Sul Dovere della Disobbedienza Civile (III)


[Di Henry David Thoreau. Originale inglese scritto nel 1848. Testo italiano pubblicato su Panarchy.]

Terza parte (Prima parte qui. Seconda parte qui)

Quando dialogo con i più indipendenti dei miei vicini, ho l’impressione che, qualsiasi cosa essi possano dire riguardo l’ampiezza e la serietà del problema, e la loro preoccupazione per la pace pubblica, il succo della questione è che essi non possono fare a meno della protezione dell’attuale governo e che hanno paura delle conseguenze che deriverebbero alle loro proprietà e alle loro famiglie in caso di disobbedienza. Per parte mia, non mi attrae proprio l’idea che debba mai confidare nella protezione dello Stato. Ma se mi rifiuto di accettare l’autorità dello Stato quando mi presenta il conto delle tasse, sono certo che quanto prima esso esproprierebbe e porterebbe alla rovina tutte le mie proprietà, e tormenterebbe me e i miei figli all’infinito. La qual cosa è dura da sopportare. Ciò rende impossibile ad una persona vivere onestamente, e al tempo stesso confortevolmente, sul piano materiale. Non varrebbe la pena accumulare proprietà; la cosa sicura è che esse ci sfuggirebbero di mano. Devi vivere in affitto o occupare un pezzo di terra da qualche parte, ottenere un piccolo raccolto, e consumarlo al più presto. Si deve vivere per sé e fare sempre affidamento su sé stessi per qualsiasi eventualità ed essere pronti a ripartire da zero e non occuparsi di molte faccende. Una persona può diventare ricca persino in Turchia, basta che sia, in ogni caso, un suddito diligente del governo Turco. Confucio ha detto: “Se uno Stato è governato dai principi della ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato dai principi della ragione, ricchezze e onori sono oggetto di vergogna.” No: fino al momento in cui esigo che la protezione dello stato del Massachusetts si estenda a me in qualche lontano porto del Sud, dove la mia libertà corre rischi, o fino a quando sono orientato unicamente a costruire una proprietà con mezzi pacifici, mi posso permettere di rifiutare di obbedire allo stato del Massachusetts, e alle sue pretese sulla mia proprietà e sulla mia vita. Mi costa meno, in tutti i sensi, incorrere nell’ammenda che si applica in caso di disobbedienza allo Stato di quanto non mi pesi obbedire. In quest’ultimo caso mi sentirei come se valessi di meno.

Alcuni anni fa lo Stato si fece vivo con me per conto della Chiesa, e mi ordinò di pagare una certa somma per il sostentamento di un predicatore della parrocchia che mio padre frequentava ma di cui io non sono mai stato membro. “Paga” – mi disse – “o sarai chiuso in prigione.” Io mi rifiutai di pagare. Ma, sfortunatamente, un’altra persona si prese la briga di versare la somma. Io non capivo perché il maestro di scuola dovrebbe essere tassato per mantenere il prete, e non il prete per mantenere il maestro, dal momento che io non ero il maestro statale, ma mi mantenevo attraverso il contributo volontario. Non capivo perché una associazione culturale non presentasse la sua fattura sotto forma di tassa, e non avesse lo Stato a sostenere la sua richiesta, come avveniva per la Chiesa. Ad ogni modo, su invito dei rappresentanti eletti, ho accondisceso a fare la seguente dichiarazione per iscritto: “Sia reso noto a tutti attraverso i qui presenti, che io, Henry Thoreau, non desidero essere considerato membro di una qualsiasi associazione registrata a cui io non abbia espressamente aderito.” Questa dichiarazione scritta l’ho consegnata all’impiegato comunale e adesso è presso di lui. Lo Stato, avendo quindi appreso che io non voglio essere considerato membro di quella chiesa, non mi ha più fatto richieste in materia; nonostante ciò affermò che doveva mantenere la sua originaria pretesa concernente la prima richiesta di pagamento. Se avessi saputo i nomi di tutte le associazioni registrate, mi sarei tolto da tutte, una per una, pur non avendo mai aderito a nessuna di esse; ma non sapevo dove trovare un simile elenco completo.

