Il Terzo Mondo Ha Bisogno di Portatili?


[Di Jim Fedako. Originale pubblicato su Mises Hispano il 26 giugno 2014 con il titolo ¿Necesita el Tercer Mundo más Portátiles? Traduzione di Enrico Sanna.]

Giamaicano in bicicletta

Tutto perché manca un cane. “Cos’è un cane?” chiesi.

Il giamaicano, un uomo di mezza età, sorrise: “Il cane è questo cosettino qui.” Si inginocchiò e indicò la ruota posteriore della sua bicicletta rotta appoggiata contro il blocco di cemento stuccato del muro che circondava il suo giardino ben curato. Si alzò, mi guardò negli occhi e mi chiese: “Può portarmene uno nuovo quando torna dagli Stati Uniti?”

Il mio amico aveva bisogno di un cane (il termine locale per il piccolo pezzo che tiene assieme la ruota) per aggiustare la bicicletta che usava per lavoro. I negozi locali di biciclette (praticamente baracche) non l’avevano. E anche se l’avessero avuto, il prezzo di un cane nell’isola sarebbe stato troppo alto per un lavoratore a giornata.

Certo che mi sarebbe piaciuto molto portargliene uno al ritorno, ma non ci sarebbe stato un ritorno perché il mio servizio nei corpi di pace degli Stati Uniti stava per finire. La bicicletta (un regalo di un parente generoso e benintenzionato del mio amico) era destinata ad arrugginirsi lentamente contro il muro, sotto la pioggia e il vento leggermente salato, e tutto perché mancava un cane.

Questo incidente fu una delle tante lezioni di economia del Terzo Mondo che ricevetti come volontario dei corpi di pace in Giamaica agli inizi degli anni novanta. Un altro incidente fu l’improvvisa interruzione delle lezioni di informatica che avevo iniziato in una scuola secondaria locale. Il cane tornò a mordere, stavolta sotto forma di una tastiera difettosa che mandò tutto a monte. Un PC da 1.500 dollari reso inutilizzabile dalla mancanza di una tastiera da 10 dollari.

Queste lezioni mi vengono alla mente ogni volta che sento parlare di computer portatili da dare a milioni di studenti in paesi del Terzo Mondo. L’idea suona meravigliosa, perfino utopica. Ma il cane morde e l’idea è destinata a fallire.

Cosa spinge il cane a reagire così? Sicuramente le strutture politiche e economiche dei paesi del Terzo Mondo (come la Giamaica). Ai tempi del mio servizio c’era un’economia giamaicana basata su un governo centralizzato e interventista, una presunta democrazia dove distretti elettorali blindati registravano vittorie inquietanti del 99%, un partito di governo che negli anni settanta manteneva relazioni strette con Castro, una nazione in cui i partiti politici dirigevano bande di trafficanti di droga per procurarsi fondi e ingessare il potere politico, un paese in cui bastava un tratto di penna per espropriare e nazionalizzare la proprietà privata.

I miei alunni giamaicani credevano che per risolvere ogni male del loro paese bastasse “chiedere soldi al presidente Bush [il vecchio]”. So perché. Gli aiuti americani raramente arrivavano alle piccole scuole di campagna. Erano troppi i burocrati affamati di dollari alla guida di Ford ultimo modello in giro tra gli enti pubblici, e troppe le ong della capitale Kingston, perché i soldi potessero passare. E se anche fossero passati non sarebbe cambiato nulla; i soldi sarebbero andati ai PC mentre era il cane che ne aveva bisogno. Mises spiegò tanto tempo fa questa incapacità dei pianificatori centrali di portare una qualunque economia in una direzione che non sia la Strada Maestra del Caos.

Le cose erano aggravate da un cambio ufficiale della moneta giamaicana del 30% più basso di quello del mercato nero. Questo, assieme ai dazi assurdi e alle politiche inflazionistiche, andava ad aggiungersi al prezzo che il mio amico poteva pagare per il cane di cui aveva bisogno.

