Felici Loro


[Di Enrico Sanna]

New York City, di Giger

Di ritorno da un viaggio in intercity. Due ore e un quarto compreso il ritardo. Rispetto a quindici anni fa c’è un allungamento dell’eloquio. I viaggiatori parlano di più e con più convinzione. Quantità e convinzione vanno assieme fin da quando l’uomo ha imparato a sputacchiare il suo nome. Più e convinto e più parla e più parla e più si convince.

I treni sono più confortevoli di prima. I ritardi sono invariati. Una volta appeso il fascismo ad un distributore di benzina, l’unica grande conquista della repubblica è stata il ripristino dei treni in ritardo.

Il capostazione con la paletta e il cappello rosso non c’è più. Io non lo sapevo. L’ultima volta c’era. Oggi resta in ufficio. Come la polizia urbana, che quando deve uscire si mette il catarifrangente e sembra il vincitore del turdefràns (niente offese) o il mio libro di storia con le evidenziazioni (niente offese). Bene per il capostazione e bene per i pizzardoni. Il treno parte da solo, magicamente. Il traffico stradale va da solo, magicamente.

Una giovane signora elenca la sua collezione di laics e di poust che c’ha su feisbuc per il beneficio informativo dell’uditorio ferroviario. Ogni frase inizia con comunque e finisce con insomma. In mezzo al discorso ci sono altri comunque e altri insomma, ad libitum, e una quindicina di proposizioni fabbricate a Yangzhou, messe in ordine vario, per non dire nulla. Bene. Perché turbare l’animo degli sconosciuti con contenuti?

Forse sono solo io che non afferro il dunque, ma la mia impressione è che cerchino di parlare raffinato senza riuscirci. L’effetto finale è come Totò in treno. Mancano le risate. Ma è solo la mia impressione.

C’è una giustificazione diffusa che è stata messa in giro dalle assistenti sociali della tivù e che suona così: hanno difficoltà ad esprimere quello che pensano. Non è vero. Come diceva un mio amico chiamato Sciattella, nun ce sta ddentro er perquale. Non hanno nessuna difficoltà ad esprimersi. Sono sciolti, dinamici, spontanei e aggressivi. Grr! Quello che dicono è esattamente quello che pensano. Viene fuori privo di elaborazioni. Usano una quindicina di proposizioni perché hanno una quindicina di pezze di pensiero distribuite casualmente nelle praterie tra un neurone e l’altro.

Per questo allungano. “Affinché” si è espanso in “in maniera tale per cui”. Poco prima di scendere, la giovane signora dice così: “Comunque io, assolutamente, proprio, insomma, queste cose, ecco, praticamente, volevo dire, è come se io, ecco, insomma.” Che vuol dire “Non mi piace”. Lo capisci dalla contrazione della pelle tra il naso e la linea che unisce gli occhi. I giudizi sono semplici. Di una semplicità informatica: si, no. La scelta morale si riduce a due esiti semantici: buono, no buono. Come Andy Luotto.

L’umanità occidentale è passata ad una retorica quantitativa. Non dice nulla ma in quantità. Dice abbastanza per dire molto. E con ragione. Abbastanza fa quattro sillabe, mentre molto ne fa appena appena due. Io suggerisco un percorso evolutivo: molto abbastanza, decisamente abbastanza, abbastanza abbastanza e in maniera decisamente abbastanza. Sempre meglio che dire una frase concisa e passare il resto del tempo a pensare.

Credo che all’origine ci sia stato il cioè. Quelli della mia generazione sono passati attraverso il cioè con valore di punteggiatura, che si metteva al posto della normale punteggiatura, che nella lingua parlata non si vede. O il cioè scatarrale, usato al posto di emm all’inizio di un discorso. Emm era virile. Richiamava alla mente la mitica scatarrata che faceva la Giulietta quando giravi la chiavetta. Cioè era breve. Era pratico. Subdolo ma simpatico. Era borgataro e pariolino, alpha et omega. Contratto diventava cè e, piccolo com’era, lo potevi infilare ovunque. In una proposizione potevi metterne una quindicina senza che l’altro se ne accorgesse.

