Rivoluzione o Secessione


[Di Enrico Sanna]

Rivoluzione. Presa del Palazzo d’Inverno?

Anni fa, durante una crisi di credibilità particolarmente corrosiva, la mafia siciliana decise di mostrarsi magnanima verso la popolazione e allentò le sue particolari attenzioni pecuniarie. Così prese la decisione di fare uno sconto sul pizzo. A chi pagava, diciamo, 300.000 lire al mese, improvvisamente decisero di offrire uno sconto: dieci, venticinque, anche cinquanta per cento in meno. Pare che in alcuni casi fossero arrivati ad un sistema di offerte libere: “Ci dia quello che vuole. Quello che in cuor suo ritiene giusto.” Come le questue.

La mafia si comportò con spirito commerciale invertito. Il calo della domanda, rappresentata dal consenso popolare, fu seguito da un calo dell’offerta, rappresentata dalle pretese dei picciotti. La crescita in termini di cortesia è conseguente.

La mafia si comportò anche con spirito politico. Nel senso del baratto del potere. Quando cala il consenso, il politico è disposto a fare concessioni che normalmente non farebbe. Meno potere in cambio del mantenimento del consenso.

Questo è il punto d’inizio di molti regimi. Il potere è limitato e le tasse sono limitate e il consenso è alto. Pensate agli Stati Uniti dei primi decenni, ad esempio, o all’Italia post-unitaria, o alla Germania post-unitaria. Molti regimi finiscono così. Quando il consenso cala, il potere è disposto a fare concessioni, solitamente finte, solitamente con l’inganno. Perché l’obiettivo è la conservazione del potere, lasciar passare la tempesta e poi riprendere.

Questo era ciò che la mafia siciliana voleva fare in un momento di crisi: lasciar passare la tempesta e poi riprendere come prima. Ci riuscì? Mica tanto. Pare che la tendenza attuale di molti siciliani sia verso il consenso ad un’altra cosca mafiosa, capace di dare stipendi a migliaia e lavori pubblici tanto danarosi quanto inutili: la repubblica italiana.

Luigi XVI fu l’ultimo re di Francia. Era pronipote di Luigi XIV, detto il Re Sole. Luigi XIV era un tiranno in regola, un vero satrapo senza gli occhi a mandorla ma con una ridicola parrucca di boccoli che sembrava il cantante dei Deep Purple. Gli storici dipingono Luigi XVI come una persona debole di spirito, eternamente crucciato, incapace di imporsi. Wikipedia descrive brevemente la prima parte del suo regno:

La prima parte del regno di Luigi fu contrassegnata da tentativi di riformare la Francia secondo gli ideali dell’illuminismo. Tra le altre cose, cercò di abolire la servitù, eliminare la taille (che nel nostro paese democratico e civile si chiama imu, es) e incrementare la tolleranza verso chi non era cattolico.

I giornali di oggi chiamerebbero Luigi XVI un riformista. I riformisti vogliono cambiare tutto perché tutto rimanga com’è. Cercano di mantenere il consenso perché sentono gli sta scivolando dalle mani. Cercano di mantenere il potere perché sentono che lo stanno perdendo. Questo è l’unico senso della realtà che gli si può attribuire.

I nobili si opposero alle riforme. Sapevano che a farne le spese sarebbe stato il loro status di parassiti. Sebbene fosse legalmente un sovrano assoluto, Luigi XVI dipendeva da una consorteria di nobili con i quali scambiava favori per il mantenimento del potere. Tutti i regimi hanno queste consorterie. Da soli non si reggono.

Il fallimento delle riforme fu un disastro per la monarchia. Fu una delle cause principali della rivoluzione francese. Un boomerang. Ai francesi era stato fatto sentire il profumo del riscatto. Soltanto il profumo. La rivoluzione fu il rilascio immediato e libero di secoli di rabbia profonda. Tocqueville, nel suo saggio L’Antico Regime e la Rivoluzione, cita una lettera scritta da un agricoltore ad un intendant (amministratore locale) poco prima della rivoluzione:

“Anche se da queste parti ci sono pochi nobili, non bisogna pensare che le terre siano esenti da rendite; al contrario, quasi tutti i feudi appartengono alla Cattedrale, all’arcivescovado, alla chiesa collegiale di Saint Martin, ai Benedettini di Noirmontiers e di Saint Julien, e altri ecclesiastici contro i quali l’usucapione non si può applicare, e che non fanno altro che tirare fuori vecchie pergamene che risalgono Dio solo sa a quando!