Tutto ciò generava una serie di attività contraddittorie, gomito a gomito, tipiche del Terzo Mondo: acqua e energia elettrica a tariffe inaccessibili che obbligavano gli abitanti ad intercettare acquedotti e cavi, senza che nessuno si preoccupasse perché tanto erano servizi statali; alberghi turistici (in gran parte esenti da dazi e quote) ed enti pubblici rigurgitanti di ogni genere alimentare mentre ai negozi locali mancava l’essenziale.

Questa è la vita nel Terzo Mondo.

L’idea del portatile è destinata a fallire. La cosa peggiore è che, essendo il fallimento un risultato della politica, i costi, come al solito, ricadranno sui contribuenti. Qualcuno guadagnerà vivendo come una remora, mangiando ciò che avanza delle vittime di uno squalo governativo pieno come un otre. A dire il vero, l’idea del portatile sembra il risultato degli sforzi di una remora che sussurra all’orecchio del suo adorato squalo, spingendolo all’attacco, così da avere altri avanzi senza sforzo.

Alla popolazione degli Stati Uniti sarà spacciato il presunto beneficio di fornire di portatili gli studenti poveri del mondo, nell’attesa, come Polyanna, che sorga il sole dell’utopia educativa mondiale. Un’alba che non arriverà mai.

Questa visione ha molti difetti. Primo, anche se la soluzione viene spacciata come il risultato di donazioni altruiste, ci sono organizzazioni governative e pseudo-governative (come la Banca Inter-Americana per lo Sviluppo) che attendono il loro momento. Con gli squali all’attacco, e le remore al seguito, l’ipotesi di un fallimento è impossibile. Il programma non varrà una merda, ma questo per il governo non significa fallimento. Significa solo che bisogna investire di più, mandare altri portatili, ancora, ancora. Fallimento? Quale fallimento?

Altro problema, in aggiunta agli altri, è il piccolo cane incluso in ogni dispositivo elettronico. Una volta che questo cane si guasta, il portatile finisce in un armadio a prendere polvere. Molte macchine sono destinate a guastarsi, non importa con quanta cura gli studenti le trattino. E senza capitali per le riparazioni, senza un’economia basata su frontiere libere da dazi e quote, i cani di ricambio non arriveranno mai ai portatili guasti.

Se volete aiutare il giamaicano che piange per il suo cane e gli studenti che lottano all’estero, aiutando allo stesso tempo i contribuenti e i consumatori americani, lasciate che cresca il libero mercato, a livello internazionale e locale. È una soluzione semplice che con il tempo, con le continue interferenze dello stato, è diventata un problema complesso. Una volta che si inizia ad aprire le frontiere, lasciando che i beni circolino liberamente senza barriere, dazi e quote, l’ingegno umano farà il resto per trovare la strada giusta.

Certo occorrerà del tempo perché le strutture dei capitali dei paesi poveri si trasformino da vittime dei sistemi dispotici a strutture che rispondono ai desideri dei consumatori di tutto il mondo. Capitalisti e imprenditori, inoltre, dovranno convincersi che un nuovo sistema sociale è la miglior cosa per tenere i loro progetti al riparo dalle appropriazioni dello stato. E non è impresa da poco.

Questo processo non avverrà dalla notte al mattino, né sarà indolore. Ma questo dolore immediato porterà ben presto alla comparsa di cani a basso prezzo per il lavoratore giornaliero che ha bisogno di un mezzo di trasporto efficiente.

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2 thoughts on “Il Terzo Mondo Ha Bisogno di Portatili?

  1. Jim Fedako è uno dei motivi per cui non seguo più il blog del LVMI. La Giamaica non potrà mai trasformarsi in un paese che somigli a un paese dell’Occidente con il suo rispetto per i diritti individuali. Durante il suo soggiorno avrà alloggiato dietro un recinto di filo spinato e con delle guardie armate, senza aver provato sulla sua pelle la violenza e il disordine che caratterizzano i popoli di origine africana (riconoscendo allo stesso tempo il loro singolare gioia di vivere e la loro spontaneità).

  2. Non conosco Jim Fedako. Immagino, però, che le sue autorità abbiano fatto tutto il possibile per evitare che venisse infettato.
    Una curiosità: il tabù si estende anche a Pulgarías? 🙂

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