La Teoria Austriaca del Ciclo Economico


[Di Guido Hülsmann. Trascrizione parziale di un’intervista rilasciata a Lew Rockwell pubblicata il 12 agosto 2008 con il titolo Austrian Theory of the Business Cycle. Traduzione di Enrico Sanna.]

C’è un boom economico che dura dal 2001. Ma non dobbiamo dimenticare che nel 2001 ci fu un crollo brevissimo dei mercati azionari. Questo significa che prima di allora c’era stato un altro boom. In un certo senso, in questi ultimi trenta anni e più, praticamente negli ultimi duecento anni, abbiamo avuto una serie di boom e crolli. Per essere precisi, fin da quando i governi hanno cominciato ad influenzare sistematicamente la massa monetaria tramite le banche centrali.

Questo è un modello che il mondo ha adottato dai britannici. I britannici furono i primi ad introdurre il modello della banca centrale seguendo le proposte soprattutto di David Ricardo, che, nel 1816, scrisse un breve saggio in cui proponeva la creazione di una banca centrale che emettesse moneta di carta legata all’oro: non monete d’oro, ma solo oro in lingotti per scoraggiare il riscatto delle banconote in oro fisico. Ricardo capiva benissimo che, se il cittadino avesse potuto scegliere liberamente tra denaro metallico da una parte e denaro di carta dall’altra, proprio perché privo di informazioni sufficienti e conoscenze generali sul funzionamento dell’economia per poter valutare correttamente questi strumenti, avrebbero sempre preferito andare sul sicuro e optare per monete d’argento e d’oro. Per questo voleva regole che eliminassero questa possibilità, per garantire che la popolazione usasse solo banconote.

Basandosi su questo modello, la Banca d’Inghilterra emette banconote fin dal 1844. E nei decenni seguenti il 1870, gran parte del mondo adottò lo stesso sistema. Dunque la banca centrale emette in regime di monopolio tutte le banconote di una nazione e, contemporaneamente, le banche commerciali cominciarono ad emettere moneta bancaria in misura superiore al metallo che era nei caveau. Abbiamo così una combinazione di monopolio della banca centrale e banche a riserva frazionaria. Di per sé, questo sistema è intrinsecamente instabile, essendo soggetto a periodiche corse agli sportelli. Nel caso delle banche commerciali, il fatto è ovvio: se emetti un quantitativo di moneta bancaria che eccede la moneta metallica, non puoi soddisfare tutte le richieste se tutti chiedono il riscatto allo stesso tempo. Supponiamo che una banca emetta moneta bancaria per 1.000 dollari ma ha solo 100 o 50 dollari in cassa. Se tutti i clienti emettono assegni e vanno a riscuoterli tutti allo stesso tempo, la banca non può soddisfare tutte le richiese, e dunque va in bancarotta perché non può rispettare gli obblighi contrattuali.

Accade qualcosa di molto simile anche con la banca centrale, perché anche la banca centrale è, in ultima analisi, una banca a riserva frazionaria. Anche la banca centrale emette un sostituto monetario, qualcosa che rappresenta legalmente il denaro in quantità superiore alla riserva detenuta. Così se tutti quelli che usano quella moneta, se tutti i cittadini dovessero presentarsi alla banca centrale per chiedere il riscatto delle banconote, la banca centrale si troverebbe nell’impossibilità di soddisfare la richiesta, e dunque anch’essa andrebbe in bancarotta.

Ora, questa sembra una disquisizione teorica, ma in pratica è esattamente ciò che accadeva più o meno ogni dieci anni all’economia britannica. Le banche, ovvero la banca centrale più le banche commerciali, prima incrementavano l’emissione di titoli legali, ovvero di moneta bancaria di carta, superando la riserva per tutta la durata di un certo periodo. Questa è la fase del boom. Poi accadeva che sorgeva qualche difficoltà imprevista, come un cattivo raccolto, e i clienti si trovavano costretti a far ricorso al denaro depositato, ed era allora che le banche si rivelavano incapaci di soddisfare l’aumento della domanda, e questo faceva collassare tutto il sistema monetario con un effetto domino. Perché se una banca va in bancarotta, i suoi conti correnti, o gli assegni emessi su quei conti, perdono tutto il loro valore, e la massa monetaria si contrae. Se la massa monetaria si contrae, le imprese hanno difficoltà a vendere i loro beni al prezzo di prima. Così si rivolgono alle banche per ottenere ulteriore credito. Le banche non possono più farlo. Così le banche falliscono, e le imprese falliscono con esse. Questo è il classico crollo.

Questo, come dicevo, avveniva ogni dieci anni. Il problema alla fine fu risolto con l’abbandono del sistema aureo o, come disse Nixon nel 1971, “chiudendo la finestra aurea”. Questo significava che le banche centrali non potevano più riscattare le banconote in oro. Questa è forse una situazione molto paradossale in cui la banca centrale può ancora chiedere che i suoi crediti legali siano serviti come promesso ma allo stesso tempo non è legalmente tenuta a rispettare i suoi obblighi. Se un cliente si presenta alla banca chiedendo indietro il proprio denaro, la banca può rifiutarsi e dire, insomma, che è meglio che il cliente si tenga la sua moneta di carta.