“Tutto il paese è infestato dalle rendite. La maggior parte dei terreni coltivati paga cinque chili di grano per acro, mentre altri pagano in vino. … Io so di rendite pagate in pane, cera, uova, maiali decapitati, cordoni di rose per livree, mazzi di violette e speroni dorati; e oltre a questi c’è tutto un insieme di doveri feudali.

“E che dire della tirannia delle tasse sui passaggi di proprietà? Uno esaurisce le sue risorse per acquistare una proprietà, ed è obbligato a pagare otto sous a documento in spese notarili, redazione del contratto, procès verbaux, sigillo, registro; dopodiché presenta l’atto al suo signore, il quale esige la sua tassa sulla spesa lorda, ora un dodicesimo, ora un decimo. So di persone che fanno pagare un terzo. No, le nazioni più feroci e barbare del mondo conosciuto non hanno mai inventato tali e tante tasse quanto quelle che i nostri tiranni hanno accumulato sulla testa dei nostri padri.”

Queste angherie colpivano soprattutto la borghesia, che era la parte più produttiva nella seconda metà del diciottesimo secolo francese. La rivoluzione francese fu una rivoluzione borghese. L’odio accumulato e poi rilasciato non si fermò alla distruzione della monarchia, ma andò avanti annientando tutto ciò che ricordava il passato, compreso il lessico, e, con una sorta di capitombolo ideologico, tornò nella posizione di partenza e produsse un’altra tirannia distruttiva.

Io trovo che questo sia il percorso di tante rivoluzioni di questi ultimi due secoli e mezzo. C’è un generale sfruttamento della maggioranza da parte di una minoranza, che è l’essenza del potere. C’è un potere che non può e non vuole cambiare. Ci sono alcuni tentativi di riforma, che servono a mantenere il potere e far credere di apportare migliorie per il popolo, e falliscono entrambi. C’è una sollevazione popolare. C’è chi intercetta la sollevazione popolare. C’è un nuovo tiranno.

Anche prima della rivoluzione russa ci furono diverse riforme, rappresentate soprattutto dal Manifesto d’Ottobre e l’istituzione della Duma nel 1905. Furono proprio questi miraggi ad esasperare i russi. Come i francesi più di un secolo prima, i russi erano quasi lì, o così pensavano. Fu proprio questo quasi ad esasperarli. Uno schiavo non nutre speranze. Ma uno che è quasi libero fa di tutto per prendere la libertà tutta quanta.

Ironicamente, lo stesso quasi buttò giù l’Unione Sovietica che era nata dalla rivoluzione d’ottobre. Le riforme di Gorbaciov crearono l’illusione, ma solo l’illusione. Perché il fine di ogni potere è di perpetuarsi, non di sciogliersi volontariamente.

Io credo che l’occidente oggi sta vivendo una situazione simile. I governi al di qua e al di là dell’Atlantico cercano di dare l’illusione di una riforma. L’illusione è tanta. I costi di più. I costi finiranno per travolgere l’illusione. Le riforme di cui si parla sono per metà illusorie e per l’altra metà pericolose.

Se dovesse passare la proposta di stampare nuovi euro, come certamente passerà, il risultato sarebbe una temporanea bonanza per un’élite di esportatori e di persone collocate nelle vicinanze della banca centrale europea. Io non credo che la maggioranza degli europei riesca a vedere il meccanismo. Probabilmente, molti gioiranno del fatto che i numeri delle esportazioni crescono, come se gli venisse qualcosa. Siamo arrivati al punto che i numeri sono oggetto di adorazione, come ai tempi di Pitagora. Sicuramente, però, vedranno l’inflazione dei prezzi che verrà dopo. Se capiranno le sue origini è tutto da vedere.

Tutte le riforme che propongono, e tutte quelle che proporranno, servono a perpetuare il potere. Tutte le riforme sono illusorie per volere della burocrazia, delle banche e delle grandi industrie, che sono l’equivalente moderno della nobiltà e del clero di Luigi XVI.

