Il Ritorno di Marx


[Di Enrico Sanna]

Chico Marx

Quando eravamo piccoli le nostre nozioni di giustizia universale, le rare volte che arrembavano la nostra esistenza, avevano il pregio di contenere, ad un tempo, brodo, schiuma e residuo solido dei massimi sistemi. Un pomeriggio, mentre stavamo seduti su un ramo di un ontano (se l’altitudine serve alla completezza del ragionare), un mio amico eruttò improvvisamente una nozione di storia, etica e sociologia del comunismo che a noi apparve immediatamente essenziale. “In Unione Sovietica,” spiegò, illuminato, “puoi entrare in un negozio e prendere quello che vuoi senza pagare.” Il fatto che fino a qualche tempo fa sia stato tanto riluttante a credere nell’esistenza dei registratori di cassa nei grandi magazzini Gum è dovuto a questo semplice dialogo infantile su un albero.

Jordan J. Ballor, in un articolo pubblicato dall’Acton Institute, parla di Marx redivivo. Cita un altro articolo, di Ross Douthat, che come una matrioska contiene lo stesso messaggio in forma mignon: “Le idee di Marx stanno vivendo il loro momento tra gli intellettuali”. Perbacco! Poi Ballor dice che Douthat dice che Marx si sta diffondendo tra i millenaristi, e dice anche che è stata l’ultima crisi, quella iniziata nel 2008, a portarli a riprendere in considerazione le vecchie critiche al capitalismo di Marx (o le critiche al capitalismo del vecchio Marx, se vi pare). Riperbacco!

“Davvero così tante persone hanno letto Marx?” ho chiesto in un commento. L’ho chiesto perché immagino che i millenaristi siano almeno una mezza dozzina. Nessuno, né Ballor né Douthat né uno straccio di millenarista, ha ancora risposto al mio stupore.

Alla fine dell’articolo, Ballor dice che Douthat, da parte sua, cita da un libro di Thomas Piketty, che è il libro del momento. Dice Douthat, via Ballor: “a tutti quelli che svolgono la mia professione quest’anno sarà chiesto di fingere di averlo letto diligentemente.” Ballor ammette di non averlo letto. Però aggiunge subito di averne prenotato una copia. Neanche io l’ho letto e non ho intenzione di farlo. Primo, la lista dei libri che devo leggere prima è così lunga che il Signore dovrebbe accordarmi altri tre secoli, e immagino che il genere umano avrebbe da obiettare. Secondo, so già cosa c’è scritto.

Hunter Lewis, invece, ha letto il libro di Piketty, che si intitola Capital in the Twenty-first Century (Il Capitale nel Ventunesimo Secolo). Lewis ha seminato le sue impressioni tra i pixel del Mises Institute. Lewis inizia dicendo che il libro di Piketty, al contrario della settantottenne Teoria Generale di Keynes, è tutto polpa e poche ciance. “È pieno zeppo di dati,” dice. Che però sono sballati. Tant’è.

Richard Ebeling, un altro che ha letto il libro, dice che Piketty non è un marxista vero. Non crede, ad esempio, che il mondo sia destinato a diventare socialista che lo voglia o meno. Non odia il capitalismo. Anzi, crede che il capitalismo sia un sistema economico incredibilmente efficiente che produce beni migliori e a prezzo più basso di qualunque altro sistema. Ciò che lo urta è la forte diseguaglianza del reddito. Occorrerebbe una correzione. Da parte dello stato.

Qualche settimana fa, quando mi è capitato di digitare la parola libertario su google+, lo schermo si è riempito di falci e martelli, bandiere rosse, Chávez rubicondi e gli imperdibili Fric & Froc del diciannovesimo secolo: Marx e Engels.

Perché così tante persone associano Marx alla libertà? Perché lui era libero. Liberissimo. Marx era l’uomo più libero del suo secolo. Forse il socialismo non sarà un paradiso per i lavoratori, ma con lui funzionava alla grande. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia tedesca, si sposò con una nobildonna dopo averne rifiutato un’altra perché non era all’altezza del suo rango. Ad un certo punto, divenne uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra, contribuendo a dimostrare la tesi secondo cui in un sistema capitalistico la ricchezza si accumula nelle mani di pochi.

Engels, anche lui, veniva dall’alta borghesia tedesca. La sua era una famiglia di industriali tessili. Dirigeva l’attività che la sua famiglia possedeva a Manchester. Era l’esempio perfetto del borghese capitalistico che condannava nei suoi scritti. Di giorno, Friedrich Jekyll mandava avanti le sue fabbriche. Di notte, Hyde Engels sgozzava una gallina e faceva il voodoo contro il Jekyll diurno.

Tranne alcune brevi attività editoriali, Marx, l’economista dei proletari, non lavorò mai. Eppure non gli sarebbe costato nulla. Avrebbe potuto chiedere al suo amico Engels di assumerlo in una delle sue fabbriche di famiglia. Sarebbe bastato qualche mese di lavoro. Anche senza lavorare. Giusto per farsi un’idea. Seduto su una sedia a guardare gli altri che camallano.

Trascorse gran parte della sua vita a chiedere soldi. A suo padre durante gli anni giovanili e, più tardi, al suo amico Engels. Ad un certo punto, stanco di sentirsi chiedere soldi, Engels gli diede un vitalizio. Spendere i soldi degli altri fu l’unico tratto costante di tutta la vita di Marx.

Chi oggi si richiama a Marx raramente ha letto le sue opere. Questo è normale. Non ho mai conosciuto un compagno che l’abbia letto. Il suo pensiero circola sotto forma di gas. È ineffabile eppure presente. Fuggente eppur tangibile. Suona così:

“…nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere , la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.” (Ideologia Tedesca, cap. II)

Questa sviolinata bucolica viaggia nell’aria fino al cuore di chi non ha mai letto una riga di Marx. Viaggia in una quarta o quinta dimensione fino al crogiolo dell’animo. Questo è quello che arrivava a noi ragazzini arrampicati su un ontano.

Quello che non arriva è che Marx ed Engels erano profondamente borghesi. Quasi tutti i fautori del socialismo vengono dalla borghesia, con una preferenza per quella alta. I proletari sono una rarità tollerata. I poveri sono una seccatura ma vengono bene in prima pagina. Quello che non arriva è che tra i più grandi sostenitori del socialismo di quest’ultimo secolo ci sono persone come David Rockefeller e George Soros. E che la rivoluzione sovietica fu finanziata dai più grandi squali bancari del tempo, che poi usarono Stalin come esattori delle tasse. Oh, e l’attuale presidente del fondo monetario non è un socialista? E gli altri?

Morale: Non cercate di accendere la macchina della giustizia universale. È molto probabile che ci riusciate. Ma, dopotutto, perché dovete provarci se il socialismo ce l’avete già e ne fate parte con il ruolo di zerbino?

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