Le Riforme di Raul Come Strategia di Sopravvivenza


A Cuba non ci sarà cambiamento reale se non sarà accompagnato dal cambiamento politico

[Di Miriam Celava. Originale pubblicato su 14 y Medio il 20 maggio 2014 con il titolo Las reformas raulistas come estrategía de supervivencia. Traduzione di Enrico Sanna.]

carretillero

Trascorsi sei anni da quando il General-Presidente Raúl Castro ha preso il potere a Cuba, oggi si può dire che i cambiamenti legislativi sono stati tanti quanti quelli dei primi anni della Rivoluzione, e sicuramente molti di più di quelli attuati nei quattro decenni precedenti il “raulismo”.

Viste in prospettiva, le riforme rauliste sono significative e costituiscono, almeno in apparenza, una rottura rispetto all’ordine fidelista, contrassegnato da immobilismo. Questo grazie ad una serie di misure:

  • Le terre possono essere affidate in usufrutto ad agricoltori privati e a cooperative.
  • Sono possibili “forme di produzione non statale” ovvero “lavoro per conto proprio” (attività private), cosa che sopprime il monopolio statale dell’impiego.
  • È autorizzata la compravendita di immobili, automobili e altri beni, così come la possibilità di dare alloggio a cittadini cubani negli alberghi e nelle strutture turistiche che accettano moneta straniera.
  • È permessa la libera contrattazione della telefonia mobile e della connessione ad internet; oltre alla vendita, in negozi che accettano moneta straniera, di computer, stampanti e altre periferiche.
  • È stata riformata la legge sulla migrazione, una delle trasformazioni più radicali che elimina la “autorizzazione” che i cubani dovevano chiedere per entrare e uscire dal paese e estende la possibilità di rimanere all’estero fino a 24 mesi.
  • Più recentemente, la Legge sugli Investimenti Stranieri ha reso più flessibili alcune limitazioni delle leggi passate, promulgate negli anni novanta, pur mantenendo alcune rigidità.

Questi provvedimenti avrebbero dovuto costituire un cambiamento sostanziale in una società sottomessa ad un centralismo che finora ha annullato ogni parvenza di autonomia. Alcuni media stranieri magnificano il processo, esagerano gli effetti dei provvedimenti governativi fino a livelli da favola, come se si trattasse di un cambiamento vero e proprio. Purtroppo per i cubani questi cambiamenti sono stati più di facciata che reali. A livello macroeconomico, non ci sono stati benefici che indichino un’evoluzione positiva verso l’uscita della crisi. Al contrario, in questi ultimi anni si è vista una involuzione, non solo negli indicatori economici, ma anche nelle prestazioni sociali come la sanità e l’istruzione. La prima è stata severamente colpita dall’emigrazione di professionisti, grazie a contratti che significano grassi introiti in valuta straniera per il regime, in particolare tramite medici e personale tecnico vincolati alla professione. La seconda è stata colpita da una scarsa qualifica del personale, conseguenza, tra le altre cose, dei salari bassi.

Non è un segreto, neanche per i sostenitori più accaniti del poscastrismo mercantile, che i “cambiamenti raulisti” sono semplicemente la migliore strategia di sopravvivenza della castrocrazia, perché nessun cambiamento a Cuba sarà reale se non sarà accompagnato da una trasformazione politica.

L’Europa e altri centri del potere economico riassumono le loro aspettative in una sorta di corsa all’accesso a mercati quasi vergini prima che Stati Uniti e settori economicamente potenti legati agli esiliati cubani diventino protagonisti nell’isola. Intanto i nativi rimangono ostaggi di questi interessi e del governo che, nonostante tutto, continua a dominare la vita e l’economia. Ovviamente nessuno presta attenzione, come se il destino incerto di undici milioni di cubani fosse un castigo meritato o una semplice questione di “danni collaterali” nella battaglia per il mercato.

Ora per i potenti non si tratta di empatia con questo “popolo meraviglioso” e ridente che si vede nelle cartoline, un popolo che impugna indifferentemente il fucile o le maracas, secondo il caso, o che, come si è visto anche di recente, marcia allegro e sottomesso davanti al podio del potere ogni primo maggio. È una questione di chi arriva per primo, capitale in mano. I cubani, purtroppo, non hanno alcun modo di difendersi da questo altro potere, che è più grande di quello che lo ha tenuto in stato di sottomissione per oltre mezzo secolo. Apparentemente la rivoluzione cubana fu una perdita di tempo. Alla fine, il capitale trionfa sempre. E che viva il raulismo!

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2 thoughts on “Le Riforme di Raul Come Strategia di Sopravvivenza

    • A Cuba bisogna parlare così. Come dice il famoso pensatore E. Sanna, in casa del vescovo non si bestemmia.

      E poi bisogna vedere qual è la mano che porge il capitale. Molto probabilmente arriverà da Pocantico.

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