Per sei anni non ho pagato la tassa sulle persone (poll-tax). Una volta sono stato messo in carcere per una notte, proprio a causa di ciò. In cella, mentre osservavo le mura di solida pietra, spesse due o tre piedi, la porta di legno e ferro spessa un piede, e l’inferriata che faceva passare la luce, non potei fare a meno di essere colpito dalla stupidità di quella istituzione che mi trattava come se io fossi un pezzo di carne, ossa e sangue, da mettere sotto chiave. Mi stupivo che tale istituzione fosse alla fine arrivata alla conclusione che questo era l’impiego migliore riservato per me, e che non avesse mai pensato di avvalersi in qualche modo dei miei servigi. Mi resi conto che, se c’era un muro di pietra tra me e i miei concittadini, ce n’era un altro ancora più difficile da superare o da attraversare prima che essi potessero essere liberi come lo ero io. Neanche per un istante mi sentii confinato, e le mura sembravano un grande ammasso di pietre e malta. Ebbi la sensazione come se io solo, tra tutti i miei concittadini, avessi versato la tassa. Chiaramente essi non sapevano come trattarmi, ma si comportavano da persone incolte. Qualsiasi minaccia e qualsiasi parola gentile erano fuori posto; essi infatti ritenevano che il mio desiderio principale fosse di essere dall’altra parte del muro di pietra. Non potevo evitare di sorridere nel vedere con quanta cura essi chiudessero la porta a chiave per imprigionare i miei pensieri che li seguivano fuori di nuovo senza vincolo o impedimento, e questi erano davvero quello che c’era di pericoloso. Dal momento che non potevano arrivare alla mia persona, avevano deciso di punire il mio corpo; allo stesso modo che alcuni ragazzi, se non possono vendicarsi direttamente su qualcuno a cui portano rancore, se la prendono con il suo cane. Mi resi conto che lo Stato era un povero idiota, pauroso come una donna sola che trasporta argenteria, e che non sapeva riconoscere gli amici dai nemici, e allora persi qualsiasi rispetto che mi rimaneva ancora per esso, e lo compatii.

Quindi lo stato non si confronta mai volutamente con i sentimenti umani, intellettuali o morali dell’individuo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Non è attrezzato con spirito o onestà superiori, ma con una superiore forza fisica. Io non sono nato per essere costretto. Voglio assaporare la vita a modo mio. Vediamo chi è il più forte. Che potere di costrizione ha una massa? Solo coloro che obbediscono ad una legge superiore alla mia possono dettarmi degli obblighi. Mi spingono a diventare come loro. Non mi è giunta voce di individui veri costretti a vivere in questo o quel modo da masse di gente. Che sorta di vita sarebbe quella? Quando incontro un governo che mi dice: “La tua borsa o la tua vita”, perché dovrei affrettarmi a dargli i miei soldi? Potrebbe trovarsi in notevoli ristrettezze, senza sapere come venirne fuori: non ci posso far niente. Esso deve aiutarsi da solo, come faccio io. Non serve a niente piagnucolarsi addosso. Non sono responsabile per l’operato efficiente della macchina sociale. Non sono il figlio dell’ingegnere. Mi rendo conto che, quando una ghianda e una castagna cadono l’una accanto all’altra, la prima non giace inerte per fare posto all’altra, ma entrambe obbediscono alle loro leggi, e si schiudono, crescono e fioriscono al meglio, fino a quando una delle due, secondo il caso, mette in ombra e annulla l’altra. Se una pianta non può vivere secondo natura, muore; e così è per l’essere umano.

