L’Ossessione del Volo 370


[Di Butler Shaffer. Originale pubblicato su lewrockwell.com il 9 aprile 2014 con il titolo The Obsession with Flight 370. Traduzione di Enrico Sanna.]

Prima che qualcuno salti alla conclusione dicendo che sono insensibile alle sorti delle 239 persone a bordo del volo 370 della Malaysian Airlines, alle loro famiglie e ai loro amici, lasciatemi dire che io, come tanti altri, provo empatia per la loro sofferenza. Ma c’è qualcosa di più significativo riguardo la morte presunta di queste 239 persone.

È da un mese che l’informazione tradizionale, persone del governo e apparentemente milioni di altre persone, sono ossessionati dal fatto che non si trova non tanto l’aereo, quanto la spiegazione della sua scomparsa. Perché questo interesse galvanizzante? Riguarda il destino delle 239 persone a bordo? Nello stesso lasso di tempo, 682 veterani di guerra si sono suicidati: oltre due volte e mezzo i passeggeri del volo. In passato ci sono stati disastri aerei che hanno fatto più vittime, ma nessuno ha sollevato le stesse preoccupazioni. Terremoti, tsunami, uragani e altri eventi naturali hanno fatto più vittime ma, essendo avvenimenti “naturali”, sono intesi come parte delle incertezze della vita in questa nostra turbolenta astronave. Le guerre hanno causato la morte di milioni di uomini, donne e bambini altrettanto innocenti, ma la maggior parte di noi ha interiorizzato l’idea secondo cui le guerre sono una caratteristica essenziale della “civiltà”. La guerra è data per scontata; è ciò che ci rende “eccezionali”!

L’ossessione del Volo 370 può essere spiegata, sospetto, guardando in profondità la nostra psiche individuale e collettiva. Ricordate l’episodio L’Odissea del Volo 33, della serie Ai Confini della Realtà, in cui un aereo di linea pieno di passeggeri si trova intrappolato in una sorta di quarta dimensione sopra New York? I piloti cercano disperatamente di atterrare, ma solo per scoprire che la città è scivolata indietro nel tempo di decenni e non esiste più nel presente. Vogliono che noi immaginiamo di vivere una situazione altrettanto disperata, di ascoltare all’infinito il rombo dei motori mentre le persone a bordo cercano di rovesciare il loro destino.

Nel caso del volo 370, la realtà ha imitato l’arte. La ragione per cui questo mistero ci coinvolge così tanto è, credo, perché sfida le fondamenta metafisiche della nostra cultura, che tollera poco il mistero. Prestiamo poca attenzione ai poeti, artisti, compositori, cantastorie, umoristi, e a chi in genere produce opere che hanno origine in quella parte del cervello preposta alle emozioni, l’intuito e la speculazione. Nel campo dell’istruzione, ossessionati come siamo dalla carriera e dall’insegnamento, lo studente che si laurea in materie artistiche, filosofiche, storiche o musicali è considerato da molti uno che spreca tempo e denaro. Sono le vere scienze, ingegneria, amministrazione, e altre che promettono una carriera brillante, a preparare gli studenti a quello che viene chiamato “il mondo reale”.

Da tanto tempo la società occidentale è dominata da quello che viene chiamato imperativo tecnologico, secondo cui la nostra vita è subordinata non solo alla tecnologia, ma anche allo stato clientelaree suoi amministratori. Jacques Ellul, Marshall McLuhan, C. S. Lewis e Colin Wilson sono tra gli osservatori più acuti del carattere della società. Dice Ellul: “La tecnologia moderna è diventata un fenomeno totale per la civiltà, la forza formante di un nuovo ordine sociale in cui l’efficienza non è più una possibilità ma una necessità imposta a tutta l’attività umana.” È questo che sta alla base della natura distruttiva delle istituzioni, un argomento che ho esplorato nel mio libro Calculated Chaos. Inventiamo strumenti e sistemi di cui beneficiamo, ma poi commettiamo l’errore di considerarli come fini a se stessi, e assoggettiamo la nostra vita alla presunta superiorità finale di ciò che la nostra mente ha creato! McLuhan: “Noi diventiamo quello che possediamo. Diamo forma ai nostri strumenti e poi i nostri strumenti danno forma a noi.”

