La Guerra Americana alla Globalizzazione


Il mondo a testa in giù. Il ritorno del regionalismo

[Di Patrick L. Young. Originale pubblicato su Russia Today il 7 aprile 2014 con il titolo Upside Down: America’s War on Globalization? Traduzione di Enrico Sanna.]

Obama e Putin

Chi avrebbe mai immaginato che l’unica superpotenza al mondo avrebbe accelerato il ritorno del regionalismo invece della globalizzazione?

Tutti quelli che credono che l’espressione “innovazione finanziaria” sia un ossimoro dovrebbero pensare a quell’invenzione brillante che è la carta di credito. Probabilmente un gruppo di esperti non ci sarebbe mai arrivato. Le sue umili origini sono in un conto mensile del Diners Club, che dava la possibilità ai ristoratori di accettare clienti senza contanti. Il risultato è che oggi è difficile immaginare la vita senza MasterCard o Visa.

Poter fare la spesa in tutto il mondo con un pezzo di plastica, che si tratti di acquirenti girovaghi o online, rappresenta una conquista della moderna globalizzazione. Frustrato dal referendum della Crimea, Obama ha imposto sanzioni contro le istituzioni finanziarie russe, obbligando le imprese americane che offrono carte di credito a bloccare alcune operazioni in Russia, nel tentativo di spingere quest’ultima fuori dal mercato globale.

Le sanzioni restano un’arma spuntata e discutibile per risolvere le dispute. Considerato quel rodeo di musoni imbizzarriti che passa per governo americano, le sanzioni sono un esempio di quell’ignoranza economica che perseguita la presidenza di Obama.

Per chi non è mai andato oltre la fase degli slogan di protesta, le sanzioni istantanee sono la prima risorsa sulla strada che porta all’impasse, la stasi e il fallimento politico. Un triliardo di magliette “Free Nelson Mandela”, per dire, sortirono ben poco in Sudafrica. Fu piuttosto la mossa coraggiosa della Thatcher, che sfidò i leader dell’apartheid (sapeva che le sanzioni colpiscono i poveri e non i plutocrati), che aiutò a portare il cambiamento nel governo sudafricano, come notò Mandela quando, per la prima volta all’estero, fece visita alla Thatcher al numero dieci di Downing Street.

Alla faccia di chi invece di risolvere i problemi vorrebbe affrontarli con il broncio, è il presidente americano a insidiare la globalizzazione. Trovandosi priva di sistemi di pagamento, è probabile che la Russia ne sviluppi di propri. Farà concorrenza mondiale a Visa e MasterCard? Non è questo il punto.

Le moderne reti digitali sono più veloci, economiche e efficienti dei vecchi sistemi. Grazie al feticcio “progressista” delle sanzioni di Obama, la Russia può offrire un suo sistema di pagamento più rapido ed economico, un sistema rivolto a commercianti e cittadini russi, con la possibilità di offrire forme di micropagamento negate alle attuali carte americane dalla loro struttura poco flessibile.

Se non credete che una soluzione russa potrebbe essere più flessibile del pezzo di plastica americano riflettete su questo fatto: per attirare investitori stranieri, la borsa di Mosca ha dovuto cambiare il periodo di liquidazione da zero (T+0) ad una finestra di due giorni (T+2) perché il sistema bancario occidentale non riesce a tener testa ad un mondo che viaggia in tempo reale!

L’America è ferma alla globalizzazione analogica 1.0 mentre noi siamo in un mondo digitale. In questo senso, Obama è ancora alla radio a galena.

Il mondo di oggi è guidato da un flusso di crescita e sviluppo nascosto e completamente diverso da quello abituale delle megaimprese legate al governo degli Stati Uniti e della Ue. La forza del progresso si trova nelle piccole unità, grazie alle nanotecnologie, alla stampa 3D e alla capacità inerente del digitale di produrre più rapidamente e a costi più bassi che mai. Questo indebolisce i grandi e favorisce lo sviluppo a basso livello.

Oggi la Russia può sviluppare un sistema di pagamento digitale. Se gli Stati Uniti non vogliono partecipare, la Russia può sviluppare facilmente rapporti con sistemi simili in Cina e in decine di altri paesi.

Non solo Obama non ha capito dove sta andando il mondo, ma gli Stati Uniti si stanno esponendo ad un invecchiamento globale. L’America è libera di (non) commerciare, ma il suo potere di impedire l’accesso ai prodotti è sempre più eroso dalla capacità dei piccoli di raggiungere rapidamente risultati su grande scala.

Benvenuti nel mondo digitale, dove piccolo è bello e dove le piccole entità, attraverso la cooperazione,possono raggiungere livelli ragguardevoli in periodi di mesi, laddove nell’era analogica occorrevano decenni. È chiaro che la globalizzazione inclusiva è minacciata.

Parallelamente all’economia delle singole nazioni, ne esiste una di dimensioni globali, e questo accade mentre l’America sembra ambire al potere militare più che a promuovere la pace con il commercio. Così gli Stati Uniti disintegrano l’ethos della globalizzazione. Il risultato è che la prosperità in futuro dipenderà maggiormente dall’azione di queste nuove forze regionali: il perno si sposterà verso i paesi orientali ad alta crescita in un’epoca di accordi commerciali sempre più transatlantici, transpacifici o altrimenti regionali.

Far funzionare la globalizzazione in un mondo con oltre 190 nazioni diverse è troppo difficile, soprattutto considerati gli sforzi degli Stati Uniti e l’Unione Europea nella direzione dell’imperialismo invece che del libero commercio.

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