Scienziati e Moralità


[Di Tibor Machan. Originale pubblicato su The Daily Bell il 2 luglio 2014 con il titolo Scientists and Morality. Traduzione di Enrico Sanna.]

Scienziato in laboratorio

Gli scienziati dedicano il proprio intelletto alla comprensione del mondo senza fare riferimento alla moralità; se la vita accade in virtù di forze impersonali della natura, apparentemente non c’è spazio per considerazioni del tipo: giusto sbagliato, buono cattivo. In altre parole, gli uomini sono impotenti. Così, per esempio, un comportamento immorale, o anche criminale, non dipende dalla persona ma dalle forze deterministiche, ineluttabili della natura. Anche la disonestà di alcuni scienziati, di quei pochi che falsificano i riscontri o ricorrono al plagio, è qualcosa che semplicemente accade, come una malattia o un terremoto. Si può solo esprimere disappunto, come si esprimerebbe disappunto per uno tsunami o un tornado. Ma non è colpa di nessuno. E anche il successo, ovviamente, non è altro che un evento impersonale, anche se benaccetto. Non è merito di nessuno; nessuno merita elogi.

Eppure, mentre molti scienziati sono intenti ad espungere la moralità o l’etica dalla vita umana (tutt’al più ammettono che l’uomo possiede tratti desiderabili e altri indesiderabili), gli stessi agiscono come se moralità e etica fossero una cosa importante. Come quando alcuni di loro, ad esempio ecologisti o climatologi, biasimano gli uomini per il riscaldamento globale o per qualunque altra cosa che essi imputano al comportamento irresponsabile degli uomini.

Rimproverano milioni di persone per il loro comportamento imprudente: accusano chi guida il SUV, non fa il riciclaggio, oppure ignora gli avvertimenti degli scienziati in materia di compatibilità ambientale. E poi, naturalmente, ci sono i medici che fanno le consuete ramanzine ai pazienti che ignorano gli avvertimenti in fatto di sovralimentazione, fumo e mancanza di esercizio. E ancora la diffusa disputa interna tra scienziati su chi ha ragione e chi torto in fatto di predizioni e proiezioni.

In breve, sebbene molti scienziati sostengano di non vedere alcuna differenza tra il comportamento umano e l’alternarsi delle stagioni, che semplicemente accadono a prescindere dalle scelte e dalle decisioni personali, spesso gli stessi si lasciano andare ad ammonimenti e accuse moraliste, supponendo così che l’uomo abbia capacità di scegliere, nel bene o nel male. Parlano di quello che sarebbe potuto accadere se gli uomini avessero agito così o cosà, come se credessero che le persone hanno il potere di agire diversamente da come agiscono realmente, ora o nel passato.

Questa incoerenza interiore di molti scienziati, che dimostrano un alto grado di moralismo in fatto di comportamento umano, passa completamente inosservata. C’è una sorta di silenzio garbato sull’argomento. Quando uno scienziato si lamenta per la scarsa attenzione che le persone prestano ai loro avvertimenti riguardo questo o quello, pochi, se non nessuno, si chiedono se l’uomo abbia possibilità di scelta. Apparentemente, è una questione di forze evoluzionistiche impersonali.

Quando un gran numero di scienziati che scrivono per pubblicazioni come, ad esempio, Science o Science News, rimprovera lo stato perché non aiuta la scienza dando più fondi, dimentica il proprio ragionamento deterministico che dice che la realtà non può essere cambiata. Che senso ha lamentarsi perché certi politici non scelgono di fare di più riguardo il riscaldamento globale e altri problemi? Dopotutto sono impotenti, no? E allora perché fare baccano? Perché lamentarsi? Perché rimproverare?

Il fatto che migliaia di scienziati evitino questo argomento appare intellettualmente confuso, se non decisamente disonesto. La maggior parte sostiene di essere una fonte affidabile di informazioni riguardo l’atteggiamento da assumere di fronte a molti problemi della vita, ma al tempo stesso confida nella nozione secondo cui tutto quello che facciamo è predeterminato e noi non possiamo cambiarlo decidendo di agire altrimenti.

La realtà è che forse gli scienziati, nonostante l’arroganza di tanti, non sono gli unici a dire qualcosa di utile che contribuisca alla comprensione dell’attività umana. Forse dovrebbero riflettere sul fatto che parte della realtà umana non può essere spiegata soltanto dal loro punto di vista inflessibilmente deterministico. Dopotutto, loro stessi non sono in grado di spiegare in termini strettamente deterministici perché fanno quello che fanno.

Forse dovrebbero prendere in considerazione il lavoro di uno dei loro colleghi, lo psicologo britannico Bannister, che fa notare come un pensatore teorico “non può presentare un’immagine dell’uomo che contraddica chiaramente il suo (del pensatore, es) comportamento nel presentare tale immagine” (Borger & Cioffi/Bannister [a cura di], Explanation in the Behavioural Sciences [Cambridge UP, 1970], p. 417).

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