L’Affare Bergdahl


Opinione di un Veterano

[Di Fred Reed. Originale pubblicato su Fred on Everything il 6 giugno 2014 con il titolo The Bergdahl Thing. Traduzione di Enrico Sanna.]

Iraq. Effetti dell’uranio impoverito.

Iraq – Effetti dell’uranio impoverito.

È facilissimo suggestionare il branco, il gregge. Basta un po’ di teatro. Una banda d’ottoni il quattro luglio, bandiere che garriscono nel vento, giovani soldati che marciano nella Via Centrale, il tum-tum-tum ritmico degli anfibi. Ecco qui la sensazione gloriosa di un obiettivo comune, il brivido adrenalinico del potere collettivo, tum-tum-tum. Una cerimonia marziale è roba che va alla testa, risveglia cose profonde e neuronali. Johnny marcia di ritorno a casa, urrà, urrà. Tutti assieme, una sola cosa, niente divisioni meschine. Il gregge ha le zanne.

Sempre il gregge. È nei geni. Il gregge. È sera, una scuola di villaggio, c’è il campionato di basket: Le luci vivide, la folla elettrizzata, le ragazze pon-pon come trottole, le gonne che volano. “Johnny, Johnny, il nostro uomo, se non può farlo lui non può farlo nessuno!” L’applauso selvaggio. I ragazzini schizzano in campo, svirgolano in azioni rapide e lisce, arroganti, fiduciosi. Un salto e il tiro, ssss! Sìììì! Obiettivo comune, unità.

Per i più grandi, l’anno prossimo in Afganistan. Johnny torna a casa barcollante, urrà, urrà, meno la sua gamba. Da quella distogliamo gli occhi.

Il gregge. In tutto il paese, in mille circoli di ex combattenti i veterani si raccolgono per la Giornata della Memoria e fanno discorsi patriottici. I soliti cliché sul sacrificio ultimo, la difesa della libertà, Dio, il dovere, la nazione, lo stile di vita americano. Gli ex combattenti sono persone amiche, decenti, dalle buone intenzioni… adesso, almeno. Se ci fosse un terremoto, andrebbero a tirare i feriti da sotto le macerie fino a cadere esausti. Non sono sofisticati. Ascoltano i discorsi patriottici con la sensazione di appartenete ad una banda di fratelli. Se dici loro che sono stati babbei, che sono stati fregati dagli esperti, usati, loro eruttano furiosamente, perché in qualche parte del loro animo lo hanno già sospettato.

Il gregge. Il branco. Colpiteli. Per Dio, per la democrazia, avanti soldati cristiani. Siamo la luce del mondo, il faro sulla collina, quello che tutto il mondo vorrebbe essere se solo condividesse i nostri valori. Noi, cavalieri in armatura in una landa selvaggia, noi combattiamo il fascismo, i nazisti, il terrore, l’Islam, non importa cosa purché ci sia sempre qualcosa da combattere, qualche male santificante.

Siamo molto simili ai nostri nemici. Noi non lo notiamo. Stiamo attenti a non notarlo. Guernica, il ghetto di Varsavia, Falluja, Nanchino, Dresda: tutto uguale. I soldati sono gli stessi, le guerre le stesse. Si combattono tutte sulle stesse basi morali irreprensibili. Combattiamo per la pace, la libertà, Allah, la Patria, la Madre Terra, la Casa, la bianca maternità cristiana. Non combattiamo per la Lockheed-Martin, o il petrolio. Oh no. Anche i babbei si rivolterebbero all’idea di morire per il greggio a basso tenore di zolfo, o per gli oleodotti del Caspio.

Di questi tempi la gente è impressionabile, e per questo nascondiamo i nostri orrori. Il popolo potrebbe avere i conati, dire: “No. Basta.” E poi non vogliamo scoraggiare gli arruolamenti. Nelle nostre Falluja non si vedono i corpi in putrefazione, i filmati degli sbudellati che cercano di strisciare via, dio sa dove, mentre muoiono dissanguati.