Spesso quando il sistema che abbiamo creato dimostra la sua capacità di soddisfare le nostre aspettative, cerchiamo di farne una caratteristica della nostra vita; cominciamo a venerarlo. È qui che emerge l’istituzionalismo. Ci identifichiamo con il sistema, cosa che dà significato e scopo alla nostra vita, e, facendo così, ci subordiniamo alle astrazioni istituzionali. Dedichiamo loro “la nostra vita, il nostro destino e il nostro sacro onore”, compresa la disponibilità ad uccidere e a morire per loro; ci rendiamo schiavi di un sistema di tassazione senza limiti; seguiamo le indicazioni di quelle agenzie che, in virtù della supremazia che hanno su di noi, sono diventate “troppo grandi per fallire”.

Cosa c’entra questo con il volo 370? Una cultura definita e dominata dalla tecnologia si fonda sul pensiero lineare, il materialismo, l’analisi quantitativa e il meccanicismo. Questi attributi dell’intelligenza conscia hanno permesso alla nostra specie di inventare, produrre e usare strumenti che sono il mezzo più efficace per vincere le nostre capacità limitate di sopravvivenza. La cultura moderna ha una natura spiccatamente tecnologica. A costo di semplificare troppo, e sapendo che non esiste una definizione universalmente accettata del termine, la tecnologia può essere definita in termini di forme fisiche, strumenti, armi, macchine e strutture organizzative formali, con le quali manipoliamo le condizioni che ci permettono di adempiere alla nostra funzione in un mondo fisico. Dall’invenzione della ruota ai moderni sistemi computerizzati, il genere umano si è distinto dalle altre specie, ed è progredito, grazie alla capacità di creare “cose” che aiutano a realizzare il fine desiderato.

Quando ci identifichiamo con le istituzioni di un mondo tecnologico tendiamo ad avere un’immagine di noi stessi simile a quella che abbiamo delle macchine o dei robot. Siamo orgogliosi di essere considerati un “bene” o una “risorsa”; andiamo “su di giri” o in “corto circuito”; ci “avviamo” o “spegniamo”. Quando le cose non vanno bene, è perché abbiamo i “contatti invertiti”, siamo “senza benzina” o ci è “saltata una valvola”. Ogni giorno usiamo queste espressioni meccanicistiche per esprimere ciò che sentiamo di noi stessi. Siamo talmente immersi in questa nostra immagine robotica che accettiamo facilmente l’idea che non siamo noi a governarci e, dunque, non siamo responsabili delle nostre azioni. Il giorno che ci fu la sparatoria a Fort Hood, una donna soldato disse che l’uomo che aveva sparato “non aveva colpa”, e che la responsabilità era di altre persone “senza faccia”.

Al cuore di questa cultura che ruota attorno alla tecnologia c’è questa enfasi sul controllo. A differenza dell’individuo dotato di libera volontà, la macchina deve essere soggetta a controllo, che solitamente è nelle mani dei suoi operatori. Non è il meccanismo che deve essere diretto ai fini istituzionali; sono gli esseri umani ad essere “impiegati” e “usati” a questi fini. Se si vuole che gli uomini cooperino, occorre avere fiducia e credere che non solo i rappresentanti delle istituzioni, ma anche le tecnologie impiegate, sono adatte a raggiungere i fini preposti. Senza una garanzia di controllo, le persone non avrebbero più fiducia nella tecnologia di quanta non ne abbiano nei terremoti, nei tornado o in un uragano.

La fiducia che gli uomini ripongono nell’efficacia di un tale sistema dipende dal controllo dell’informazione da parte delle istituzioni.

Se le informazioni ricevute sono in contrasto con gli ideali, le priorità e gli interessi della collettività, la popolazione comincia a mettere in dubbio, se non a respingere, la politica e la prassi delle classi dirigenti. È questa necessità di un monopolio delle idee e delle informazioni che ha alimentato i processi per eresia, il rogo dei libri, e altre forme di censura delle opinioni alternative. È anche ciò che ha trasformato in paria Chelsea Manning, Ed Snowden, i vari Julian Assange e Glenn Greenwald, e altri che hanno osato sfidare i monopolisti dell’informazione. Che lo stato voglia il controllo esclusivo sui fatti che riguardano la sua attività, rivendicando allo stesso tempo il diritto di spiare quello che voi dite o scrivete o come vi comportate, dovrebbe essere sufficiente a convincere qualunque persona raziocinante del fatto che tutti i sistemi politici sono autoreferenziali. Lo stato clientelare può impadronirsi della vita degli uomini solo se l’ordine costituzionale può controllarne il pensiero; a questo serve la scuola pubblica, la stampa tradizionale e il mantenimento della popolazione in condizioni di idiozia.