Alla fine le popolazioni occidentali faranno qualcosa. Sarà quando anche l’ultimo miraggio dell’ultimo partito euroscettico e dell’ultimo beppegrillo sarà evaporato. Sarà quando i piacioni come Obama, Cameron, papa Francesco e Renzi non incanteranno più. Una rivoluzione violenta? Non lo credo. E non lo spero. Una rivoluzione produrrebbe una tirannia peggiore. Come in Francia, in Russia, in Persia, a Cuba, in Cina e in mille altri posti. Anche Gerald Celente, in una recente intervista ha ammesso di aver preso un abbaglio quando, qualche anno fa, immaginò una rivolta violenta imminente negli Stati Uniti:

“Guarda le foto dei poveri negli anni trenta e guarda quelli di oggi. Oggi i poveri sono i più obesi, sempre con la scusa che il cibo è a buon mercato. Paragonalo al riso e fagioli. … Parliamo di livelli diversi. Gli Stati Uniti usano più psicofarmaci di qualunque altra popolazione al mondo. E siamo anche la nazione più obesa. [Chi immagina la rivoluzione] non ragiona. Non c’è alcuna rivoluzione.”

Niente rivoluzione. Io confido nel girovita e nell’apatia. Spero nella secessione dallo stato. Disobbedienza civile. Sembra un processo lento, infinito, ma ad un certo punto accelera e diventa travolgente. Il meccanismo è stato spiegato con una metafora da Lev Tolstoy:

Questa transizione da un’organizzazione della vita ad un’altra non accade per gradi, come la sabbia che passa nella clessidra un grano dopo l’altro. Somiglia più all’acqua che invade una barca. Dapprima l’acqua entra lentamente da un lato, ma quando la barca diventa più pesante improvvisamente comincia ad affondare, e si riempie quasi all’istante.

Lo stesso accade con il passaggio dell’umanità da una concezione, e dunque da un’organizzazione, della vita all’altra. All’inizio gli uomini attingono alla nuova verità, e la seguono con le loro vite, solo gradualmente e lentamente, e attraverso vie spirituali interiori. Ma quando la verità raggiunge un certo punto di diffusione, viene assimilata rapidamente da tutti, non per via interiore, ma, per così dire, involontariamente.

Questo è ciò che accadde nel 1989, un secolo dopo questi pensieri. La secessione dal potere.

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2 thoughts on “Rivoluzione o Secessione

  1. Certo è che l’istituzionalizzata femminilizzazione del maschio a opera dei poteri forti in Occidente ha come scopo quello di evitare un’eventuale ribellione popolare. Il futuro non lo conosce nessuno, ma mi preoccupa il fatto che i pronipoti dei vari Kaganovich, Zinoviev e Yagoda risiedano ora a New York, Miami e Los Angeles e serbino tanto rancore verso i kulak di oggi (gli americani di discendenza europea). Non escluderei a priori un altro Holodomor.

  2. Vero, ma non penso che sia un male. Una rivolta violenta giustificherebbe uno stato di polizia agli occhi di molti. Credo che siano in molti, tra quelli che sono al potere, a desiderare una rivolta. Ma la popolazione è cambiata rispetto a due secoli fa, e anche rispetto ad un secolo fa. Gli scioperi non finiscono più nel sangue, le manifestazioni “violente”, come quella del G8 di Genova, sono una pernacchia paragonate a quello che accadeva un tempo. Anche i fatti del 1968, tutto sommato, erano poco più che una sfilata di moda.
    L’uomo occidentale è diventato di indole più pacifica. Questo riguarda anche le forze di polizia e le forze armate. Non conosco un carabiniere, poliziotto o militare in grado di affrontare una vera e propria rivolta violenta. Per lo più sono persone che vengono dalle regioni meridionali, che si arruolano per lo stipendio fisso e perché lo stato ha tagliato loro ogni altra possibilità. Nel paese in cui vivo, la polizia locale non mette neanche le multe per divieto di sosta.
    Non conosco gli Stati Uniti, ma credo che la realtà non sia molto diversa. Un conto è uccidere una famiglia indifesa a migliaia di chilometri di distanza stando in una stanza con l’aria condizionata, e un altro è affrontare una folla inferocita, faccia a faccia, con la probabilità di trovare qualche parente. Gli eredi di Stalin possono fare quello che vogliono, ma non sono loro ad imbracciare il fucile.

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