Così abbiamo un cambiamento del sistema monetario. Mentre prima c’era un sistema bancario a riserva frazionaria basato su qualche forma di denaro metallico, solitamente un sistema aureo, dopo la sospensione dei pagamenti è nato un nuovo sistema monetario, basato sulla moneta di carta. La differenza non salta all’occhio perché le banconote sono rimaste le stesse. Tra il 1970 e il 1972, gli americani usarono gli stessi dollari ma la loro natura economica cambiò completamente. Nel 1970, il dollaro era un titolo legale di una certa quantità di oro. Vero, l’americano medio non poteva riscattarli in oro, ma altri, soprattutto le banche centrali di altri stati, potevano farlo. Nel 1972 questo non era più possibile in principio. Neanche le banche centrali estere potevano più farlo. Di conseguenza il dollaro non era più un titolo legale in rappresentanza di qualcos’altro, ma un bene di per sé.

Con un sistema basato sulla moneta di carta il problema che ho citato prima scompare. La banca centrale non può più andare in bancarotta. Mentre prima una banca centrale poteva essere soggetta ad assalti da parte dei correntisti, quando tutti quanti si presentano a riscattare le loro banconote e la banca non poteva soddisfare le richieste, ora il problema non esiste più perché la banca non è più obbligata a riscattare queste banconote in qualcos’altro, e pertanto non può più andare in bancarotta. Può, invece, emettere denaro di questo genere a piacere, stampare banconote e immetterle nel sistema economico.

Uno potrebbe pensare che è un gran bene perché non c’è più la possibilità che si formi il ciclo economico. Ogni contingenza, piccola o grande che sia, ogni crisi del mercato azionario, ma anche del mondo degli affari in generale, può essere risolto pompando denaro fresco nell’economia. Tu penserai: bè, è magnifico, possiamo aprire le porte ad una nuova epoca in cui il ciclo economico appartiene ai libri di storia. Questo è ciò che molti economisti pensavano allora. Gli ultimi trentasette anni sono testimonianza del contrario. Il ciclo economico non è scomparso. È vivo e vegeto. E forse è più forte che mai.

Il perché può essere spiegato dalla teoria austriaca del ciclo economico. In effetti, gli austriaci sono gli unici che da lunghissimo tempo attaccano questo problema, che gli altri ritenevano una crisi temporanea, dovuta a circostanze straordinarie, che non avevano nulla a che fare con il sistema monetario e che, in ogni caso, potevano essere risolte con la politica monetaria. Oggi il numero di economisti che pensano che una politica monetaria possa risolvere praticamente qualunque crisi diminuisce di ora in ora. Io credo che questa sia una delle ragioni per cui sempre più persone si interessano alla teoria austriaca del ciclo economico: non solo principianti, consulenti finanziari, investitori, ma anche persone responsabili della politica monetaria. Mi fa molto piacere vedere che la Bundesbank ha acquistato praticamente tutti i miei libri e in poco tempo.

Qual è la spiegazione del ciclo economico che dà la scuola austriaca? La teoria pone l’accento su due meccanismi correlati. Il meccanismo principale è quello discusso da Ludwig von Mises nel suo libro The Theory of Money and Credit, del 1912. Qui Mises pone l’accento sull’incremento della massa monetaria da parte della banca centrale, che origina la sequenza di boom e crollo. Accade così. In una economia immutabile, il numero di progetti economici a cui si dà vita è, fatto salvo il resto, limitato dal tasso di interesse. Ora, la banca centrale, accrescendo la massa monetaria, e vendendola ai mercati finanziari sotto forma di credito disponibile, può abbassare il tasso di interesse. Se domanda e offerta rimangono invariate, il prezzo cala e dunque cala anche il tasso d’interesse. Ora, a prima vista questo sembra molto positivo, ma, come fa notare Mises, in realtà non è così. Per spiegarlo, Mises pone l’accento sulla differenza tra il numero di progetti iniziati e il numero di quelli effettivamente completati. Non serve a molto iniziare ogni genere di attività per non completarne neanche una. Questo è ciò che ti dice la mamma al primo anno di scuola; se non prima, quando è una buona mamma.

Negli affari è la stessa cosa. Non serve avviare troppi progetti se non possiamo portarli a buon termine. E non possiamo portarli a buon termine se non abbiamo le risorse necessarie per equipaggiare e dar da mangiare ai lavoratori, soprattutto durante tutto il tempo necessario alla produzione. Ora, tutto quello che l’espansionismo monetario produce è, per così dire, nel migliore dei casi, abbassare il tasso di interesse, incoraggiando gli imprenditori ad avviare più progetti di quelli che avrebbero avviato altrimenti. Quello che non può fare è incrementare la quantità delle vere risorse necessarie al completamento di questi progetti. Fin dall’inizio, è possibile vedere dove si andrà a parare: prima o poi gli imprenditori, anche quelli che all’inizio si erano illusi di poter terminare tutto quello che avevano iniziato, si accorgono che le risorse reali semplicemente non esistono, e così sono costretti a fermarsi. E qui scatta la crisi. Quando il prezzo a cui acquistano supera il prezzo probabile di vendita dei prodotti finali. È questo il processo che Mises descrisse per primo nel 1912, e che successivi economisti, soprattutto Friedrich August von Hayek e Murray Rothbard, e più di recente Huerta de Soto e altri ancora, hanno messo in evidenza.