La notte che trascorsi in prigione fu una esperienza nuova e abbastanza interessante. Quando arrivai, i prigionieri in maniche di camicia stavano amabilmente conversando e si godevano sulla soglia la brezza della sera. Ma il guardiano disse: “Forza, ragazzi, è ora di chiudere”, e allora essi si dispersero e sentii il rumore dei loro passi mentre rientravano negli alloggi vuoti. Il guardiano mi presentò il compagno di cella come “una persona squisita e capace.” Quando la porta fu chiusa a chiave, costui mi mostrò dove appendere il cappello, e come cavarsela in prigione. Le stanze erano imbiancate una volta al mese; e questo, a dir poco, era il più bianco, il più semplicemente arredato e forse il più lindo alloggio in città. Naturalmente egli volle sapere da dove venissi, e cosa mi avesse condotto lì; e dopo averglielo detto, chiesi a mia volta come era accaduto che fosse in prigione, presumendo che fosse, di certo, una persona onesta; e, visto come va il mondo, credo proprio che lo fosse. “Perché – disse – mi accusano di aver dato fuoco ad un fienile, ma non è vero.” Da quanto potei scoprire, probabilmente egli era andato a dormire ubriaco in un fienile, e aveva fumato la pipa all’interno; e il fienile era andato a fuoco. Aveva la reputazione di essere una persona capace, era in prigione da circa tre mesi in attesa di processo, e avrebbe dovuto attendere altrettanti mesi; ma era abbastanza calmo e sereno, avendo vitto e alloggio gratis, ed essendo, a suo giudizio, trattato abbastanza bene.

Lui si mise ad una finestra ed io all’altra; e mi resi conto che se uno rimaneva a lungo in prigione, la sua occupazione principale sarebbe stata quella di guardare fuori della finestra. Ben presto lessi tutti gli opuscoli disponibili, ed ispezionai da dove erano evasi in  passato alcuni prigionieri, dove era stata segata una grata, e ascoltai la storia delle persone che si erano succedute in quella stanza; perché scoprii che anche lì c’erano una storia e dei pettegolezzi che però non circolavano mai oltre le mura della prigione. Con tutta probabilità questo è il solo edificio in città in cui si compongono versi, che sono poi stampati sotto forma di circolare interna, ma non sono pubblicati fuori. Mi fu mostrata una lista abbastanza lunga di versi che erano stati composti da giovani scoperti mentre tentavano la fuga, e che si erano vendicati cantando quei versi.

Spremetti quante più informazioni potei dal mio compagno di cella, perché temevo che non lo avrei più rivisto; ma alla fine mi indicò il mio letto, e mi lasciò il compito di spegnere la candela.

Rimanere lì per una notte fu come viaggiare in una terra lontana, che non avevo mai pensato di visitare. Mi sembrava di non aver mai prima di allora udito l’orologio del municipio battere le ore, né i rumori del villaggio la sera, dato che dormimmo con le finestre aperte che erano al di là dell’inferriata. Era come vedere il mio paese natio alla luce del Medio Evo, e la nostra Concord era trasformata in un fiume come il Reno, e le visioni dei cavalieri e dei castelli passavano davanti ai miei occhi. Erano le voci di vecchi abitanti del borgo che io sentivo nelle strade. Ero spettatore e ascoltatore involontario di tutto quello che si faceva e diceva nelle cucine della vicina locanda – e questa era una esperienza del tutto nuova e rara per me. Era una visione più ravvicinata del mio villaggio natale. Ero proprio all’interno di esso. Non avevo mai visto prima le sue istituzioni. La prigione è una delle sue istituzioni peculiari, poiché la nostra città è capoluogo di contea. Iniziai a capire di cosa si occupassero i suoi abitanti.

La mattina, attraverso una apertura nella porta, ci passarono la colazione in piccoli contenitori di latta di forma rettangolare, fatti su misura, e contenenti una pinta di cioccolata, con pane nero e un cucchiaio di ferro. Quando ci chiesero di riconsegnare i recipienti, fui così ingenuo da restituire il pane che mi era avanzato, ma il mio compagno fu svelto a prenderlo e disse che dovevo metterlo da parte per il pranzo o la cena. Poco dopo egli fu portato fuori della prigione per lavorare a falciare il fieno in un campo vicino, dove andava ogni giorno, e non sarebbe stato di ritorno fino a mezzogiorno; per cui mi augurò una buona giornata, dicendo che dubitava di rivedermi.

