Inflazione: Aspetti Economici della Dipendenza (I)


Prima parte

[Di Gary North. Estratto da An Introduction to Christian Economics. Traduzione di Enrico Sanna.]

Soldi e coca

Retrospettiva

Inflazione: in termini storici e teorici, tra tutti i pericoli dell’economia di libero mercato questo è il più grande. Eppure è uno di quegli argomenti che agli occhi del cittadino medio restano avvolti nel mistero. Se vogliamo tornare al libero mercato dobbiamo capire questo concetto elusivo, perché senza una comprensione profonda del meccanismo inflativo e dei suoi pericoli, continueremo a rimanere schiavi di un principio che significa furto e distruzione.

Questo saggio cerca di fare un paragone tra l’inflazione e un fenomeno fisiologico molto noto: la dipendenza dalla droga. Le somiglianze, fisiche e psichiche, sono notevoli. Devo però evidenziare, fin da subito, che un’analogia non è una spiegazione scientifica precisa. Nessuna analogia può dirsi rigorosamente esatta al punto da potersi sostituire al concetto originale. È però uno strumento istruttivo eccellente, e se non sostituisce un’analisi economica accuratamente ragionata, è comunque un supplemento sorprendentemente utile, che può aiutare un individuo a cogliere le implicazioni di un ragionamento economico.

Prima di cominciare il paragone, è d’obbligo dare una definizione dell’inflazione, così da avere una base su cui sviluppare l’analogia.

Una definizione efficace è quella offerta da Murray N. Rothbard, che forse è l’esperto di teoria monetaria più affidabile: l’inflazione è “l’aumento della massa monetaria nel sistema economico in misura superiore alla moneta metallica”. Una definizione migliore potrebbe essere questa, adottata per questo studio: “un incremento della massa monetaria in un sistema economico, punto”. Il livello dei prezzi è ciò che rivela l’esistenza dell’inflazione. L’unico fatto importante è se nuova moneta viene immessa nel sistema o meno, che si tratti di oro, argento, credito o carta.

Purtroppo molti economisti, e praticamente tutta la popolazione con loro, pensano che l’inflazione sia l’aumento dei prezzi. Le persone più pignole diranno che questo aumento dei prezzi riguarda la maggioranza dei beni economici per ragioni slegate da un disastro nazionale, come una guerra, in cui l’aumento è attribuito ad una crescita della domanda in aggregato per via delle mutate aspettative economiche. Altri economisti, ancora più pignoli, proveranno a definire l’inflazione in termini di crescita della massa monetaria superiore alla crescita dei beni e dei servizi aggregati di un’economia. Lo stesso Mises, nei suoi primi studi di teoria monetaria, impiegò una definizione che implicava la comparazione tra massa monetaria in aggregato e “bisogno di denaro” in aggregato. Abbandonò questa definizione negli ultimi anni di vita, e con buona ragione, come spiegò lui stesso:

Esiste oggi una confusione semantica profondamente riprovevole, se non pericolosa, che rende molto difficile per chi non è esperto capire la situazione reale. “Inflazione”, come era sempre chiamata ovunque e soprattutto in questo paese, significa un aumento della quantità di moneta e banconote in circolazione e dei depositi bancari su cui si possono emettere assegni. Ma oggi la gente chiama inflazione quel fenomeno che è la conseguenza inevitabile dell’inflazione, ovvero la tendenza all’aumento di prezzi e salari. Il risultato di questa deplorevole confusione è che non c’è più un termine per indicare ciò che causa l’aumento dei prezzi e dei salari. Non è rimasto più alcun termine disponibile per indicare quel fenomeno che in passato era chiamato “inflazione”. Da ciò segue che nessuno fa caso all’inflazione nel senso tradizionale del termine. Non possiamo parlare di qualcosa che non ha un nome, e perciò non possiamo combatterlo. Chi pretende di combattere l’inflazione in realtà sta combattendo la sua conseguenza inevitabile. L’impresa è destinata a fallire perché non attacca il male alla radice. Si cerca di calmierare i prezzi tenendo in piedi allo stesso tempo quella politica che ne causa l’ascesa. Finché questa confusione non sarà eliminata, l’inflazione non potrà essere fermata.

