Perdenti


[Di Enrico Sanna]

Pertini nell’ottantadue

Hanno perso e sono tornati a casa. La nazionale di calcio italiana ha perso. Immaginate un alano danese che si spetascia sul pavimento di casa e dà le gengive contro la gamba del tavolo. Lo dico tanto per far capire cosa significa, per un italiano, vedere la nazionale di calcio perdere ai mondiali e tornare a casa senza neanche aver avuto il tempo di recitare un porcamiseria. Sono contento.

Non mi importa un fischio ritorto del calcio. Anni fa, capitava che andavo con gli amici a vedere le partite in notturna nelle sere d’estate. Cosa potevi fare? L’alternativa era girare da solo per le strade con le mani in tasca, oppure restare in casa a contare le gocce di sudore. Allora andavo. Però mi annoiavo. È per questo che sono contento? È per questo che la sconfitta della nazionale di calcio mi mette di buonumore? No. È per quello che il calcio, soprattutto quando la nazionale gioca nei mondiali, implica a livello politico. Mi preoccupa lo strascico.

Provate ad immaginare cosa sarebbe successo se la nazionale italiana di calcio fosse arrivata in finale. Immaginate la squadra che vince il mondiale. Immaginate il presidente del consiglio, chiunque capiti di essere in quel dato momento, che passa immediatamente al plurale inclusivum: “Noi abbiamo vinto. Abbiamo vinto i mondiali. Ce l’abbiamo fatta. Noi italiani siamo orgogliosi della nostra squadra. Questo dimostra che possiamo farcela. L’Italia è un grande paese. Siamo un paese che sa accettare la sfida e vincerla. Siamo orgogliosi di voi. Siamo come voi.” Immaginate tutti i paggi della corte, alti e bassi, vicini e lontani, propositori e oppositori, vincenti e perdenti, insomma tutto l’ambaradàn parassitario, che ulula la stessa giaculatoria. Olleeè ollaaà!

Per ragioni che ho esposto due paragrafi più su, non sapevo che c’erano i mondiali di calcio. L’ho appreso casualmente da Valdenor Júnior, che è brasiliano. Ma anche senza Júnior l’avrei capito comunque dalle bandiere. A differenza di quello che capita in(pochi) altri paesi, in Italia la bandiera nazionale non è la bandiera della nazione ma la bandiera della nazionale. Se vedi tricolori che sventolano da qualche parte che non sia la facciata del municipio e la caserma dei carabinieri, significa che la nazionale di calcio sta giocando in qualche angolo del mondo. Se ne vedi più di tre, significa che ci sono i campionati mondiali di calcio. Io ne ho contato una dozzina. Ergo, mondiali. Ma con entusiasmo in calo. L’ultima volta erano almeno il doppio.

I politici se ne fregano del fatto che gli italiani intendono amore per la nazionale di calcio e non per il governo nazionale. Nell’ammucchiata che segue la vittoria, uno finisce per andare a letto, indifferentemente, con il concetto sportivo e con quello politico del tricolore. Una coppa del mondo accende la promiscuità orgiastica più dell’alcol, del crack e di Cicciolina quando fu eletta in parlamento.

C’è un’immagine: la finale dei mondiali di calcio del 1982, con il presidente della repubblica Sandro Pertini seduto in tribuna assieme al re di Spagna Juan Carlos. Il poster di quel mondiale di calcio è l’immagine di Dino Zoff con la coppa del mondo in mano e Pertini con la pipa all’angolo della bocca. Dino Zoff, coppa. Sandro Pertini, pipa. Coppa, pipa. Zoff, Pertini. Dionisio, Cibele, Attis.

Immaginateli mentre si passano una coppa con l’intruglio preparato dallo stregone. Immaginate un’intera nazione intossicata per almeno un decennio. Uno di noi, uno di noi, uno di noi.

Quell’evento lanciò i politicos italiani nello spazio interstellare tra l’orsa maggiore e la cintura di Orione. La politica italiana assurse alla celebrità di una scultura di Michelangelo, una sinfonia di Verdi e una teglia di lasagne. La fauna parlamentaria non sa soffiarsi il naso senza un manuale d’istruzioni, ma è sempre pronta a congratularsi con se stessa ogni volta che un italiano fa una canzone di successo, salva un bambino in California o scopre un bacherozzo inedito nel Borneo. Hanno talento unidirezionale.

Così accadde allora. I mondiali lanciarono Pertini, il presidente più amato dagli italiani. Il nonnino d’Italia. E tutta la steppa della politicheria fiorì con lui. Non accadeva dai tempi di Mussolini a piazza Venezia. Ma d’altro canto il duce partiva avvantaggiato con una mascella da incanto dono di natura. Che se ne faceva dei mondiali di calcio?

Ecco perché sono contento che la nazionale abbia perso. Quel giorno ho avuto una rapida intuizione. Ho tenuto la finestra aperta. In Italia, tenere una finestra aperta quando gioca la nazionale di calcio è come scrutare uno per uno i neuroni di un popolo. Nessun sondaggio, per quanto accurato, possiede la stessa infallibilità. Ad un certo punto si è levato in aria un oooh sommesso, imbarazzante, come quando la tipa dà il due di picche al ragazzino. Poi il silenzio. Almeno per qualche tempo durerà.

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4 thoughts on “Perdenti

  1. Però a Mussolini, che scemo non era, i Mondiali non dispiacevano. Infatti la nazionale italiana ne vinse ben due nel “ventennio”: 1934 e 1938.
    Tutto torna, no? 🙂

  2. In effetti, poi, andando a ripensare a ciò che accadde nello sport dei decenni passati, si può tranquillamente affermare che i regimi (tutti, da quelli dittatoriali a quelli imperialisti fino a quelli cosiddetti democratici) hanno cercato di incrementare il nazionalismo con i risultati ottenuti nelle discipline più amate dal pubblico.
    Si pensi alle sfide Usa-URSS per il primato in sport come hockey su ghiaccio e basket; oppure ai già citati successi dell’Italia mussoliniana nel calcio; al doping di stato nei Paesi comunisti dell’est europeo, prima, e recentemente alle atlete cinesi superbombate nell’atletica e nel nuoto.

    Ancora oggi in tanti stati europei, ad esempio Francia e Germania, ci sono strutture statali simili ad accademie sportive, che hanno lo scopo di “creare” atleti di livello internazionale, segno che il potere valuta i successi sportivi della propria “nazione” in maniera simile ai successi in guerra, destinando cifre non trascurabili del bilancio statale.

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