Quando uscii di prigione – perché qualcuno si intromise e pagò la tassa per me – non mi parve che fossero avvenuti grandi cambiamenti nella vita di tutti i giorni, come li poteva notare chi entrò ragazzo e ne uscì barcollante e coi capelli grigi; eppure un cambiamento di scena si era verificato ai miei occhi – riguardante la città, lo Stato, il paese – un cambiamento più grande che un semplice trascorrere del tempo potesse effettuare. Vidi in maniera ancora più chiara lo Stato in cui vivevo. Mi resi conto fino a qual punto le persone in mezzo a cui vivevo potevano dare affidamento come buoni vicini e amici; scoprii che la loro amicizia era buona solo quando faceva bel tempo; che essi non si curavano molto di comportarsi onestamente; che erano una razza differente dalla mia a causa dei loro pregiudizi e superstizioni, come lo sono i Cinesi e i Malesi i quali, nei loro sacrifici a vantaggio dell’umanità, non correvano rischio alcuno, nemmeno a scapito delle loro proprietà; che dopotutto essi non erano così elevati ma trattavano il ladro come il ladro aveva trattato loro, e speravano di salvarsi l’anima con una certa osservanza esteriore delle regole e alcune preghierine, e percorrendo, occasionalmente, un sentiero rettilineo ma senza sbocco. Questo potrebbe essere un giudizio severo verso i vicini; infatti credo che molti di loro non siano nemmeno al corrente dell’esistenza nel loro villaggio di una istituzione come la prigione.

In passato si usava, nel nostro villaggio, che quando un poveraccio indebitato usciva di prigione, i suoi conoscenti venivano a salutarlo, guardando attraverso le dita che erano incrociate a rappresentare le grate della prigione, chiedendogli: “Come va?” I miei vicini non mi salutarono subito, ma prima mi osservarono, poi si guardarono tra di loro, come se fossi tornato da un lungo viaggio. Io ero stato messo in prigione mentre mi recavo dal calzolaio per ritirare una scarpa che era stata riparata. Quando fui liberato il mattino dopo, ripresi le mie faccende da dove ero stato interrotto, e avendo calzato la scarpa riparata, mi unii ad un gruppo che andava per mirtilli, che era impaziente di porsi sotto la mia guida; e nel giro di una mezz’ora – perché ci volle poco a bardare il cavallo – mi trovavo nel bel mezzo di un campo di mirtilli, su una delle colline più alte dei dintorni, a due miglia dal nostro villaggio, e in quel momento lo Stato non era visibile da nessuna parte.

Questa è la storia completa delle “Mie Prigioni”.

Io non mi sono mai rifiutato di pagare la tassa per la manutenzione delle strade, perché desidero essere un buon vicino tanto quanto sono un cattivo suddito; e per quanto riguarda il sostegno alle scuole, sto facendo la mia parte nell’educare adesso i miei concittadini. Non è a causa di nessuna voce in particolare che mi rifiuto di pagare le tasse. Semplicemente mi rifiuto di obbedire allo Stato, perché desidero ritirarmi e stare concretamente lontano da esso. Non m’importa di sapere dove va a finire il mio dollaro, anche se lo potessi, fino a quando non serve a comperare un moschetto per uccidere un altro uomo – il dollaro è innocente. Ma, quello che mi riguarda è identificare gli effetti della mia obbedienza. Infatti, pacificamente e a modo mio, dichiaro guerra allo Stato, anche se ne faccio uso e ne traggo i vantaggi che posso, come è normale nei casi di guerra.

Se, per simpatia verso lo Stato, altri pagano la tassa che mi si chiede di versare, essi non fanno altro che compiere ciò che hanno già fatto nel proprio caso, o piuttosto si rendono complici di una ingiustizia in una misura superiore a quella richiesta dallo Stato. Se essi pagano la tassa per una errata premura nei confronti dell’individuo tassato, per salvare la sua proprietà, o prevenire che egli vada in prigione, è perché non hanno preso in esame saggiamente quanto essi permettano che i loro sentimenti personali interferiscano con il bene pubblico.