E l’inflazione causata dall’aumento nella massa monetaria di moneta metallica? Come nasce? Ci sono almeno due modi: (1) si scopre improvvisamente una gran massa di oro o argento; (2) si inventa un processo tecnico più efficiente per la produzione di metalli a costo più basso dell’attuale. Questo porterebbe ad immettere nuove scorte di denaro nell’economia, ma l’uso del metallo come moneta potrebbe essere bilanciato dal suo uso industriale (l’argento, ad esempio, è molto usato nell’industria fotografica), e ornamentale. Così nel lungo termine i costi non sono più bassi, né i profitti più alti, di qualunque altra industria. A causa di questi e altri limiti all’uso dei metalli come moneta, le sue variazioni quantitative sono relativamente insignificanti in termini inflativi o deflativi. Se l’inflazione prodotta dall’incremento della produzione metallica funziona esattamente come l’inflazione prodotta in altro modo, bisogna ammettere che questo genere di inflazione è di proporzioni molto più piccole ed è molto meno pericolosa, e pertanto la sua importanza per questo studio è marginale. Dal momento che avviene in un mercato libero, a differenza del credito e dell’inflazione monetaria, i suoi effetti sono meno aspri. Nel libero mercato, inflazione e deflazione causati dalla fluttuazione nella massa di moneta metallica sono fenomeni inevitabili di un mondo imperfetto, ma hanno poco peso. Gli effetti malefici si moltiplicano se l’uomo, mosso dalla mania di perfezionismo radicale e sotto la spinta dello stato, cerca di eliminare la deflazione o l’inflazione tramite l’imposizione di controlli statali sul meccanismo monetario.

Invece di pensare a quanto sarebbe caro e difficile produrre metalli preziosi, pensate a quanto sarebbe gloriosamente semplice per il governo stampare un’obbligazione o per una banca emettere un certificato di deposito. Il Tesoro potrebbe cominciare promettendo il riscatto di tutte le sue obbligazioni in metallo prezioso di un certo peso e purezza, procedendo a comprare i metalli dai produttori ed emettendo le obbligazioni come pagamento. All’inizio le obbligazioni, come i certificati delle banche, sono un pagherò, una ricevuta data in cambio di beni pagabili a domanda dietro presentazione della ricevuta. Finora tutto bene, ma la cosa non finisce qui. Ben presto, i rappresentanti del Tesoro realizzano quello che i padroni delle banche realizzarono centinaia d’anni fa: pochi vanno a riprendersi il proprio oro o argento. E quei pochi sono solitamente compensati da nuovi depositanti, così che le grosse scorte di moneta metallica non vengono mai toccate. E poi i pagherò di carta sono più facili da portare con sé, occupano meno spazio e, essendo riscattabili al cento per cento da istituzioni presumibilmente affidabili, circolano facilmente come se fossero l’oro o l’argento che rappresentano; forse più facilmente, considerate le tante proprietà della carta. Questi pagherò hanno le caratteristiche del denaro: sono accettate in cambio di beni.

Gli uomini del Tesoro vedono la grossa opportunità di comprare beni e servizi senza aumentare le tasse in modo visibile: possono stampare nuovi certificati che non corrispondono a riserve d’oro, ma che sono uguali a quelli ricattabili al cento per cento. I nuovi certificati sono uguali agli altri; sono scambiabili con beni con la stessa facilità con cui si scambiano i certificati onesti. Il governo stampa certificati per aumentare la propria spesa ed evitare di aumentare le tasse. Le spiacevoli ripercussioni politiche associate all’aumento della tasse sono così evitate. Le azioni dello stato sono motivate dalla filosofia secondo cui il governo può produrre qualcosa dal nulla, può creare ricchezza a volontà, semplicemente con la macchina da stampa. Il governo cerca di usurpare il ruolo di Dio quando crea ricchezza invece di difenderla. Rispetto alla moderna magia della creazione di denaro, l’antica svalutazione della moneta metallica appare amatoriale. Il cittadino privato che crea moneta è chiamato falsario; il governo che fa la stessa cosa sta facendo una politica monetaria progressista. In entrambi i casi il fine è lo stesso: ottenere qualcosa di valore con poca spesa. Il risultato è lo stesso: inflazione. Nel campo privato, con l’eccezione delle banche, la contraffazione è condannata dal governo perché è un furto. Nella sfera pubblica è accettata come un miracolo di politica illuminata.

