I Cristiani e lo Stato Ladrone


La dottrina Cattolica dei primi secoli: lo stato come i predoni

[Di Bryan Cheang. Originale pubblicato su Mises Institute il 26 giugno 2014 con il titolo Early Catholic Teaching: The State as Robber. Traduzione di Enrico Sanna.]

Sant’Agostino

Molti cristiani di oggi considerano naturale adottare una qualche versione di conservatorismo sociale in materia di politica. Non solo manifestano pubblicamente contro quelle che considerano depravazioni, ma solitamente chiedono anche leggi che regolino, restringano, vietino tali attività. Lo stesso zelo religioso (che di per sé non è un problema) che portò al proibizionismo negli anni venti è presente ancora oggi. In tutto il mondo, sono molti gli stati che criminalizzano attività sessuali pacifiche tra persone consenzienti dello stesso sesso. E queste politiche sono condivise da leader e movimenti cristiani.

Norman Horn: “Questi cristiani non hanno i mezzi per armonizzare questi pensieri e formare un clima politico e culturale che si possa riassumere in una sola opzione. C’è discrepanza tra la loro teologia dello stato e quella della legge. Questo li porta a pensare erroneamente che lo stato debba risolvere i problemi (con più leggi e più regolamenti) e la chiesa non debba fare altro che conformarsi.” In parole semplici, davanti alle depravazioni sociali sono attirati da qualunque politica governativa che miri ad arginarle.

Questo presuppone una visione troppo ottimistica dell’autorità e della capacità dello stato nel combattere il peccato e i suoi effetti. Ironicamente, questa visione è in contrasto netto con quella di Sant’Agostino, il noto filosofo e teologo cristiano che ha un ruolo di primo piano nella Chiesa e nella storia occidentale. La sua influenza di pensatore non ha probabilmente eguali nella Chiesa delle origini.

Ne La Città di Dio, Agostino spiega che l’umanità è divisa in due gruppi: uno appartenente alla Città di Dio e l’altro alla città terrena. La Città di Dio è abitata da persone che amano Dio sopra ogni altra cosa, mentre ad abitare la città terrena, che è animata dalla brama di potere, sono coloro che amano se stessi.

Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza per sé. … In quella (la città terrena) domina la passione del dominio nei suoi capi e nei popoli che assoggetta, in questa (la città di Dio) si scambiano servizi nella carità i capi col deliberare e i sudditi con l’obbedire. [14:28]

Seguendo questa distinzione, Agostino ne deduce che la vera giustizia, che consiste nell’“amare servendo unicamente Dio, e dunque governando bene tutto il resto”, non esiste sulla terra per via della natura peccaminosa degli umani che abitano la città terrena. Tutti gli stati sono pertanto privi di vera giustizia.

Tenendo ben presenti questi concetti, Agostino paragona lo stato ad una banda criminale di ladri e saccheggiatori:

Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l’aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell’ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell’impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: “La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta”.

Certo, Agostino non era anarchico. Per quanto imperfetti e privi di giustizia vera, Agostino pensava che gli stati avessero un compito divino da svolgere. La loro funzione basilare consiste nell’assicurare un minimo di pace civile in terra per prevenire una hobbesiana “guerra di tutti contro tutti”.

Anche se Agostino non va fino in fondo nella sua critica distruttiva dello stato, che si allinea perfettamente con la definizione dello stato come “una banda di ladri pura e semplice” fatta Murray Rothbard, non lo considera comunque un’istituzione morale di per sé.

Citando R. W. Dyson,

… lo stato è risultato ed espressione del peccato. Come le malattie, la morte e tutte le tribolazioni di questo mondo, è il risultato della caduta dell’uomo o un suo prodotto indiretto. Più precisamente, è il risultato del cambiamento operato sulla natura e sulla volontà umana dalla caduta. Lo stato non è, come sostengono Platone e Aristotele, parte della vita degli esseri umani, o un forum naturale in cui si sviluppa e si esprime il carattere e il potenziale umano. È una sopravvenienza innaturale sull’ordine del creato.

Che serva da ammonimento per quegli statalisti cristiani che accordano acriticamente allo stato una qualche parvenza di autorità morale. Non ha alcun senso combattere il peccato con un’istituzione intrinsecamente tarata, essa stessa originata dal peccato. Dobbiamo guardare oltre l’aura mistica dietro cui si nasconde lo stato e capire che l’imperatore è nudo. L’impegno religioso senza la conoscenza della verità è pericoloso e ha conseguenze dolorose.

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