Questa è dunque, attualmente, la mia posizione. Ma in un caso simile uno non può essere troppo in guardia, altrimenti le sue azioni sono distorte dalla testardaggine o da una eccessiva considerazione per le opinioni altrui. La persona dovrebbe fare attenzione a compiere solo quello che gli spetta e al momento adatto.

Qualche volta penso: Ma perché, queste persone hanno buone intenzioni; esse sono solo ignoranti; agirebbero meglio se sapessero. Perché dare ai tuoi vicini la pena di trattarti come non sono inclini a trattarti? Poi rifletto di nuovo: Non c’è motivo di agire come loro, o di lasciare che altri soffra una pena più grande di natura diversa. Di nuovo, talvolta mi dico: Quando molti milioni di persone, senza animosità, senza cattive disposizioni, senza risentimenti personali di ogni tipo, ti chiedono solo alcuni scellini, senza la possibilità, secondo la loro costituzione, di ritirare o alterare la loro attuale richiesta, e senza la possibilità, da parte tua, di fare appello a nessun altro gruppo di esseri umani, perché esporsi indifesi a questa schiacciante forza bruta? Non si resiste al freddo e alla fame, alla tempesta e ai flutti, in maniera così ostinata; ci si sottomette pacatamente a migliaia di simili eventi ineluttabili. Non si mette la propria testa nel fuoco. Ma, nella misura in cui io considero questa non totalmente come una forza bruta, ma parzialmente una forza umana, e ritengo di essere in contatto con quei milioni di persone in quanto altrettanti esseri umani, e non con oggetti meramente bruti e inanimati, allora mi rendo conto che un richiamo è possibile, innanzitutto e subito, da loro al loro Fattore, e poi, da loro a sé stessi. Ma se metto la mia testa volontariamente nel fuoco, non c’è appello nei confronti del fuoco o di Colui che ha prodotto il fuoco, e devo prendermela solo con me stesso. Se potessi convincermi che ho ogni diritto ad essere soddisfatto con le persone come esse sono, e trattarle di conseguenza, e non, per certi rispetti, secondo le mie esigenze e attese riguardo al modo in cui essi ed io dovremmo agire, allora, come un buon Mussulmano e fatalista, dovrei cercare di essere soddisfatto con le cose come esse sono, e dire che questa è la volontà di Dio. E, soprattutto, vi è una differenza tra il resistere a questo e il resistere ad una forza puramente bruta o naturale. Nel senso che io posso oppormi a ciò con qualche risultato, ma non posso attendermi, come Orfeo, di cambiare la natura delle rocce, degli alberi e degli animali.

Non è mia intenzione litigare con nessun individuo e con nessuna nazione. Non voglio cavillare per distinzioni sottili, o darmi arie di essere meglio dei miei vicini. Potrei dire che cerco persino una scusa per conformarmi alle leggi del paese. Sono più che pronto ad adeguarmi ad esse. Davvero, ho ragione di sospettare di me stesso a questo riguardo; e ogni anno, quando l’esattore delle tasse fa il suo giro, mi trovo disposto a passare in rassegna gli atti e la posizione del governo federale e di quello statale, e lo stato d’animo del popolo, per trovare un pretesto che mi spinga a conformarmi alla legge.

“Dobbiamo amare la nostra patria come i nostri genitori,

E se mai smettiamo

Dall’amarla e dall’operare nel renderle onore

Dobbiamo pensare alle conseguenze e insegnare all’animo

Le questioni di coscienza e di religione

E non il desiderio di potere o di profitto.”