Quello che fanno le banche è molto simile alla politica del Tesoro, e lo stato, che capisce che le banche sono un’eccellente fonte di prestiti, autorizza e addirittura incoraggia la contraffazione fraudolenta. Una banca, assumendo mediamente un limite alla riserva del dieci percento, può ricevere 100 dollari da un depositante, lasciare che emetta assegni su quella somma, e poi procedere a prestare 90 di questi dollari ad un’altra persona, dando la possibilità a quest’ultima di emettere assegni sullo stesso deposito! Voilà, inflazione istantanea al tasso di novanta centesimi per ogni dollaro. Ma questo è solo l’inizio. Chi ha preso il prestito mette i 90 dollari nel suo conto, nella stessa banca o in un’altra. Questo secondo deposito permette alla banca di emettere un altro prestito di 81 dollari, tenendo 9 dollari in riserva. Il processo continua finché dai 100 dollari iniziali vengono fuori 900 dollari in circolazione. Questa pratica è conosciuta come “monetizzazione del debito”, e le banche che la praticano sono dette “a riserva frazionaria”. Se poi i 100 dollari iniziali sono certificati del tesoro, allora la moneta è già stata pesantemente inflazionata dalla contraffazione di stato. Se è un assegno, è supportato solo dal dieci percento dei 111,11 dollari di un depositante precedente. Ad ogni modo, nel sistema economico si forma un’inflazione a piramide rovesciata, con alla base una percentuale sempre più piccola di metallo. La ha sempre meno valore e i prezzi salgono. Dubbi sulle dimensioni degli effetti di questa inflazione combinata, di banche e tesoro? Pensate che negli anni tra il 1834 e il 1859 il totale di moneta, depositi e metallo era mediamente meno di 18 dollari a persona, con un minimo di 6! Nel 1837, al picco del fenomeno, c’erano solo 2 dollari di metallo per ogni 18 dollari di carta, e le banche dovettero sospendere i pagamenti. Questo significa che anche allora la nazione era piagata da un meccanismo monetario basato su pagherò che non corrispondevano a nulla.

En passant: il dibattito tradizionale sulla cosiddetta “spirale salari-prezzi” è completamente fuori luogo. I sindacati accusano le dirigenze dei costi crescenti dei beni prodotti, mentre le aziende danno la colpa ai sindacati dicendo che sono loro la causa dell’aumento dei prezzi, perché l’aumento del costo del lavoro obbliga la dirigenza aziendale a passare questo aumento ai consumatori. Entrambi hanno torto. Senza la contraffazione, che è denaro prodotto dalle banche a riserva frazionaria, e senza certificati del tesoro nulli, né il lavoro né il capitale potrebbero spingere continuamente i prezzi all’insù. Ad un certo punto i lavoratori vanterebbero pretese che li metterebbero fuori dal mercato, obbligando le dirigenze a licenziare. E se le imprese facessero prezzi troppo alti il pubblico passerebbe alla concorrenza. No, la spirale salari-prezzi è solo un sintomo dell’inflazione; è il risultato diretto, non la causa, dell’inflazione. Bisogna ammettere che la coercizione dello stato che sta dietro le richieste dei lavoratori ha reso i sindacati una delle fonti maggiori di quella pressione che fa salire continuamente i costi, come arguisce Henry Hazlitt nel capitolo 42 del suo libro What You Should Know About Inflation. Ma questo non dovrebbe impedirci di vedere la causa: la contraffazione operata dal Tesoro e dalle banche a riserva frazionaria sotto la protezione dello stato.

