Di Generali Malinconici e Carciofi


Gli imperi si distruggono come i carciofi. Una foglia alla volta. E partendo dall’esterno.

[Di Enrico Sanna]

Wojciech Jaruzelski

La settimana scorsa, Gary North ha pubblicato sul suo sito un articolo che parlava di Edward Snowden e delle sue rivelazioni riguardo lo spionaggio e il governo americano in generale. Cosa dice North? Che tutti i documenti resi pubblici da Snowden, e le chiacchiere internazionali che sono venute dopo, non hanno sortito effetto alcuno. Gli americani non si sono rivoltati contro il potere. Non sono neanche tanto oltraggiati. Questa roba dello spionaggio globale non cattura il loro interesse.

North apprezza quello che ha fatto Snowden. Ma solo perché è servito a smentire quello che i conservatori americani dicevano da decenni.

“Io apprezzo quello che ha fatto Snowden. La decisione di rendere pubblici i documenti rubati ha reso un grande favore al movimento conservatore. Ha fatto a pezzetti il loro unico grande mito: ‘Se il popolo americano fosse al corrente di queste cosa, ci sarebbe una rivolta generale.’ No, nessuna rivolta.”

Ha ragione? Un po’. Come tutti gli imperi, anche quello americano ha bisogno del consenso. Non del consenso interno, quello che viene dal centro dell’impero, ma di quello esterno, della periferia sfruttata. Il ragionamento di North è corretto. I conservatori americani, e non soltanto loro, sono stati smentiti. Non c’è stata alcuna rivolta in America. E non ci sarà alcuna rivolta per molto tempo. La mia opinione è che gli americani non si rivolteranno se non dopo generazioni di declino. L’opinione di Gary North, verso la fine dell’articolo, è che gli americani si ricrederanno quando ci sarà la bancarotta degli Stati Uniti.

“L’unica cosa che può fermare questa espansione [dell’Nsa e del potere federale] è una crisi fiscale. È ingenuo pensare che qualcos’altro possa farlo. I tagli di bilancio; nient’altro può farlo. Occorrerà una crisi fiscale del governo federale per abrogare questo sistema. Niente altro.”

Dubito che l’Nsa possa fermarsi per mancanza di soldi. Non fu il costo del Zyklon B e dei trasporti ferroviari a fermare il nazismo. E poi la tecnologia informatica costa sempre meno, come nota lo stesso North. Storicamente, il potere è una questione di consenso, non di fondi. Gli americani saranno meno propensi a dare consenso allo stato quando non arriverà più la pensione. Ma non mi aspetto un cambiamento improvviso. Il male è maturo e potrebbe sopravvivere allo choc finanziario per decenni. L’occidente, di cui l’America rappresenta l’ultima spiaggia, ha costruito la propria sciagura nel corso di due secoli e passerà generazioni a rimuginare sulle proprie rogne. Un individuo può prendere coscienza molto in fretta. Una società no.

In definitiva, però, la cosa più importante non è tanto quello che accadrà o non accadrà in occidente. L’importante è ciò che accadrà, o che sta già accadendo, nel resto del mondo. Come tutti gli imperi, anche quello americano ha bisogno di una periferia. Può reggersi in piedi solo finché la periferia dell’impero crede il centro dell’impero sia un cavaliere del bene su un cavallo bianco. Quando, al termine della seconda guerra mondiale, dell’impero britannico rimaneva solo un cumulo di macerie, gli indiani hanno acquisito coscienza, se non della loro superiorità, almeno di una dignità pari a quella dei cittadini britannici.

Faccio un esempio: l’Unione Sovietica nel 1953. Quell’anno Stalin morì e Krusciov prese il potere al suo posto. Krusciov odiava Stalin per ragioni che probabilmente non avevano a che fare con la morale. Cominciò una politica chiamata destalinizzazione, che consisteva nel denunciare pubblicamente il male fatto da Stalin. Non tutto. Giusto una selezione ragionata. Fu allora che emersero due figure: Solzhenitsyn e Pasternak. Come Krusciov, anche Solzhenitsyn odiava Stalin. Aveva creduto nel socialismo e aveva conosciuto il gulag. Sia Solzhenitsyn che Pasternak, però, intuivano che Stalin era il prodotto del male vero e proprio, che era il socialismo.

Non credo che negli anni cinquanta ci fossero molti russi disposti ad andare così in fondo. Molti di quelli che avevano fatto la rivoluzione erano ancora vivi. Il comunismo aveva riempito la vecchia Russia di industrie. Aveva sconfitto la Germania nazista. L’esame di coscienza che Solzhenitsyn e Pasternak chiedevano era insopportabile per la maggioranza dei cittadini sovietici. Era più adatto ai paesi dell’est europeo, che non erano arrivati al comunismo attraverso un evento di massa. Alcuni ungheresi, che avevano creduto quello che non era lecito credere, furono costretti a ripiegare le loro idee e rimetterle nel cassetto. La periferia dell’impero era meno coinvolta sentimentalmente, più aperta e, in fondo, meno illusa. Ma non abbastanza.

Pasternak morì esule in patria qualche anno dopo. Quanto a Solzhenitsyn, nel 1974 fu espulso dal paese. Andò a vivere negli Stati Uniti, dove trovò un’intellighenzia occidentale pronta a odiarlo.

Dalla metà degli anni sessanta in poi, non ci furono cambiamenti ufficiali per una generazione.