Credo che lo Stato sarà ben presto in grado di togliermi qualsiasi preoccupazione a tale riguardo, e allora non sarò un patriota migliore dei miei concittadini. Vedendo le cose da un punto di vista più basso, la Costituzione, pur con tutti i suoi difetti, è una costituzione molto buona; le leggi e le corti di giustizia sono strumenti rispettabili; persino questo Stato e questo governo Americano sono, per molti versi, davvero ammirevoli, e cose rare, da esserne grati, come è stato detto da molti; ma, visti da un punto di osservazione un po’ più alto essi sono come li abbiamo descritti; e se osserviamo il tutto da una posizione ancora più elevata, o da quella più elevata tra tutte, chi potrebbe affermare cosa essi siano, o se siano degni di attenzione o della benché minima considerazione?

Ad ogni buon conto, il governo non mi preoccupa più di tanto, e rivolgerò ad esso il meno possibile di pensieri. Non ci sono molti momenti durante i quali vivo sotto un governo, anche su questa terra. Se una persona ha uno spirito libero, un desiderio libero e una libera immaginazione, per cui quello che non è non gli sembra mai a lungo ciò che è, governanti o riformatori stolti non possono intralciarlo come il fato.

Io so che molti la pensano diversamente da me; ma coloro le cui esistenze sono, per professione, dedicate allo studio di questi o simili problemi, mi soddisfano come gli altri, poco o nulla. Uomini di stato e legislatori, sono così totalmente presi dall’istituzione, che non la esaminano mai in maniera diretta e distinta. Essi parlano di far muovere la società, ma, senza di essa non hanno nessuna leva su cui appoggiarsi. Possono essere persone di una certa esperienza e discernimento, e hanno senza dubbio inventato sistemi ingegnosi e persino utili, per i quali li ringraziamo sinceramente; ma tutta la loro sagacia e utilità giace all’interno di limiti non molto ampi. Essi continuano a dimenticare che il mondo non è governato dalla politica e dalla convenienza. Webster non esamina mai a fondo l’operato del governo, e quindi non può parlare di esso con autorevolezza. Le sue parole appaiono sagge per quei legislatori che non contemplano nessuna riforma radicale nel governo attuale; ma a coloro che riflettono e a quelli che fanno le leggi per i tempi a venire, egli appare come uno che non dedichi al problema nemmeno una occhiata di sfuggita. Conosco alcuni le cui riflessioni calme e sagge su questo tema mostrerebbero subito i limiti della sua mente in termini di capacità e ampiezza di conoscenze. Eppure, a paragone con la rozzezza della maggior parte dei riformatori, e con la saggezza ed eloquenza ancor più a buon mercato dei politici in genere, i discorsi di Webster sono quasi le sole parole ragionevoli e apprezzabili, e noi di ciò ringraziamo il cielo. In confronto agli altri egli è sempre forte, originale e, soprattutto, concreto. Detto questo, va aggiunto che la sua dote non è saggezza ma prudenza. La verità sostenuta dall’uomo di legge non è la Verità, ma la coerenza o un coerente convenienza. La verità è sempre in armonia con sé stessa, e non ha come scopo principale il rivelare la giustizia che potrebbe consistere con il fare del male. Webster ben merita di essere chiamato, come è stato, il Difensore della Costituzione. In effetti, i suoi atti più importanti sono difensivi. Egli non è un condottiero ma un gregario. I suoi capi sono gli uomini dell’87. “Non ho mai preso l’iniziativa,” egli afferma “e non mi sono mai proposto di prendere l’iniziativa; non ho mai incoraggiato e non intendo mai incoraggiare qualsiasi tentativo inteso a disturbare le disposizioni assunte originariamente, attraverso le quali vari Stati entrarono nell’Unione.” Pensando ancora alle sanzioni che la Costituzione commina a coloro che vogliono mantenere la schiavitù, egli dice, “Poiché faceva parte del patto originario, – lasciamo che rimanga.” Nonostante il suo speciale acume e abilità, egli è incapace di estrarre un fatto dalle sue relazioni prettamente politiche, e osservarlo nella sua peculiarità, pronto ad essere esaminato dall’intelletto – che cosa, ad esempio, deve fare una persona qui in America a proposito della schiavitù; al contrario, egli si avventura, o è portato a dare una risposta totalmente priva di speranza, mentre professa di parlare libero da condizionamenti, e come un semplice cittadino – per cui c’è da chiedersi quale nuovo e rilevante codice di doveri sociali possa derivarne? Egli afferma: “Il modo in cui i governi degli Stati in cui esiste la schiavitù devono regolarla spetta al loro giudizio, sotto la responsabilità dei loro elettori, delle leggi generali della correttezza, umanità e giustizia, e di Dio. Le associazioni formate altrove, che sorgono da un sentimento di umanità, o da qualsiasi altro motivo, non hanno nulla a che fare con il problema. Essi non hanno ricevuto da me nessun incoraggiamento e mai lo riceveranno”.