Non si vede Johnny con la sacca della colostomia, o cieco, o con tre monconi e un pezzo di braccio, o paraplegico, né mai, mai, sulla sedia a rotelle, paralizzato dal collo in giù, allungato sulle tavole, rivoltato di quando in quando per evitare le piaghe. La gente non vede, ma l’ho vista io, la fidanzata diciassettenne del giovane marine di Memphis, quando vide il suo promesso sposo irrimediabilmente cieco, metà della sua faccia una massa orribile di carne maciullata; e il suo pensiero ovvio: Gesù, Johnny, oh Johnny, come faccio? Avanti soldati cristiani.

Ai miei tempi ci preparavamo ad affrontare l’Unione Sovietica, l’Impero del Male, quello che spiava i suoi cittadini, torturava chi non gli piaceva, commetteva atrocità in Afganistan dove non aveva alcuna ragione d’andare. Noi amavamo l’Afganistan. Volevamo salvarlo dall’invasore comunista senza dio.

Per proteggere gli uomini dal comunismo ne abbiamo ucciso a milioni, arricchendo McDonnel-Douglass ma solo incidentalmente. Oggi falciamo il pianeta, e questa volta proteggiamo gli uomini dal Terrore uccidendoli con i droni.

Non pensiamoci. Dobbiamo rimanere una sola patriottica cosa, ricordiamoci dei Nostri Ragazzi che Servono l’America con altruismo. Offrite loro la possibilità di tornare a casa senza penalizzarli e vedete cosa succede.

Per obbligarli a combattere abbiamo inventato punizioni pesanti per la diserzione, il tradimento, l’ammutinamento. Pensano subito alla fuga questi uomini costretti a morire in guerre che per loro non significano nulla, in paesi remoti che significano ancora meno. Bisogna evitare le fughe. Da qui le grida di “Traditore!” e “Comunista!” e “Codardo!” L’istinto del branco è forte, ma l’istinto della salvezza è più forte. Deve essere soppresso senza pietà.

Bandiere al vento, tum-tum-tum, la banda, Stelle e Strisce per Sempre, magari un F-16 che ulula sopra le teste per far battere i nostri cuori, unità. I politici hanno parole di gratitudine per i Nostri Ragazzi.

Ma non esiste alcuna unità, e pochi sono grati. Gran parte del paese non è interessato alle guerre. La maggioranza non sa dov’è l’Afganistan. I ricchi, gli studenti di Yale in corsa per una carriera di I-banking, e già che ci siamo anche molti studenti delle superiori, non hanno mai visto una caserma e non vogliono vederla. I piccoli centri, le classi medio-basse del sud e dell’ovest: lì i babbei crescono fitti. Yale non ha mai sentito parlare della città di Cafonia. Non vuole sentirne parlare, non ne sentirà parlare.

Se i veterani si infuriano ogni volta che si devia dalla solita solfa fatta di nobiltà e sacrificio c’è anche un’altra ragione. Un uomo che è stato mutilato in una di quelle guerre che i neoconservatori di Washington fanno per hobby ha due scelte davanti a sé. Può credere disperatamente di essere diventato storpio per una causa giusta. Dio. Dovere. Nazione. Può credere di essere stimato. Può sperare, o pregare, che in qualche modo ne sia valsa la pena.

Oppure si rende conto di essere stato fregato, impapocchiato, coglionato. Sopportarlo può risultare pesante, molto pesante. Ed è peggio quando passano alcuni anni e la nuova generazione ti chiede: “Non c’era una guerra in Afganistan, o dov’era? In Africa, forse.”

Un uomo che uccide per il petrolio può sviluppare il sospetto che ciò che fa è semplicemente sbagliato. Gli esperti addestrano, condizionano i soldati a fare cose che persone civili troverebbero abominevoli. Se un veterano comincia a dubitare la moralità della guerra, diventa un semplice sicario. Questo non è piacevole. A nessuno dovrebbe essere permesso dire così. Potrebbe venirne un contagio.

Dio non voglia che i soldati comincino a pensare. Per un militare l’indipendenza di pensiero è pericolosa. L’addestramento serve soprattutto a prevenirla. Capita di rado che un soldato abbia il coraggio di capire che quello che fa è stupido e immorale, e decida di andare via. Bowe Bergdahl l’ha fatto. Lo dico da ex marine in Vietnam, membro a vita dell’associazione Veterani in Guerre all’Estero e Veterani Disabili d’America: Hai la mia ammirazione, Sergente Bergdahl.

Annunci

2 thoughts on “L’Affare Bergdahl

Scrivi un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...