Puzza di Falsità


[Di Theodore Dalrymple. Originale pubblicato su Taki Magazine il 29 giugno 2014 con il titolo A Miasma of Untruth. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Se ci sono persone irritanti, persone che offrono ragioni per indignarsi, sono i nostri benefattori segreti: pochi stati d’animo sono più gratificanti di una giusta indignazione. Per questo, in un certo senso, sono grato a l’Oréal, il colosso cosmetico francese, per aver istituito con l’Unesco il premio “Per le Donne nella Scienza”.

Nell’area arrivi dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi qualche tempo fa hanno appeso eleganti poster che pubblicizzano questo premio mostrando donne (soprattutto giapponesi) ai banchi di lavoro di un laboratorio, con su scritto a caratteri cubitali “La scienza ha bisogno delle donne”. Quando sono arrivato la settimana scorsa i poster erano ancora lì.

La scienza non ha bisogno di donne, non più di quanto abbia bisogno di feticisti, acrobati o somali. L’unica cosa di cui ha bisogno (se si può dire che un’astrazione come la scienza abbia bisogno di alcunché) sono gli scienziati. Se capita che sono anche feticisti, acrobati o somali vabbè; ma a nessuno passa per la testa di fare di tutto per assumere feticisti, acrobati o somali per il suo laboratorio unicamente per queste loro caratteristiche.

Uno dei principali motivi di vanto della scienza è che è universale, o che almeno si avvicina all’universalità quanto è permesso ad un’attività umana. Pochi anni dopo l’apertura del Giappone al mondo esterno da parte del commodoro Perry, gli scienziati del paese stavano già contribuendo alla nuova scienza della batteriologia al passo degli scienziati occidentali. Ma questo non significa che la scienza aveva bisogno di giapponesi. Avrebbe potuto andare avanti benissimo senza di loro.

Certo è vero che le donne sono demograficamente sottorappresentate tra gli scienziati, ma è così anche per altri gruppi (e questo significa, ovviamente, che altri sono sovrarappresentati). Le ragioni possono essere molteplici: mancanza di attitudine o interesse, ad esempio, o un sottile, deliberato ostruzionismo. Storicamente, però, i tentativi di reclutare scienziati sulla base di criteri demografici non hanno avuto successo, e sono stati portati avanti dai peggiori dittatori, che erano abominevoli per altri aspetti. Ingegneria sociale e ingegneria sono due attività diverse. Quando ti trovi su un ponte che collassa e sta per precipitare nel burrone, non è affatto consolatorio sapere che è stato costruito da un campione davvero rappresentativo della popolazione, e perciò è un vero e proprio monumento alla giustizia sociale.

Supponiamo che invece di la scienza ha bisogno delle donne, nell’area arrivi dell’aeroporto ci siano altri slogan basati sulla stessa logica: I pesi massimi di boxe hanno bisogno dei malesi, ad esempio, Il calcio ha bisogno di portieri nani, Il computo metrico ha bisogno di bisessuali, La pulizia dei gabinetti ha bisogno di mancini. L’assurdità del ragionamento sarebbe subito chiara. Essendo le categorie dell’attività umana pressoché infinite, l’ossessione con la rappresentanza demografica come criterio di correttezza o di giustizia sociale è praticamente senza fine. La voglia di correttezza sociale in questo senso può portare solo al conflitto perpetuo, come è successo con l’imposizione della democrazia parlamentare in quei paesi in cui la democrazia non era un prodotto della loro storia, e come ben presto accadrà anche al regime parlamentare dell’Unione Europea.

Che più donne nella scienza significhi un avanzamento scientifico più rapido non si sa. Forse sì e forse no. Più scienziati non significa necessariamente una scienza migliore, o anche più scienza. Le donne dovrebbero andare al posto degli uomini o in aggiunta? Un premio per le donne che fanno scienza è di per sé, anche se senza volerlo, condiscendente. La buona scienza è buona scienza, a prescindere da chi la fa; e questo premio ricorda la frase famosa del Dottor Johnson a proposito delle donne prete: sono come cani che camminano sulle zampe posteriori; non lo fanno bene, ma è sorprendente vedere che lo fanno.

Ma quello che mi ha irritato di più dei poster all’aeroporto è la loro sottile arroganza. Non puoi ribattere. Certo, non puoi mai ribattere alla pubblicità; io non posso far notare, ad esempio, che la Coca Cola, lungi dall’essere un ausilio ad una felice vita sociale, è una mistura grattabudella disgustosa dal colore immorale, ma almeno posso vendicarmi non comprando la roba. In ogni caso, sappiamo che la pubblicità commerciale non è intesa come un sondaggio sulla verità: generalmente, è il tentativo di farci desiderare quello di cui non abbiamo bisogno, un tentativo che fa andare il mondo economico. Se i consumatori dovessero decidere di comprare solo quello che gli occorre, farebbero più danni all’economia di interi grattacieli di banchieri che rubano i fondi degli azionisti!

Il problema dei poster nell’aeroporto è che sembrano la propaganda politica di un regime totalitario, fanno capire che non si può dissentire senza incorrere in pericoli e fastidi. Non voglio dire che viviamo letteralmente in un regime, che dobbiamo temere che qualcuno bussi alla porta a mezzanotte, ma che quei poster contribuiscono alla puzza di falsità, quel genere di falsità che sta diventando socialmente pericoloso, o almeno imbarazzante, far notare. Se dissenti dallo slogan finisci nella Geenna sociale dei reazionari, le cui urla di oltraggio possono essere soffocate semplicemente perché i reazionari sono quello che sono. Se dici che la scienza non ha bisogno di donne, deducono che tu voglia confinare le donne ai figli, la cucina e la chiesa, che sostieni l’obbligo del burqa (che renderei obbligatorio per le giovani inglesi che girano in centro città durante il venerdì e il sabato sera, anche se solo per ragioni estetiche e non morali o religiose).

Non avere la possibilità di ribattere alle falsità: è questa impotenza che alla fine potrebbe portare le persone a sposare le cause peggiori.

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