Dunque, quali sono gli effetti dell’inflazione sul sistema economico? Spero che si riesca a capire meglio la spiegazione facendo un paragone con la tossicodipendenza. Il paese che si fa una pera di inflazione, come quelle che gli Stati Uniti si fanno da un secolo, è destinato a soffrire tutti gli effetti che inevitabilmente accompagnano la dipendenza. Ci sono almeno sei punti in cui la dipendenza umana e quella economica si assomigliano.

1. Entra la “Roba”

Capire questo punto è molto importante. Il denaro appena stampato non compare simultaneamente e in somme uguali, per qualche miracoloso decreto, nelle tasche di tutti, così come un quantitativo uguale di molecole di droga non compare simultaneamente in tutte le cellule del corpo di un tossico. I conti in banca non crescono di cinque dollari dall’oggi al domani. Ci sono persone e imprese, quelle più vicine al Tesoro e alle banche, che ricevono il denaro fresco prima di altri, o sotto forma di pagamenti per servizi o sotto forma di prestiti. L’inflazione entra nell’economia in un certo momento, o in certi momenti, e si diffonde; la droga entra nella vena del tossico e si diffonde in tutto il sistema. In entrambi i casi, la “roba” entra ad un certo punto e impiega qualche tempo per diffondersi.

Ma ci sono alcune differenze che non si possono ignorare. L’inflazione si diffonde in modo meno omogeneo della droga. Il reddito di chi riceve la moneta per primo sale immediatamente, così che può comprare beni al prezzo di ieri. Può acquistare più di quelli che ancora non hanno ricevuto la nuova moneta creata dal nulla; questi ultimi non possono più competere con i possessori del denaro contraffatto. Poiché i prezzi di ieri erano stati impostati dai venditori in modo tale da vendere tutta la scorta di ogni bene al massimo profitto, accade che le ditte o gli individui che possiedono il denaro appena prodotto o aiutano a vendere, lasciando senza possibilità chi vorrebbe acquistare beni ad un certo prezzo, oppure si trovano nella condizione avvantaggiata di poter acquistare ad un prezzo più alto, costringendo gli altri ad abbandonare il campo. Il primo gruppo guadagna, senza dubbio, ma solo a spese del secondo, quello che non può più acquistare per colpe non sue. Su questo secondo gruppo ricadono i costi, che sono nascosti ma che comunque ci sono. È un gruppo formato da persone che hanno un reddito relativamente fisso (pensionati, dipendenti pubblici, piccoli imprenditori), costrette a limitare la spesa per via dell’inflazione dei prezzi.

Diffondendosi, l’inflazione cresce rapidamente per via della riserva frazionaria descritta più su. I prezzi crescono in modo disuguale, favorendo le industrie che ricevono la nuova moneta per prime. Chi resta fuori, comincia a contrarre la propria attività, fino alla chiusura.

È chiaro che l’inflazione non crea ricchezza. Semplicemente la ridistribuisce dalle tasche di chi guadagnava prima dell’inflazione a quelle di chi guadagna dopo. Lo stato può finanziare i propri bisogni senza aumentare le tasse visibili; le banche possono fare più prestiti senza aumentare il tasso di interesse (nel breve, ma non nel lungo termine). Inflazionando, lo stato impone una tassa invisibile e imprevista su chi non può pagare ai nuovi prezzi, che così è costretto a limitare gli acquisti; la banche, inflazionando, obbligano quelli che non si servono del credito bancario a consumare il proprio capitale per far fronte all’aumento dei prezzi, e questo tende ad attirare più persone e imprese verso lo sportello del credito. In ogni caso, qualcuno ne paga le spese. La ridistribuzione (e infine la distruzione) di ricchezza continua. Tutto questo deriva dal fatto che l’inflazione si diffonde nonin modo omogeneo, ma prima in alcuni punti e poi altrove.

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