale. Alla fine, Roma stabilì una dittatura militare permanente che lasciò i cittadini alla mercé di un regime totalitario inaccessibile e oppressivo. In assenza di risorse adatte alle funzioni di polizia, i romani fecero ricorso sempre più ai militari per intervenire in ogni genere di conflitto o disordine nelle province, dalle scaramucce alle rivolte su larga scala. Non diversamente da quanto accade con la polizia di oggi, che fa uso di armi militari e di una filosofia del tipo “prima spara e poi fai le domande”, i romani avevano “la forza letale nelle loro mani”, che significa il potere di seminare distruzione nell’esistenza dei normali cittadini.

Un paese di sospetti. Come l’impero americano considera i suoi cittadini sospetti da pedinare, sorvegliare e controllare, così Roma considerava tutti come potenziali insubordinati e una minaccia al suo potere, dal ladro comune al ribelle totale. La ribellione era considerata una minaccia diretta all’imperatore. Un “bandito”, o un rivoluzionario, era considerato una minaccia in grado di rovesciare l’impero, ed era sempre giudicato colpevole e meritevole delle punizioni più selvagge, compresa la pena di morte. I banditi erano solitamente puniti crudelmente e in pubblico, così da scoraggiare chiunque volesse sfidare il potere statale. L’esecuzione di Gesù fu una di queste punizioni pubbliche.

Atti di disobbedienza civile da parte dei ribelli. Dopo il suo atto di disobbedienza civile nel tempio ebraico, considerato il comando amministrativo del Sanhedrin e il consiglio ebraico supremo, Gesù fu marchiato come rivoluzionario. Quando Gesù “con l’aiuto dei suoi discepoli, blocca l’entrata al prodomo” impedendo “l’ingresso ai commercianti”, commette un atto puramente criminale e sedizioso, atto “che sicuramente precipitò l’arresto e la condanna a morte”. Visto che il commercio era promosso dalle gerarchie religiose, che a sua volta operavano con il consenso del governo romano, l’attacco di Gesù ai mercanti può considerarsi un attacco a Roma stessa, un’indubitabile dichiarazione di indipendenza politica e sociale dall’oppressione romana.

L’arresto in stile militare nel cuore della notte. Il racconto dell’arresto di Gesù fa capire che i romani lo consideravano un rivoluzionario. In maniera tristemente simile agli assalti degli Swat team (le squadre speciali della polizia americana, es), Gesù fu arrestato nel cuore della notte, e in segreto, da una imponente squadra di soldati pesantemente armati. Prima dell’arrivo, avevano concordato la collaborazione con Giuda. Giuda funse da informatore; il bacio doveva essere il segno identificatore; significa che bisognava ricorrere al trucco e all’inganno per ottenere la collaborazione di questo apparente “pericoloso rivoluzionario”.

La tortura e la pena capitale. Ai tempi di Gesù, i predicatori, i sedicenti profeti e i contestatori non violenti non venivano arrestati e condannati a morte sommariamente. Sacerdoti e governatori romani, anzi, solitamente lasciavano correre le proteste, soprattutto quelle di piccola entità. Ma erano rapidi a sbarazzarsi di capi e movimenti giudicati una minaccia per l’impero. Gesù fu accusato di essere una di queste minacce alla stabilità del paese, di essersi opposto alle tasse e di aver dichiarato di essere il vero re: accuse puramente politiche, non religiose. Per i romani, una sola di queste accuse era sufficiente a giustificare la crocifissione, solitamente riservata agli schiavi, ai non romani, agli estremisti, ai rivoluzionari e ai peggiori criminali.

Gesù fu portato davanti a Ponzio Pilato come “disturbatore della pace politica”, il capo di una ribellione, una minaccia politica e, cosa più grave tra tutte, uno che diceva di essere il re, un “re di genere rivoluzionario”. Dopo essere stato formalmente condannato da Pilato, riceve la condanna a morte per crocifissione, “sistema usato dai romani con i criminali condannati per alto tradimento”. La crocifissione non era una semplice punizione, ma anche un’ammonizione per chiunque volesse sfidare il potere imperiale. Per questo era riservata ai crimini politici estremi: tradimento, ribellione, sedizione e banditismo. Dopo essere stato impietosamente frustato e deriso, Gesù fu inchiodato ad una croce.

Il professor Mark Lewis osserva così:

Nella cultura e nella politica romana la croce era un marchio d’infamia; significava criminale. Chi era messo sulla croce era marchiato come infame, criminale, e, soprattutto, eversivo. Migliaia di persone finivano crocifisse. Le croci erano messe agli incroci stradali e, come ricorda la studiosa dell’antico testamento Paula Fredricksen, lanciavano un messaggio che diceva: “Fai come lui e finirai così”.

Gesù, il rivoluzionario, il dissidente politico, l’attivista non violento, visse e morì in uno stato di polizia. Una riflessione sulla vita e la morte di Gesù in uno stato di polizia deve tener conto di diversi fattori: Gesù si espresse fortemente contro gli imperi, il controllo della popolazione, la violenza di stato e il potere politico. Gesù sfidò il credo politico e religioso dei suoi tempi. Il potere mondano temeva Gesù non perché cercava di prendere il loro trono, ma perché minava la loro supremazia, e perché osava dire la verità al potere in un’epoca in cui fare così poteva costare, e spesso costava, la vita.

Purtroppo questo Gesù radicale e dissidente politico, che prendeva di mira l’ingiustizia e l’oppressione, oggi è in gran parte dimenticato, sostituito da un tizio simpatico e sorridente da portare in giro nei giorni di festa, salvo poi tenerlo nello sgabuzzino quando si parla di guerre, potere e politica. Per chi davvero studia la vita e l’insegnamento di Gesù, però, il tema principale è l’opposizione alla guerra, al materialismo e all’impero.

Nota il professor Taylor: “La forza di Gesù ci permette di criticare gli stati e gli imperi. Purtroppo, questo vangelo viene sacrificato e svilito da quei cristiani che hanno preferito adeguarsi al potere e al denaro”. Se vogliamo che Gesù il radicale, quello che sfidò l’impero romano e fu crocifisso affinché servisse da monito, sia un esempio per la nostra epoca moderna, questa è la contraddizione che dobbiamo risolvere.

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2 thoughts on “Gesù Visse in uno Stato di Polizia

  1. Che vuoi farci? Un tempo noi avevamo i papi che benedicevano le armi dei crociati e incoraggiavano il massacro di San Bartolomeo, e oggi voi avete gli evangelici. Un po’ per uno. 🙂

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