In ogni caso, ti risolveva la serata quando uscivi con una tipa e non avevi uno straccio d’argomento.

Quando andavo alle superiori, in classe con me c’era un tipo, un certo Walter, che era particolarmente affezionato all’avverbio. Walter era un grande della nostra generazione. Quando andava all’interrogazione diventava un circo lessicale a tre piste. “Cioè il Manzoni, cioè Alessandro Manzoni nacque a Milano cioè nel… cioè nonmiricordovabbè cioè, però cioè era figlio di una donna nobile, cioè, cioè poi si convertì, cioè a una certa età cioè, cioè perché non era cattolico, cioè.” Il cioè era il propulsore sintattico. Serviva ad andare. Mentre lo dicevi pensavi a quello che dovevi dire. Perché la pronuncia del cioè non richiedeva impegno. Era una iniziativa di default della glottide. Per un adolescente era un fatto istituzionale. Parte della formazione umana come le ginocchia sbucciate e i brufoli.

Eppure Walter era un grande. Ovunque sia oggi, è un grande. Si sparapagnava all’interrogazione e questo era tutto. Lo allontanavi dalla cattedra ed era un grande.

Secondo qualcuno, forse Petronio Arbitro, la decadenza del linguaggio è la ruggine che annuncia l’inizio di una crisi. Il minimo comune multiplo filosofico della quotidianità è che l’Italia è in una di queste crisi. No, non è in crisi. È decadente. La crisi credo sia stata completata nel 1978. In quell’anno ci furono due avvenimenti che avrebbero dovuto avvertire la popolazione che la crisi stava tirando le cuoia: lo sforacchiamento di Aldo Moro in errequattro e l’emersione del cioè. Nessuno se ne accorse perché la gente aveva altro a cui pensare. Neanche io me ne accorsi.

Probabilmente, la crisi era stata iniziata nel 1953, quando l’Italia non mandò neanche uno straccio di delegazione al funerale di Beppe Stalin. Oppure era iniziata nel 1943, quando i bambini accettarono le tavolette di cioccolato degli americani. Ricordo l’immagine di un marine curvo che dà una tavoletta di cioccolata ad un bambino. O era il monumento al pedofilo? O nel 1861, quando… Ora non mi viene in mente cosa è successo nel 1861. Una carognata, molto probabilmente. Qualcosa di sicuro deve essere andato in vacca in quell’anno.

Ma oggi no, oggi l’Italia non è in crisi. Ha mangiato tutto ed è molto oltre la frutta, oltre il caffè, oltre l’ammazzacaffè. È al rutto. Rumina. La tivù ripassa tutto il suo passato come una vecchia zitella. È come il vecchio che passa gli anni della vecchiaia sul gradino di casa a raccontare all’universo di quella volta che era sull’Amba Aradàn, mille e mille volte sull’Amba Aradàn. Amba Aradàn. Così la televisione rumina e rumina, e poi rirumina il già ruminato. Come eravamo, ah la canzone napoletana, l’età d’oro, canzonissima, la Sora Lella, Totò, fusse che fusse la volta bbona, ghe pensi mi, la Raffa, il molleggiato. Rumina in eterno. In attesa che passi il tempo. Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede.

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2 thoughts on “Felici Loro

  1. Uno dei tuoi post migliori. Complimenti.

    Anch’io avevo una compagna di scuola che diceva cioè in continuazione. Durante una interrogazione gliene contammo 123. Un record.

    • Grazie, Fabrizio. Quando andavo a scuola ero molto anticonformista e stavo attento a non dire mai cioè. Facevo giri di parole, dicevo ossia, ovvero, pur di non dire c***. Era letteralmente bandito dal mio lessico. Oggi, però, mi fa venire un po’ di nostalgia sentire qualcuno che lo dice ancora.
      Ps: Luca Goldoni ci scrisse sopra un libro che si intitolava proprio Cioè. Quello sì, l’ho letto. È triste però vedere che il libro su Amazon si trova solo usato.

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