Oggi c’è anche un altro meccanismo che scatta in azione e che è complementare a quello di cui parla Mises: l’azzardo morale. L’azzardo morale è il comportamento irresponsabile di chi prende le decisioni, che impiega più risorse per realizzare i suoi progetti di quanto non avrebbe impiegato altrimenti perché pensa che altri forniranno le risorse mancanti al completamento del progetto.

C’è un fatto, notato per la prima volta nell’industria assicurativa, che indica il comportamento irresponsabile delle persone assicurate. Ad esempio, chi acquista un’assicurazione per l’auto ha più probabilità di guidare imprudentemente perché è assicurato, e dunque altri, altre persone che come lui sono assicurate, pagano i danni. Questa è anche la ragione per cui le compagnie di assicurazioni impongono codici e regole di condotta per una guida sicura al fine di scartare l’ipotesi che ci si comporti così.

Un fenomeno simile accade con le banche centrali. Poiché le banche centrali esistono, e possono produrre moneta di carta, qualunque attore del mercato può essere salvato, in teoria, all’infinito. Produrre moneta di carta non costa nulla. Produrre una banconota da cento dollari, ad esempio, costa quanto un foglietto di carta più una goccia di buon inchiostro, molto meno di cento dollari. Produrre cento dollari sotto forma di moneta digitale costa ancora meno. Oggi le banche centrali lavorano soprattutto con moneta digitale, chiamata anche liquidità della banca centrale.

Il trucco è che gli attori del mercato sanno che esiste questa possibilità, che la banca centrale è determinata a seguire il corso della sua missione e che si è comportata esattamente così anche in passato. Ha salvato attori del mercato sufficientemente grandi da causare un effetto domino che avrebbe potuto portare al fallimento di molti altri attori. Allora, siccome sanno che questa politica è una possibilità ed è probabile che venga attuata, cominciano a comportarsi irresponsabilmente.

E questo avviene attraverso i due fenomeni che oggi possiamo osservare e di cui la stampa finanziaria ha parlato ampiamente negli ultimi mesi. Da una parte si riduce il rapporto tra il capitale di rischio e i beni, e dall’altra si trascura il fattore rischio di un investimento per concentrarsi unicamente sul possibile rientro. Così le attività finanziarie, le banche e le altre attività d’investimento che operano sul mercato finanziario hanno ridotto sistematicamente il rapporta tra capitale di rischio e beni, ovvero l’ammontare delle risorse in bilancio che loro controllano. Questo l’hanno fatto non solo negli ultimi trentasette anni ma per molto più tempo, perché questa politica delle banche centrali è molto più vecchia. Negli ultimi trentasette anni, però, il fenomeno è diventato drammatico. La conseguenza è che quando si abbassa il rapporto tra capitale e beni, le imprese diventano più vulnerabili. Il capitale di rischio funge da ammortizzatore quando qualcosa va male. Quando una società incorre in forti perdite, attinge da lì. Ma se il capitale è ridotto praticamente a zero, le ripercussioni si hanno sull’indebitamento. La società non può ripagare tutti i debiti che ha contratto, e per questo gli effetti negativi si riflettono sui creditori. Si ha un effetto domino, con un’alta probabilità di crollo del mercato finanziario.

Il secondo aspetto che ho menzionato è il fatto che ci si concentri unicamente sui possibili rientri di un investimento ignorando il fattore rischio, cosa che possiamo osservare, ad esempio, nel mercato subprime e in vari altri segmenti dei mercati finanziari, e che ha generato negli investitori la sensazione che la banca centrale arriverà in soccorso. Le loro azioni erano, in un certo senso, molto razionali. Non possiamo dire che hanno agito in maniera sconsiderata. Date le circostanze, si sono comportati cautamente e razionalmente. E le circostanze sono state definite dalla presenza di un prestatore di ultima istanza. Questa è la funzione di una banca centrale.

Dunque il fatto in sé che esista una banca centrale, dotata delle capacità tecnica di soccorrere virtualmente ogni attore del mercato, crea un azzardo morale di dimensioni enormi. Questo ha portato, solo negli ultimi dieci o quindici anni, prima al boom delle dotcom e, negli ultimi sei o sette anni, al boom del mercato immobiliare. Ogni volta vediamo che gli investitori si comportano esattamente nel modo descritto dalle teorie austriache, riducendo il capitale di rischio e avventurandosi in investimenti senza tenere sufficientemente in conto il fattore rischio.

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