In effetti, le cose erano cambiate molto. Ma l’opinione pubblica in occidente non se ne accorse. Probabilmente, neanche i cittadini dei regimi comunisti se ne accorsero, se non quando videro la distruzione del muro di Berlino. L’idea prevalente era che i regimi fossero immutabili. Tutti i regimi: dittature, monarchie e democrazie. Sono o non sono. Una volta che sono, non cambiano. Molti lo sperano ancora oggi. Molti finiscono per crederci. E sbagliano. Ricordo un articolo di giornale che metteva a confronto le dittature fasciste e quelle comuniste. L’idea era che entrambe vivessero una vita immutabile. Veri fossili istituzionali. L’autore concluse che, mentre le dittature fasciste prima o poi finivano, solitamente per la morte del dittatore o per un colpo di stato da parte di un altro aspirante dittatore, quelle comuniste erano immortali. Era il 1989.

Perché non ci furono rivolte durante il segretariato di Krusciov, quando Pasternak e Solzhenitsyn furono ostracizzati, e quando fu costruito il muro di Berlino? L’ho detto prima. Perché la popolazione non era pronta. C’erano dubbi ma non raggiungevano una massa critica. C’era incredulità. E l’incredulità non porta alla rivolta. Porta all’inattività.

La rivolta arrivò soltanto una generazione più tardi. Quelli che buttarono giù il muro di Berlino nel 1989 non avevano conosciuto la rivoluzione. Non avevano combattuto contro i nazisti. Non diventavano sentimentali guardando le parate sulla piazza Rossa. Soprattutto, però, la rivolta arrivò in periferia. Iniziò in Polonia, in Germania Est, in Cecoslovacchia, non in Unione Sovietica. La bandiera rossa sul Cremlino fu l’ultima ad essere ammainata, il primo gennaio 1992.

La ritirata dell’Armata Rossa dall’Afganistan (ah, l’Afganistan!) fu il segno che il potere era zoppo. Quando il Cremlino contrastò Solidarnosc mandando Jaruzelski, la periferia dell’impero capì che il potere non era più terribile. Jaruzelski! Non i carri armati come in Ungheria. Non i treni carichi di deportati che andavano in Siberia. Non milioni di kulaki fatti morire di fame. Solo un malinconico generale riluttante con gli occhiali scuri.

Conclusione

Non mi aspetto una rivolta degli americani. Né per lo spionaggio di massa, né per le guerre, né per altro. Troppo presto. Troppi americani si commuovono davanti alla bandiera stelle e strisce. Troppi, anche tra i libertari, pensano che l’America di oggi non sia la stessa di ieri. No, non è la stessa. È la sua ovvia evoluzione. Il risultato logico. Era tutto lì fin dal giorno uno. La febbre imperialista comparve per la prima volta con la guerra del 1812. Non 2012. Non 1912. 1812! Due secoli fa. E la prima banca centrale è dello stesso periodo. Il resto è un derivato. Quello che è stato creato in due secoli e mezzo, non si può cancellare in pochi mesi, né in pochi anni. Tanto meno può essere cancellato da un mazzo di documenti. Occorre un esame di coscienza che solo un cambiamento generazionale può generare.

Non è vero che la vicenda dello spionaggio americano non sta producendo cambiamenti. La gente cambia. È solo che Gary North guarda nel luogo sbagliato. Dovrebbe guardare alla periferia dell’impero e poi più in là, fuori dall’impero. Potrebbe cominciare dando uno sguardo a sud di Rio Grande, ad esempio. In tutto il mondo, l’idea degli Stati Uniti come agenzia del bene è sempre più una curiosità confinata nei vecchi film di Hollywood.

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4 thoughts on “Di Generali Malinconici e Carciofi

  1. @ Enrico: Potresti annullare il commento di prima e sostituirlo con questo? Grazie.

    Gli Stati Uniti sono destinati subire una brutta fase di balcanizzazione (l’autosegregazione è già fin troppo evidente – Detroit ne è il caso esemplare per eccellenza). Interi quartieri di molte città sono stati colonizzati dai messicani a scapito degli ex abitanti neri (i bianchi erano fuggiti prima che arrivassero molti neri). Mentre le pulizie etniche tra gruppi di minoranza sono spesso caratterizzate da atti di aggressione, i bianchi colonizzano quartieri neri con il portafoglio. I primi ad arrivare sono spesso i gay bianchi, molti soldi e talento estetico. La gentrificazione la fanno loro, e, spianata la strada, arrivano altri bianchi in cerca di un quartiere interessante e a buon mercato. I prezzi salgono, e i neri vendono.

    Spero che questa separazione etnica si svolga in modo pacifico e consensuale, ma i poteri forti faranno di tutto per mettere gli uni contro gli altri.

  2. Grazie del favore.

    Oggi per fortuna non sono più i MSM a presentare esclusivamente la realtà ed è possibile distinguere tra propaganda mascherata di notizie e le notizie stesse. Dal momento che l’élite disprezza e odia l’americano medio bianco sarebbe meglio un esodo di questi ultimi.

  3. Apprendo soltanto adesso che Jaruzelski è morto. Io voglio rendere onore a questo uomo. Non per quello che ha rappresentato ma per quello che quelli come lui hanno intravisto nel corso di una vita e che non sono mai riusciti a spiegare completamente: che il potere dell’occidente è nelle mani di una massoneria.

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