Coloro che non conoscono una fonte di verità più pura, coloro che non hanno risalito il suo corso più oltre, rimangono fedeli, e saggiamente vi restano fedeli, alla Bibbia e alla Costituzione, e si abbeverano a queste fonti con umiltà e umanità; ma coloro che hanno l’occhio fisso a dove la Verità sgorga gocciolando pian piano in questo lago o in quello stagno, si preparano ancora una volta all’azione, e continuano il loro pellegrinaggio verso la sorgente.

Nessun legislatore geniale è apparso in America. Essi sono rari nella storia mondiale. Ci sono migliaia di oratori, uomini politici, persone eloquenti; ma colui che è capace di parlare risolvendo i problemi scottanti dei nostri giorni non ha ancora aperto bocca. Amiamo l’eloquenza fine a sé stessa, e non per la verità che può far emergere, o per il coraggio che può ispirare. I nostri legislatori non hanno ancora imparato il valore, in confronto al resto, del libero scambio e della libertà, dell’unione e della rettitudine, per una nazione. Essi non hanno inclinazione o talento per problemi tutto sommato modesti come la tassazione e la finanza, il commercio, l’industria e l’agricoltura. Se avessimo per guida solo l’arguzia verbosa dei legislatori del Congresso, senza le correzioni di rotta imposte dall’esperienza degli anni e dalle proteste effettive della gente, l’America non rimarrebbe al passo con le altre nazioni. Non avrei il diritto di dirlo, ma il Nuovo Testamento è stato scritto ottocento anni fa; nonostante ciò, dove è quel legislatore che possiede saggezza e talento pratico a sufficienza per avvalersi della luce che esso getta sulla scienza della legislazione.

Il potere del governo, anche quello a cui io sono pronto a sottomettermi – perché volentieri ubbidirei a coloro che sanno e possono fare meglio di me, e, in molte faccende, anche a quelli che non sanno né possono fare così bene – è ancora troppo impuro; per essere davvero giusto deve avere la sanzione e il consenso dei governati. Non può avere diritti esclusivi sulla mia persona e proprietà tranne quelli che io gli concedo. Il progresso da una monarchia assoluta ad una costituzionale, da una monarchia costituzionale ad una democrazia, è un progresso verso il pieno rispetto dell’individuo. Anche il filosofo Cinese fu abbastanza saggio da considerare l’individuo come la base dell’impero. È la democrazia, come la conosciamo attualmente, la forma definitive di governo? Non è possibile fare un passo in avanti riconoscendo e organizzando i diritti della persona? Non ci sarà mai uno Stato davvero libero e illuminato fino a quando esso non riconosce l’individuo come un potere superiore e indipendente, da cui tutto il suo potere e autorità derivano, e tratti l’individuo secondo questo principio. Mi piace immaginare l’esistenza di uno Stato che finalmente si possa permettere di essere giusto verso tutti e tratti l’individuo con rispetto come un vicino di casa; uno Stato che non pensi che sia addirittura incompatibile con la propria tranquillità il fatto che alcuni decidano di vivere in disparte, non immischiandosi né facendosi sopraffare da esso, avendo assolto tutti i loro doveri di vicini e di esseri umani. Uno Stato che producesse questo tipo di frutti, e cadesse non appena fosse giunto a maturazione, preparerebbe la strada per uno Stato ancora più splendido e glorioso, che pure ho immaginato ma che non ho ancora visto da nessuna parte.

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