Per l’Açaí, Contro lo Stato


[Di Valdenor Júnior. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 15 maggio 2014 con il titolo For Açaí, Against the State. Traduzione di Enrico Sanna.]

Frutti di açaí.

Come tutte le persone nate nello stato di Para, anch’io amo l’açaí (pronunciato assaì). Tutti i paraensi, a prescindere dallo status socio-economico, lo mangiano. È una realtà innegabile della vita nello stato di Para. Se vivi nella capitale, Belem, açaí ti ricorda costantemente che sei nell’Amazzonia, così come gli aironi in centro città.

Açaí, preparato secondo la tradizione, è così amato nello stato di Para che c’è una canzone che dice così: “Chi va a Para si ferma, mangia l’açaí e rimane.”

L’açaí che si vende a Para non è lo stesso che si vende in tutto il Brasile. Il suo aroma vero lo si può trovare solo nella forma pura preparata qui, non in quella diluita e miscelata che si vende altrove.

Data la richiesta, chi può avere interesse a minacciare l’açaí tradizionale? Lo stato, ovviamente.

Nel 2010 fu presentato un disegno di legge che imponeva la “Pastorizzazione obbligatoria della polpa di açaí.”

Il primo paragrafo dice tutto:

“§1 La polpa derivata dal frutto dell’aizeiro (Euterpe oleracea) deve essere sottoposto a pastorizzazione secondo regolamenti specifici, con l’obiettivo di prevenire la trasmissione di malattie agli esseri umani.”

Il commercio di açaí non pastorizzato (tradizionale) sarebbe stato punibile, la prima volta, con una multa di 1.000 dollari, con il servizio civile e 2.500 dollari di multa la seconda, e con la chiusura dell’attività la terza.

A giustificazione fu citata una malattia chiamata chagas. A difesa del provvedimento, il proponente disse che mangiare açaí non pastorizzato, come accade soprattutto in Amazzonia, “potrebbe diventare un problema di salute pubblica di grosse proporzioni, [perciò] sentiamo che è importante rendere obbligatoria la pastorizzazione della polpa di acaizeiro.” Come notò Flavio Pinto, “i paraensi usano l’açaí da così tanto tempo” che la legge non ha alcun senso. Tanto più che “i venditori adottano già” misure di igiene e di qualità.

La proposta era talmente assurda che la sua approvazione avrebbe reso illegali i “punti vendita tradizionali di açaí in tutto lo stato di Para.” I piccoli ritrovi, “riconoscibili dall’insegna viola, arrivano a 4.000 solo nell’area metropolitana di Belem.” Secondo il Sindacato dei Lavoratori della Frutta e Derivati di Para (Sindfrutas), “l’attività coinvolge oltre 100.000 famiglie soltanto nella regione”.

L’allora presidente di Sindfrutas, Solange Motas, mise in evidenza la perdita di posti che sarebbe risultata: “Il senatore Tiao Viana non ha idea di quanti posti si perderebbero in questa regione. Sappiamo di oltre 4.000 ritrovi che vendono açaí, solo nei dintorni di Belem,e in tutto lo stato il numero dovrebbe superare i 10.000. Il progetto di legge impedirebbe a queste persone di lavorare. È una legge con mille difetti, come si vede già dal testo.”

Comunque la si veda, la proposta era stupida. Dalle drastiche interferenze con le tradizioni locali ai problemi seri che avrebbero avuto migliaia di piccoli commercianti, era chiaramente una legge ingiusta e completamente staccata dalla realtà locale. La ragione prevalse e la proposta di legge, fortunatamente, fu bocciata.

Ma non dobbiamo fermarci qui. È spaventoso che un senatore federale, a migliaia di chilometri dallo stato di Para, abbia il potere (e la faccia tosta) di proporre un disegno di legge in grado di interferire così pesantemente con le tradizioni locali. È spaventoso il fatto che il parlamento nazionale di Brasilia abbia il potere di passare una legge del genere in grado di alterare profondamente la vita dei paraensi. È chiaramente assurdo pensare che i paraensi, che mangiano açaí da tantissimo tempo, abbiano bisogno di Brasilia per evitare di morire di Chagas.

Certo, potrebbero esserci contaminazioni, occorrono standard di sicurezza sanitaria, ma niente può giustificare la messa al bando dell’açaí non pastorizzato, e niente può togliere all’individuo la libertà di scelta.

È ora di togliere dalle mani del governo la capacità di decidere cosa possiamo e non possiamo mangiare. Dobbiamo impedirgli anche solo di concepire una disegno di legge di quella natura e la possibilità di interferire profondamente con l’attività dell’Amazzonia. Ad essere sinceri, dovremmo approvare una clausola valevole per l’eternità: il diritto inalienabile di mangiare e vendere l’açaí come ci pare. Il diritto ad un açaí che non abbia il gusto amaro dello stato.

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