Perché non Siamo più Numero Uno


[Di Ron Paul. Originale pubblicato su Ron Paul Institute il 4 maggio 2014 con il titolo Why We’re No Longer Number One. Traduzione di Enrico Sanna.]

La settimana scorsa la banca mondiale ha annunciato che presto la Cina prenderà il posto degli Stati Uniti come maggiore economia mondiale. Il fatto che questa economia, un tempo caso disperato, stia per superare gli Stati Uniti è un ulteriore segno del danno causato alla prosperità americana dallo stato sociale, dalle guerre, dal clientelismo e dalla moneta fiduciaria.

Alcuni commentatori pensano che quello cinese sarà un regno breve. È possibile. Anche se ha fatto passi enormi dall’adozione delle riforme di libero mercato negli anni settanta, la Cina è ancora governata da un governo autoritario le cui politiche distorcono il mercato a beneficio delle industrie amiche. Queste attività amiche sono spesso controllate da persone politicamente potenti.

Quello che questi commentatori non notano è il fatto che il governo americano persegue le stesse politiche tarate. Un effetto della crescita delle normative, delle sovvenzioni e dei salvataggi pubblici, è che molte imprese americane spendono più per la manipolazione del processo politico che per produrre beni e servizi richiesti dal consumatore. Molte grosse imprese fanno attività di lobby sul congresso e sulla burocrazia federale per ottenere nuove normative che le favoriscano. Lo fanno perché la grande impresa può assorbire meglio i costi dell’adeguamento alle nuove normative di quanto non possano fare i piccoli, che così sono costretti a chiudere.

I protezionisti americani criticano regolarmente la Cina perché sovvenziona le esportazioni. Ma anche il governo americano fa lo stesso tramite istituzioni come la Export-Import Bank. La Cina viene criticata anche perché manipola la propria valuta al fine di rendere le sue esportazioni appetibili al consumatore estero. Può darsi, ma non è l’unica a farlo. Nel corso di tutta la sua storia, la Federal Reserve ha manipolato l’economia a livello nazionale e internazionale, spesso in combutta con le banche centrali di altri paesi.

La politica inflazionistica della Federal Reserve va a beneficio delle grosse banche, delle imprese con agganci pubblici e dei politici che sostengono la spesa pubblica, tutto a spese degli americani. Chi vuole aiutare a migliorare la situazione economica degli americani dovrebbe concentrarsi sulla politica monetaria dell’America, non della Cina.

Ironicamente, molti di quei politici che denunciano la politica monetaria della Cina beneficiano del fatto che quest’ultima finanzia il debito americano. Se la Cina smettesse di acquistare grosse fette del debito americano, la Federal Reserve sarebbe costretta a monetizzare ancora più il debito, rischiando l’iperinflazione. Così che la cosa migliore che il congresso può fare per rendere più difficile la manipolazione dell’economia globale da parte della Cina è tagliare la propria spesa.

Un vantaggio che la Cina ha sugli Stati Uniti è che il governo cinese non spreca denaro in politiche iper-interventiste all’estero. Il governo degli Stati Uniti nel 2013 ha speso all’incirca 752 miliardi in spese militari. È vero che la Cina sta aumentando la spesa militare, ma ha ancora molta strada da fare per raggiungere quel livello.

È difficile capire chi tra gli americani, oltre al complesso industriale-militare e chi ci lavora, trae vantaggio da questa spesa. La spesa militare, come tutta la spesa pubblica, impedisce la crescita del settore privato togliendo risorse agli investitori, agli imprenditori e ai consumatori, oltre a contribuire significativamente al debito nazionale. Per contrasto, un ritorno ad una politica di pace e libero scambio permetterebbe agli imprenditori di usare queste risorse per creare nuove attività e nuovi posti di lavoro.

La notizia secondo cui la Cina sta per sorpassare economicamente gli Stati Uniti serve a ricordare il danno che la spesa assistenziale e militare, il capitalismo clientelare e la moneta fiduciaria arrecano agli americani. L’unico modo per fermare il collasso consiste nel rifiutare l’interventismo all’estero, smettere di salvare e incentivare le industrie con forti legami politici e rimettere in piedi il libero mercato monetario.

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