Ma anche le stesse tecnologie devono essere assoggettate al controllo da parte delle istituzioni, o ad una sua parvenza. Una macchina che operi per volontà propria, senza controllo umano, sarebbe probabilmente vista come un mostro di Frankenstein sguinzagliato tra gli uomini. Spesso le macchine ci tradiscono: possono esplodere, collassare, disintegrarsi o smettere di funzionare. Gli incidenti nelle centrali nucleari e il problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, hanno ridotto molto la fede della popolazione in queste forme di tecnologia. L’ordine istituzionale ha assorbito nel suo weltanschauung questa tendenza alla rottura non solo con la creazione di sistemi di “backup”, ma anche, quando la rottura è inspiegabile nell’immediato, recitando il mantra tecnologico che rassicura i fedeli che tutto è ancora sotto controllo: “Scopriremo cosa non ha funzionato e rimedieremo, così che non accada mai più”.

Si progettano e si fabbricano aerei sofisticati capaci di portare centinaia di passeggeri praticamente in ogni angolo del pianeta. Questi operano sotto una vasta gamma di controlli istituzionali, dall’approvazione governativa del progetto al controllo del traffico ai radar computerizzati, giù giù fino al palpeggiamento dei passeggeri prima dell’embargo. Quando questi meccanismi di controllo formale falliscono, come accadde quando un aereo finì nel fiume Hudson qualche anno fa, ecco che occasionalmente spuntano persone intelligenti e capaci (come Chesley Sullenberger) che prendono il controllo con le loro mani, evitando la catastrofe.

Ma anche quando il disastro aereo è inevitabile, ecco che altri sistemi di controllo (scatole nere, radar, transponditori, satelliti) “ci” dicono cosa non ha funzionato, permettendo agli “esperti” di ovviare al problema affinché “non si ripeta più”. Questa illusione di controllo sistemico basta a fugare i dubbi e riavvicinare la popolazione alla fede tecnologica.

Ma cosa succede quando una macchina così imponente scompare nel nulla, e le vite di 239 persone sono gettate in un limbo esistenziale, e gli strumenti di controllo non si trovano? Se l’aereo si fosse schiantato subito dopo il decollo uccidendo tutti i passeggeri, e se i rottami fossero stati recuperati immediatamente, l’evento sarebbe sprofondato silenziosamente nel buco collettivo della memoria, rimosso da qualche altra “notizia del giorno”. Ma l’aereo è scomparso senza lasciare tracce e senza che si sappia perché, e questo fa nascere interrogativi e dubbi sull’infallibilità dei sistemi di controllo e sulla loro capacità di tener fede alle promesse. L’ordine istituzionale può assimilare un incidente aereo occasionale se questo è empiricamente spiegabile, mantenendo così intatta l’apparenza del controllo.

Da decenni invito le persone a familiarizzare con lo studio del caos e della complessità. Questi studi spiegano perché ogni sforzo volto a predire e controllare gli avvenimenti in un sistema complesso fallisce. L’effetto di questi studi è l’erosione delle fondamenta su cui si basano le società illuse che un’autorità centrale e costrittiva possa produrre un ordine sociale stabile. Man mano che cresce il potere tecnologico, cresce anche la capacità di generare conseguenze imprevedibili. Come sappiamo dallo studio del caos, il risultato non voluto è più complessità e incertezza nelle faccende umane, e un mondo più imprevedibile.

Il computer, un tempo considerato l’araldo dello stato autoritario e pervasivo, è diventato a tutti gli effetti una forza liberatrice per gli individui, soprattutto quando si tratta di ottenere e produrre informazione. Non dimentichiamo che internet è stato creato dall’ordine istituzionale nel tentativo di proteggere le comunicazioni tra le agenzie di governo. Questo sistema computerizzato ora si sta rivoltando contro i suoi creatori: membri delle classi governative ora parlano di “guardiani” di internet e permessi per i giornalisti.

Se vuole continuare ad esercitare il potere su tutti noi, lo stato clientelare deve continuare a far credere che ha il controllo totale di tutto ciò che occorre per prendere le decisioni. Ovvero, tra le altre cose, il comportamento economico e sociale e il pensiero di chi è soggetto al suo governo, la natura e il clima, e le tecnologie che ci permettono di vivere. Se un aereo scompare e non si sa dove è finito o quali sono le cause della scomparsa, significa che la classe di governo non controlla la complessità che pensa di governare. Ecco perché la vicenda continua a dominare le reti che fanno informazione. Che il volo 370 si trovi o no, il danno fatto all’illusione del controllo su cui si basa l’autorità centrale è destinato ad espandersi ad altre aree dell’attività umana.

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